Tunisi, al via il summit Onu sulla società dell’informazione. In discussione il governo di Internet. Tafferugli nel centro città, aggredita troupe di Tv5. Amnesty contesta il paese ospitante
ARTURO DI CORINTO – TUNISI
16/11/2005 – Il Manifesto

Oggi apre a Tunisi il World summit on information society (Wsis), evento di tre giorni voluto dalle Nazioni Unite per promuovere lo sviluppo di una società dell’informazione più giusta e inclusiva. La necessità di un obiettivo siffatto è sotto gli occhi di tutti. A 35 anni dalla nascita di Internet e a 15 anni dalla nascita del world wide web in un laboratorio di Ginevra, niente è stato più lo stesso.

La rivoluzione digitale che Internet e il web hanno portato nelle case attraverso i computer sta ora nelle tasche della gente, dentro i telefonini, nell’aria che respiriamo e persino al supermercato, ma questa rivoluzione ha anche creato nuove ricchezze e nuove povertà ridisegnando gli equilibri sociali e economici mondiali. L’evento si presenta epocale a cominciare dai numeri e non solo per il tema che ormai non attrae solo gli specialisti. Quasi 200 sono i paesi partecipanti, 150 le delegazioni governative, decine i capi di governo presenti e almeno 12 mila i partecipanti attesi al Kram Expo di Tunisi, migliaia di metri quadrati riempiti da associazioni di categoria, aministrazioni pubbliche e espositori del mondo dei media e dell’Ict. Il summit prevede un incontro organizzativo, una cerimonia d’apertura, otto assemblee plenarie, tre tavole rotonde, un high level panel e duecentoventi «eventi paralleli» riuniti sotto il cappello di «Ict4all».

Le tematiche sono quelle dell’accesso alla conoscenza, della riduzione del digital divide, del ruolo della formazione e dell’educazione ai media, del multilinguismo e della differenza di genere nell’informatica fino alle questioni della censura e della proprietà intellettuale. Il piatto forte è tuttavia costituito dal tema della governance di Internet, questione che riguarda i meccanismi del suo stesso funzionamento a partire dalla dislocazione geografica delle risorse e delle infrastrutture che ne consentono l’accesso, alla questione dei nomi di dominio e alla loro gestione. Un tema che potrebbe sembrare tecnico ma che è assolutamente politico poiché riguarda la possibilità stessa per stati, imprese e cittadini di essere presenti e raggiungibili via Internet. Panels, discussioni e workshop saranno tenuti e partecipati dalle sigle più note del mondo digitale, da associazione intergovernative e gruppi di pressione, che vanno dall’Unesco alla Banca Mondiale passando per i Computer Professional for Social Responsability, Epic privacy center e Amarc, associazione di radio comunitarie.

Nonostante il processo che ha portato al summit – la cui prima fase si è tenuta a Ginevra nel dicembre 2003 con una Dichiarazione dei Principi e un Piano d’Azione – sia stato partecipato e abbia coinvolto la società civile a vario livello, c’è molta insoddisfazione fra i delegati e un certo pessimismo circa la possibilità di praticare soluzioni in grado di accontentare tutti. La società civile riunita sotto le varie sigle per il diritto alla comunicazione e all’informazione teme che gli accordi rilevanti siano già stati presi altrove e che il summit piuttosto che essere l’occasione per aprirsi al mondo affermi l’idea di una società chiusa e tecnologicamente determinata dove le idee e la conoscenza siano merci da produrre e vendere sul mercato globale colonizzato dalle Telecom e dai grandi media e regolato da interessi privati anziché dalla partecipazione dal basso alla definizione delle politiche internazionali.

Il summit non è cominciato sotto i migliori auspici. La calma piatta che si respira nella città vestita a festa per l’anniversario della presidenza di Ben Alì (18 anni di governo ininterrotto), che gode di un culto della personalità che lo ritrae sorridente su edifici governativi, bar, banche e ristoranti, e l’affabilità generosa dei tunisini, non riescono a nascondere fino in fondo le tensioni che agitano il paese. Il summit si celebra infatti mentre un gruppo di dissidenti politici si trova al diciassettesimo giorno di sciopero della fame. Si tratta di avvocati, magistrati e giornalisti che, in rappresentanza di partiti, associazioni e sindacati, hanno infatti individuato in questa forma di protesta non violenta l’unico strumento per denunciare l’impermeabilità del governo alla richiesta di riforme in grado di garantire la libertà di stampa, di associazione e per il rilascio dei prigionieri politici (che sono circa 700 nel paese). Diverse organizzazioni hanno inoltre contestato la scelta della Tunisia come paese ospite per le ripetute violazioni dei diritti umani di cui è stata responsabile negli ultimi anni. In testa Amnesty e Robert Menard, fondatore di Reporters sans frontieres «non gradito» in Tunisia, che ha definito il vertice «una pagliacciata» e ha accusato i «servizi di sicurezza tunisini» di essere all’origine di aggressioni a operatori dell’informazione alle quali si è aggiunta quella, denunciata dal quai d’Orsay, contro una squadra televisiva di Tv5. Due giorni fa membri di alcune delegazioni della società civile convenuti nel centro cittadino sono stati oggetto di lievi tafferugli con la polizia e i servizi segreti davanti al Goethe Institute e impediti di partecipare con l’ambasciatore tedesco alla prima riunione per il «Summit dei cittadini» e fatti successivamente oggetto di intimidazioni esplicite da parte delle forze dell’ordine, tanto che potrebbero decidere di abbandonare il summit.