Ar.Di Cor.
06 novembre 2006 – www.aprileonline.info

Intervista a Vincenzo Vita, già sottosegretario alle Telecomunicazioni nel primo governo Prodi: “Siamo nel territorio del più elevato conflitto della postmodernità e, dunque, andrà costituito un vero organismo multilaterale di governo della Rete”

Ad Atene fra il 30 ottobre e il 2 novembre si sono incontrate 500 delegazioni di quasi 90 paesi per decidere del futuro di Internet affinchè diventi uno strumento di pace, sviluppo e democrazia. Ne abbiamo parlato con l’assessore Vincenzo Vita, già sottosegretario alle Telecomunicazioni del primo Governo Prodi, che durante il forum si è fatto portavoce del coinvolgimento delle autonomie locali in questo processo di riassetto della rete.

Perché è stato importante questo round negoziale di Atene?
Perchè mi pare che si sia avviato il processo di superamento del vecchio Icann, l’organismo che ha finora governato Internet, e che sembra proprio una bizzarria del secolo scorso. Nulla di personale, perchè il board dell’Icann è rappresentativo di diverse realtà ed ha all’interno diverse personalità di rilievo, tuttavia istituzionalmente ha perso il suo senso. Nacque per volontà di Clinton e Gore per una gestione più condivisa della gestione dei nomi di dominio, ma con un peccato originale, che tale è rimasto, e cioè tramite un accordo convenzionale con il dipartimento di stato Usa e dunque con una sorta di delega da parte di una superpotenza non neutrale di occuparsi di domini e root server, cioè l’infrastruttura basica della rete. Mi pare allora che sulla spinta pur flebile emersa dalle tre conferenze di Ginevra, Bilbao e Tunisi ad Atene si sia entrati in questo nuovo processo.

Dove porterà questo processo?

Qui le opinioni cominciano a divergere: ci sono tre linee, la prima, pur diversa fra Usa e Cina, è finalizzata allo status quo. Gli Usa per tenersi il giocattolo, la Cina, come paurosamente accertato, non vuole interferenze, visto che è legata alla visione del partito guida. Un’altra è quella assai sostenuta, e in buona fede, da tanti paesi e da una rilevante parte dela società civile, il superamento, step by step dell’Icann, immaginando un organismo leggero e soft institutional. Vi è una terza possibilità, e non nascondo che propendo per questa, di avere fino in fondo il coraggio della lotta politica riconoscendo anzitutto che non siamo nell’Eldorado, ma nel territorio del più elevato conflitto della postmodernità e dunque pur col tempo necessario, andrà costruito un vero organismo multilaterale che implementi una Carta dei diritti e dei doveri dell’uso della rete, quella di cui parla, con parole condivisibili, Stefano Rodotà. In tale contesto, può svolgere una funzioe straordinaria l’Europa come ha sostenuto la nostra sottosegretaria Beatrice Magnolfi.

Perché l’Europa e non l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU) come qualcuno ha suggerito?
Perché l’Europa non è solo uno spazio economico ma può assumere una posizione di riferimento nella riforma della costellazione delle Nazioni Unite. Per dirla in breve, intravedo un futuro dove un organismo multilaterale per Internet con esplicita partecipazione della società civile, è una piccola rivoluzione da fare, insieme a una rivisitazione completa di un vecchio arnese ereditato dal secolo scorso che è l’ITU, che andava bene finchè c’era il problema di non fare scontrare le navi in mare dandogli le rotte, ma che nella stagione del digitale risulta inadeguato. E che dovrebbe essere oggetto di una vera e propria mozione, impegnativa per il governo italiano, che introduca il tema della riforma e, come rappresentante dell’Unione Province Italiane (UPI) vorrei ribadire che le autonomie locali devono assumere in questo processo una funzione di ponte fra gli stati centrali e la vasta rete della società civile.

E come la mettiamo con l’altro grande tema del forum, il digital divide?
A questo proposito voglio ricordare una proposta che la Provincia di Roma e l’Upi portarono a Tunisi. Quella di dare una piccola quota percentuale di ogni appalto pubblico al fondo contro il divario digitale, il vero dramma del terzo millennio insieme all’aumento della povertà.
Ma anche un’altra idea va rilanciata, e cioè quella di gemellare ogni ente locale con un omologo dei paesi in via di sviluppo. Va da sé che, in questo contesto di supporto ai paesi in via di sviluppo, come emerso nel corso del panel sulla sicurezza, va adottato il free software che è ben più sicuro del software propietario con buona pace delle aziende che lo producono. Un’opportunità che non ha una mera valenza tecnologica, ma la leva per diffondere e aumentare il bene primario della conoscenza.