Enkidu (Arturo Di Corinto)
Il Manifesto (Alias) 18 marzo 2000

Sicuramente ci sono molti modi di concepire l’hacking e le definizioni usate non trovano mai nessuno d’accordo.
Ma e’ pur vero che ci sono degli elementi che ci fanno capire che hacking e’ una cultura dai tratti ricorrenti.

Hacking e’ una filosofia, un’arte, un’attitudine. Un modo giocoso, irriverente e creativo di porsi di fronte agli strumenti che ogni giorno usiamo per comunicare, divertirci e lavorare: i computers. L’hacking e’ un abito mentale. Si manifesta nei laboratori universitari americani a cavallo degli anni 60′ e affonda le sue radici nella stessa mentalita’ libertaria e antiautoritaria che da li’ a poco dara’ origine alle controculture americane della contestazione. Non e’ uno schema, non e’ una regola, un programma o un manifesto, e’ piuttosto un’estetica. Un modo etico e cooperativo di rapportarsi alla conoscenza ed a quelle macchine che trattano il sapere e l’informazione.

Hacking e’ l’attitudine artistica che ti porta a semplificare un codice macchina, che ti permette di individuare un algoritmo innovativo, la chiave per facilitare un processo di comunicazione interno alla macchina, fra l’utilizzatore e la macchina, fra gli utilizzatori stessi.

Dai primi passi nei garage degli hippies tecnologici, gli homebrewers, il concetto di hacking ne ha fatta di strada e, come era giusto che fosse, ognuno se ne e’ appropriato per esprimere utopie sociali e tecnologiche che la forza virale di un potente immaginario collettivo ha fatto retroagire sugli orientamenti dei suoi stessi officianti.

Tra quelli che praticano l’hacking, cioe’ gli hackers, individui tecnicamente versati e consacrati al problem-solving della comunicazione uomo-macchina, potrebbero essere individuate tante tipologie.
C’e’ l’hacker anarchico, individualista e solitario che per il puro piacere di “metterci le mani sopra” si appassiona a modificare il piu’ complesso dei sistemi la cui imperfezione, i cui bachi, considera un’insulto all’intelligenza della programmazione. C’e’ l’hacker “sociale” il cui scopo e’ quello di abbattere ogni barriera che si frappone fra le persone e l’informazione, quello per il quale la libera informazione e’ una caratteristica della comunicazione da valorizzare socialmente. Oppure c’e’ quello che intende l’hacking come un’operazione di deturnamento, di modificazione di senso, reinterpretazione funzionale di parole e oggetti e che considera la de-formazione un diritto pari a quello dell’in-formazione o che smonta e rimonta le cose per giungerne al c(u)ore. Altri sono moderni Robin Hood impegnati a svaligiare l’enorme banca dell’informazione per restituire a tutti la ricchezza sociale sottratta alla comunita’ da anacronistiche leggi di protezione del software o dell’opera d’ingegno, nella consapevolezza che il sapere puo’ essere solo il frutto di un processo di accumulazione creativa di generazioni successive di inventori e che privarne gli altri e’ un furto.

L’hacking e’ quindi soprattutto condivisione di conoscenze, e per questo e’ un potente motore dell’innovazione, sociale e tecnologica. L’innovazione che l’hacking genera non ha solo creato nuovi prodotti dentro i laboratori delle start-up companies informatiche, e non ha solo creato nuove professionalita’ nel campo del lavoro: i programmatori di software libero, i beta-tester o gli esperti di sicurezza.
L’hacking si rapporta all’innovazione, alla cosiddetta rivoluzione digitale ed alla new-economy in una maniera piu’ generale:
a) sarebbe difficile oggi pensare alla new-economy senza la massiccia introduzione dei computers nelle case, nei luoghi pubblici e nei posti di lavoro che l’assemblaggio dei primi personal computers nelle cantine degli hackers ha messo a disposizione della rivoluzione informatica;
b) sarebbe impossibile pensare all’innovazione informatica se la lotta per migliorare il software che fa girare le macchine non fosse stata oggetto di una continua pratica ideativa, di una progettazione dinamica di sistemi aperti, liberamente condivisi e modificabili;
c) sarebbe difficile non mettere in relazione il freestyle espresso dai programmatori hackers con la tendenza al decentramento, alla cooperazione reticolare, all’autogestione creativa, che sono oggi le basi dell’industria immateriale, quella che produce valore a partire dal sapere e dall’innovazione.

L’innovazione si basa sul libero scambi di informazioni e il modo migliore di garantire il libero scambio di informazioni e’ la creazione di sistemi aperti, dilatando il punto di vista convenzionale del modo in cui e’ possibile interagire con qualsiasi strumento, introducendo potenzialita’ che possono essere create solo affrontando il problema da una angolazione nuova e insolita.
E’ questo quello che e’ accaduto con la creazione dell’ E-macs, del progetto Gnu e di Linux. Emacs e’ un potente editor di testi scritto nel 1984 da Richard Stallman, uno dei padri del software libero (free-software) e del progetto GNU. Quest’ultimo e’ un acronimo ricorsivo di “GNU’s Not Unix”, ed e’ il progetto per cui e’ stato scritto il corpo del sistema operativo che, integrando un kernel sviluppato altrove, e’ diventato l’ormai famoso Linux, quello che ha messo in discussione il monopolio di Microsoft nella diffusione dei software necessari a far funzionare le macchine informatiche.

Gli ingredienti di questo successo stanno in quelle poche semplici regole che sono alla base dell’etica hacker: l’accesso illimitato a tutto cio’ che puo’ insegnare qualcosa sul mondo, la condivisione di conoscenze, l’irriverenza verso i saperi precostituiti, l’apprezzamento delle capacita’ concrete delle persone, il senso di comunita’, l’idea che la conoscenza e’ di tutti e che, in quanto tale, deve essere libera.
Non e’ un caso che Stallman e i suoi colleghi della Free Software Foundation considerino il copyright una peste sociale che frena l’innovazione, non aiuta a promuovere il senso di comunita’ e un’identificazione sociale positiva che viene dalla condivisione e dall’uso etico e cooperativo di cio’ che gli uomini inventano.
E’ piuttosto applicando la legge della ridondanza, il diritto illimitato di copia e distribuzione che l’innovazione procede. A questo scopo e’ stato creato il concetto di copyleft. Somiglia al copyright da un punto di vista legale, ma al contrario di esso da’diritto al libero uso del software con la sola restrizione di includere in ogni nuovo prodotto la liberta’ incorporata nella General Public License (GPL) di adattare il software ai tuoi scopi, di distribuirlo liberamente per incentivarne l’uso da parte di tutti, di aiutare la comunita’ consentendo a ciascuno di migliorare il programma e, modificato, distribuirlo con le stesse garanzie di liberta’.

E’ una mentalita’ che comincia a fare la sua apparizione anche nel nostro paese dove si moltiplicano i laboratori di scittura cooperativa del software, in quei luoghi dove funziona lo scambio, il dono, il riuso dell’ hardware e del software e dove l’atmosfera gioiosamente cooperativa crea reti pronte a rimettere in discussione il dominio proprietario dell’informazione.

Dopotutto se l’hacking ha una definizione condivisa, e’ che esso implica l’aumento dei gradi di liberta’ all’interno di un sistema dato, sociale o tecnico che sia.
Certo il mercato e’ in agguato, ma con il copyleft siamo all’alba di un nuovo contratto sociale.