logo_espressoPrecari, è rivolta sul web
di Arturo Di Corinto
per L’Espresso del 3 novembre 2011

Un progetto on line chiamato WikiStrike. Per riunire tutti i lavoratori senza diritti e sottopagati. Confrontandosi sul «nuovo schiavismo». E sognando «il primo sciopero mondiale dell’era digitale»

“Guadagno 500 euro al mese rispondendo al telefono, affitto il desk e faccio fattura come un notaio”. “Sono laureata in comunicazione, e passo di lavoretto in lavoretto da tre anni”. “Pensa, lavoro in una società di recupero crediti e mi rinnovano ogni mese”. “Collaboro saltuariamente con un grande giornale, mi pagano 50 euro a pezzo. E sono fortunato”. La disoccupazione giovanile ha toccato vette del 30% e spesso l’unico modo per procurarsi un reddito è di accettare dei “macjob”, lavori precari, sfruttati e malpagati. La precarietà è una brutta bestia. Non ti permette di progettare, di pensare al futuro, di immaginarti adulto. Ti fa andare in depressione. O scoppiare di rabbia. E’ per questo che anche i giovani ricominciano a parlare di lavoro. Soprattutto in rete.

“La precarietà è un modo di fare profitti anche in periodi in cui l’economia non cresce. Perciò ci vuole uno sciopero precario”. Comincia così il libro-manifesto di San Precario, collettivo senza padri, padrini e padroni apparso per la prima volta in un Ipercoop di Milano nel 2004 e santificato ogni primo maggio durante la MayDay, la marcia dei precari d’Europa. Il testo stampato e distribuito in molte situazioni collettive, manifestazioni, riunioni e convegni, è un vero vademecum contro la precarietà esistenziale. http://www.scioperoprecario.org/ Denuncia e riscatto, richiesta di cospirazione (Co-spirare è respirare insieme), nel manifesto riecheggiano molti dei motivi che negli anni hanno portato i movimenti sociali a rivendicare un reddito garantito per tutte e tutti, indipendentemente dal fatto che si lavori o meno (vedi la rete BIN – Basic income network), ed è una critica feroce al sistema liberista e al capitalismo familiare del nostro paese che precarizza tutti rendendoci nemici. “I disoccupati diventano nemici degli atipici, che competono con i garantiti, e tutti insieme se la prendono coi migranti”. Non assolve nessuno, il manifesto precario, dal pacchetto Treu che ha portato la precarietà in Italia nel 1997 fino alla legge Biagi del 2007 e al collegato lavoro del 2010, cioè al maxicondono per le aziende che hanno approfittato del lavoro precario.
Wikistrike non si limita a semplici rivendicazioni, è un invito all’azione che denuncia da una parte la disillusione nei confronti delle opzioni riformiste dei difensori del libero mercato, dall’altra, la consapevolezza di quanta ideologia e costruzione del consenso si nasconda dietro le magnifiche e progressive sorti della comunicazione d’impresa e del marketing e, in perfetto stile subvertising, ne ribaltano il segno.
I wikistrikers sono infatti fratelli sia degli Steveworkers, i “Lavoratori di Stefano” che oggi hanno un proprio hashtag su Twitter per decostruire l’apologetica e acritica ricostruzione della figura di Steve Jobs (Stefano lavori!) il quale nella presunta “moltiplicazione degli iPani e degli iPesci” avrebbe reso felice mezzo mondo e schiavizzato il resto. Sono parenti di Lutherblisset, l’agitatore culturale collettivo che, nelle sue varie declinazioni, ha contribuito a creare una contronarrazione delle magnifiche sorti del capitalismo cognitivo e dell’innovazione tecnologica, a cominciare da quanto raccontato nella newsletter Giap! Sullo sfruttamento dei lavoratori cinesi della Apple.
Sono amici di tutti i Freelance raccontati da Sergio Bologna e Dario Banfi nell’ultimo libro “Vita da freelance”. Ma alla fine sono gli stessi di #occupyInternet (che manifestano digitalmente su circa 200 siti nel mondo), che sono gli stessi di #occupyWallStreet, che sono gli stessi dei campeggi indignados, eccetera eccetera…

I wikistrikers non sono nati oggi. Semplicemente declinano in digitale la rabbia, le utopie e le rivendicazioni dei lavoratori della Silicon Valley di trenta anni fa raccontati magistralmente dalla rivista Processed World (Ribellione nella Silicon Valley. Conflitto e rifiuto del lavoro nel postfordismo, ed. Shake, 1998), snocciolando tecniche di guerriglia semiotica e liste di azioni di sabotaggio da applicare nel mondo del lavoro immateriale. Come? “Immaginate “”se per un giorno non funzionassero i trasporti, se non arrivassero le merci della grande distribuzione, se si intasasero i call center e i server informatici, se non rispondessimo al telefono”… Siete sicuri che quando una cosa non funziona sia casuale? Siete sicuri che non ci sia in azione un wikistriker stanco e sfruttato? Bene, questo è esattamente quello che vogliono rappresentare.

Ma la vera rivolta dei wikistrikers è contro la comunicazione persuasiva delle aziende che mentre fidelizzano i clienti e precarizzano i lavoratori. Perciò il finto manifesto pubblicitario, il logo taroccato, la finta trasmissione, radio, la finta associazione, servono a “smacherare e ribaltare, attraverso la cospirazione, il meccanismo di precarietà che sta alla base di uno spot, di un cartellone, dell’immagine di un’azienda”.

Alcuni giorni fa ha impazzato sul web la notizia che Internet e le imprese abbiamo creato più posti di lavoro di quanti ne abbia distrutti e la sola critica all’Italia è che non si dota delle infrastrutture e delle leggi che permetterebbero di aumentare l’occupazione grazie alla rete. Non tutti la pensano così. Franco Berardi Bifo, coautore del libro L’Eclissi (Manni editore 2011) ci dice: “è una scioccchezza colossale. La tecnologia distrugge lavoro e basta. La tecnologia serve proprio per liberare gli esseri umani dal lavoro e dalla fatica. Quando la tecnologia fa il suo lavoro e libera gli umani dalla necessità, crea le condizioni affinchè ciò che essa produce possa essere redistribuito. Il punto è che questa ricchezza non viene redistribuita”. Anche per Carlo Formenti “E’ una sonora scemenza. Nel migliore dei casi un’affermazione di principio. E comunque dipende dai criteri con cui misuri queste cose. C’è un generale contrazione dell’occupazione e va vista in un contesto di riorganizzazione della divisione del lavoro nel mondo”. “Gli aumenti di produttività dovuti all’uso delle nuove tecnologie, nuovi software e riconoscimento vocale, traduzione etc… hanno determinato di fatto il massacro dei colletti bianchi, i knowledge workers, perché i colletti blu già sono stati ridotti al silenzio”. Che é proprio la tesi del saggio di DeriveApprodi “Nuova panda schiavi in mano” scritto dal gruppo di lavoro del Centro di Riforma dello Stato e commentato da Mario Tronti.
Ma la rete non costituisce un’occasione per mettersi in proprio e guadagnare dalla propria creatività liberandosi da ogni vincolo, dal ricatto degli intermediari, creando un canale diretto fra produttore e cliente usando molti servizi gratuiti, dal software alle piattaforme di pubblicazione ai social network? Secondo Wu Ming 1 “Quando sei su Facebook stai lavorando senza essere pagato”. Dice Bifo: “Quando vivi in rete stai facendo due cose differenti: offri il tuo tempo mentale alla macchina di lavoro del capitalismo cognitivo ma stai facendo anche una cosa che serve al tuo arricchimento personale”. E continua: “solo tu sai cosa stai facendo veramente. FB non è solo strumento di alienazione produttiva, ma anche momento di comunicazione libera e creativa”. Nel libro Felici e sfruttati Formenti parla proprio di sfruttamento del lavoro cognitivo in rete e il suo giudizio è netto: “Quando non paghiamo qualcosa, la sta pagando qualcun altro. Poi il conto ti verrà presentato in qualche modo”. Di diverso avviso le tesi di Roberta Carlini in “L’economia del Noi” (Laterza 2010), secondo cui la rete ci sta permettendo di emanciparci dal lavoro coatto inteso come prestazione di forza lavoro retribuita e ci permette di sviluppare nuove modalità di costruzione di un’economia del dono, “l’ economia del noi”, appunto. Comunque la pensate, se ne discuterà a Trento durante l’Internet Governance Forum e a Pisa durante l’incontro Tilt.

http://www.precaria.org/wikistrike.html
http://www.scioperoprecario.org/wiki
http://www.precaria.org
http://www.nytimes.com/2011/10/24/technology/economists-see-more-jobs-for-machines-not-people.html