Arturo Di Corinto
09/10/04 – h: 14:30
Quintostato 09/10/04

Con un’operazione senza precedenti, il 7 ottobre il Dipartimento di giustizia americano ha disposto il sequestro a Londra (e negli Usa) degli hard disk del network di media indipendenti noto come Indymedia. www.indymedia.org. Il risultato è stato quello di oscurare ventuno nodi locali del network – fra cui quelli di Italia, Inghilterra, Brasile, Germania, Portogallo – e di bloccare web radio e diversi altri progetti di informazione indipendente.

L’operazione, coordinata dal Fbi americano, ha sollevato forti dubbi sulla liceità dell’azione, soprattutto perché effettuata ai danni di un’azienda operante in Europa, anche se basata in Texas, la Rackspace.inc. Tuttavia, dopo le numerose proteste da parte dei sindacati dei giornalisti, dei consumatori, delle associazioni come Peacelink, e di numerosi parlamentari italiani, l’Fbi, tramite il portavoce Joe Parris, ha spiegato che l’intervento per bloccare i server del sito Indymedia sarebbe avvenuto su richiesta dell’Italia e della Svizzera, e non degli Usa, chiarendo che l’azione del Ministero della giustizia americana è il risultato degli “obblighi legali contenuti nei nostri trattati di assistenza reciproca”.

A far luce su questo aspetto è stata proprio l’azienda coinvolta, che ha pubblicato una dichiarazione secondo cui avrebbe acconsentito all’ingiunzione, da “buon cittadino” (una ‘’incorporated’’ come spiega bene il film-denuncia “The Corporation”, è legalmente assimilata ad una persona fisica), in ossequio agli accordi di Mutua Assistenza Legale (Mutual Legal Assistance Treaty, MLAT) cui aderiscono tutti i paesi coinvolti nella vicenda, Italia compresa. http://travel.state.gov/law/mlat.html
Tali accordi stabiliscono specifiche procedure per i paesi sottoscrittori e prevedono che essi collaborino attivamente in indagini che riguardano il terrorismo internazionale, i rapimenti e il lavaggio di denaro sporco. Reati difficilmente ascrivibili alle attività di Indymedia. Alla Rackspace sarebbe stata applicata anche la ‘’clausola di discrezione’’ che impedisce agli indagati di commentare le indagini in corso. Altri dettagli dell’operazione di polizia non sono ancora noti.

In rete già fioriscono le ipotesi che cercano di spiegare quello che è considerato un vero e proprio abuso. Tanto per cominciare Indymedia è sempre stata una spina nel fianco dell’amministrazione Usa, fin dai tempi di Clinton (è nata contemporaneamente alle contestazione di Seattle N30 del 1999), ed ha svolto un ruolo rilevante nell’organizzazione e nella comunicazione delle proteste contro la politica di Bush durante e dopo la convention repubblicana di New York delle scorse settimane. Oltre ad essere decisamente schierata contro la guerra all’Iraq, e per questi motivi già oggetto dell’attenzione dei servizi segreti Usa, Indymedia aveva denunciato a più riprese la scarsa affidabilità del sistema di voto elettronico impiegato nelle consultazioni presidenziali individuando anche possibili conflitti d’interesse fra l’azienda produttrice ed alcuni elementi dell’amministrazione Bush. E quest’ultimo potrebbe essere uno dei motivi del sequestro. Almeno così afferma l’Ifj, la Federazione internazionale dei giornalisti, per cui il sequestro dei siti sarebbe legato ad un caso di pubblicazione di documenti su presunte ”magagne” nella progettazione del voto elettronico per le prossime elezioni Usa. Il suo segretario generale, Aidan White, in una nota ha affermato: ”Abbiamo assistito ad un’intollerabile e invasiva operazione internazionale di polizia contro una rete specializzata nel giornalismo indipendente”, “Il modo in cui si è agito ha il sapore più dell’intimidazione contro una legittima inchiesta giornalistica che non della repressione di un crimine”. Perciò con le presidenziali alle porte gli attivisti ritengono che i neoconservatori di Bush vogliano chiudere la bocca all’importante network informativo. Altri pensano invece che l’Fbi stia raccogliendo prove per verificare la veridicità delle denunce comparse su Indymedia altri ancora per mettere offline informazioni riguardanti operazioni di polizia che includono documenti fotografici di agenti in borghese scattate durante manifestazione di protesta.

Ma per ottenere soltanto delle prove – l’ha capito anche la Polizia Postale in Italia dopo i pronunciamenti dei magistrati – sarebbe bastato copiare i dischi e portarli via, invece, con la consegna dei dischi originali si è voluto impedire ad Indymedia di continuare a stare in rete e di proseguire la sua normale attività informativa che è però parzialmente ripresa grazie all’impegno dei molti sostenitori.

Che sia il risultato delle pressioni del Dipartimento o il risultato dello zelo di rackspace che invoca motivi di “rapidità” delle operazioni er speigare la cessione dei dischi, l’aspetto più inquietante di tutta la vicenda riguarda il comportamento degli Usa che è noto trattano la rete e i suoi nodi come cosa propria, pretendendo spesso di applicare le proprie leggi ad altri paesi, come con il famigerato Patriot Act. A questo proposito il segretario generale della stampa italiana Paolo Serventi Longhi parla di ”decisione incomprensibile”, non solo perché è ”un atto che ha colpito e messo nell’impossibilità di operareventi siti di Indymedia in tutto il mondo”, ma è – continua – ”Una decisione incomprensibile, anche per il fatto che gli Stati Uniti riescono per motivi misteriosi a condizionare l’informazione in tutto il mondo. Cosa che si traduce anche in una interruzione di informazione alternativa nel nostro Paese” e, rivolgendosi al Ministero delle Comunicazioni italiano ha chiesto come sia possibile che i siti Indymedia nel nostro paese possano essere così facilmente oscurati. “Un problema che attiene al diritto di tutti di continuare a diffondere libera informazione”.L’ingiunzione federale di hand over “consegnare” i dischi entra chiaramente in contrasto con le leggi europee, non ultime quelle sulla privacy.

La rete dell’informazione indipendente comunque già reagisce e per ora invita a chiedere spiegazioni direttamente all’Fbi, mentre sono migliaia le lettere di protesta al Fbi (info@fbi.gove) e all’ufficio stampa della Rackspace (adrusch@rackspace.com), e quelle di solidarietà a Indymedia, che lamenta di essere ancora all’oscuro dei motivi dell’accaduto, considera l’operazione un attentato alla libertà di espressione in tutto il mondo e chiede che i server siano restituiti al più presto in quanto ogni giorno di inattività comporta danni sempre maggiori alle iniziative del network.