La guerra di hashtag sulla formazione del nuovo governo ci ha mostrato un web istericamente diviso tra i sostenitori del presidente Mattarella e i suoi detrattori.

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 31 Maggio 2018

Da una parte l’hashtag #IoStoConMattarella, di chi si è schierato a difesa delle Istituzioni incarnate dal professore capo dello Stato e dall’altra quello di chi ne ha chiesto finanche l’impeachment, #IlMioVotoConta. Entrambi usati per essere visibili nel flusso della comunicazione di un evento che ha indotto molti a prendere posizione a favore o contro per far pesare la propria opinione.

La funzione dell’hashtag è infatti proprio quella di aggregare e categorizzare i contenuti presenti sulle piattaforme sociali in relazione al tema trattato e rendere quindi più facile agli utenti individuare contenuti specifici senza perdersi. Nel caso del dibattito della formazione del nuovo governo l’hashtag è diventato la bandiera di opposte fazioni per affermare posizioni che cambiano anche nel volgere di minuti in funzione degli avvenimenti e che in molti casi faranno vergognare chi le ha scritte una volta rilette.

La regola d’oro del web è infatti che non si debba mai scrivere ciò che vorremmo dimenticare.

Infatti, nonostante le leggi e i regolamenti che, come il Gdpr (la Direttiva europea sulla protezione dei dati personali), prevedono il diritto all’oblio, quello che è scritto sul web è destinato a rimanerci, copiato, replicato, retwittato o congelato nello screenshot dell’avversario dopo essere rimbalzato su siti, app e giornali.

L’hashtag ci aiuterà a ritrovarlo, e nel nostro caso aiuterà la Polizia Postale a incriminare più facilmente gli autori del reato di vilipendio al Capo dello stato.

«Quello che si scrive sul web è scritto con la penna, non con la matita», ha detto Zuckerberg.

Ma allora perché tanta foga? Secondo Raffaele Simone, psicolinguista emerito, è perché non siamo capaci di sottrarci alla dinamica del narcisismo voyeuristico che i social network stimolano in noi. Una dinamica di autorappresentazione che dietro l’urgenza di testimoniare manifesta un’ansia da prestazione sociale, come se non esistessimo fuori dello schermo, come se fossimo inutili senza un palcoscenico anche quando il pubblico in sala è poco ma la voglia di fare parte dello show è molta.

Secondo Raffaele Simone questa ansia di rappresentazione è un portato del «mostro mite», che dà il nome a un suo interessante saggio del 2009, e cioè un regime globale di governo che si basa su un sistema mediatico, televisivo, culturale, cognitivo, che crea un ambiente «infantilizzante» che pesa su tutta la società.

«Un regime che – come ebbe a dire in un’intervista al saggista francese Frederick Joignot – si appoggia a una destra anonima e diffusa decisa a ridurre il controllo dello Stato, ostile alla lentezza del processo decisionale democratico, sprezzante della vita intellettuale e della ricerca, impegnata a sviluppare un’ideologia del successo individuale, ad imbavagliare l’opposizione, violenta nei confronti delle minoranze, populista nel senso che aggira le regole della democrazia in nome di ciò che “vuole il popolo”».

Il ritratto perfetto del populismo del web, quello che brandisce gli hashtag di fake news e post-verità, ritratto di una folla che urla senza essere ascoltata, dimentica della lezione di Shakespeare che al Macbeth fa dire: «L’uomo è solo un povero pupazzo che si agita sul palcoscenico della vita durante la sua ora e poi non è più ascoltato da nessuno». Ma quello che ha scritto non è scritto sull’acqua.