La diffusione del computer nella vita sociale e la difficoltà di ridurre la conoscenza a merce, mentre cresce la protesta contro la globalizzazione economica grazie all’uso di Internet. Un saggio di Anna Carola Freschi su «La società dei saperi» edito da Carocci

ARTURO DI CORINTO
il manifesto – 18 Febbraio 2003

Fin dagli anni Settanta i sociologi hanno enfatizzato l’importanza della conoscenza nei processi di crescita economica. Tale enfasi registrava i cambiamenti in atto nella produzione di ricchezza, sia nella tradizionale trasformazione delle materie prime che nella nascente industria dell’intrattenimento. In base a questa lettura, la gestione dell’informazione era considerata il presupposto della produzione di beni e servizi immateriali, cioè di merci che non erano più oggetto di una manipolazione fisica ma cognitiva. Il capitale di base di questa nuova forma di produzione non era quindi più rappresentato da materie prime come greggio e minerali, ma dal sapere sociale e dalle conoscenze intellettuali la cui messa in produzione poneva le basi per un’economia di tipo completamente diverso. Per indicare questa discontinuità nelle modalità di produzione della ricchezza e delle stratificazioni sociali che ne conseguivano, sono state coniate definizioni molteplici, tutte caratterizzate dal prefisso post: società postindustriale, società postmoderna, società postmateriale, società postfordista. Termini diversi per indicare quella «società del non più e del non ancora» che si stava delineando all’orizzonte.

Cardine di questa trasformazione sono state le reti di comunicazione, crocevia di una economia che si caratterizzava sempre più per l’immaterialità dei suoi prodotti e la sofisticazione dei saperi necessari a produrla, ma anche per la globalità dei suoi processi e l’interdipendenza dei soggetti e delle sfere produttive che intorno ad essa si organizzavano. In particolare, attraverso Internet, la rete delle reti.

La ridefinizione della centralità della conoscenza nei processi fondati sulle tecnologie dell’Information and Communication Technology ha favorito nel tempo l’affermarsi del concetto di «società dell’informazione», per indicare l’impiego di quelle tecnologie per innovare i servizi, sostenere le politiche pubbliche, ampliare i mercati e inserire i singoli paesi nel flusso della globalizzazione, attraverso dispositivi legislativi, tecnici e finanziari orientati a trasformare l’informazione in conoscenza produttiva, organizzandola sia sul piano delle infrastrutture che della gestione dei saperi che ne dipendono.

Una politica dell’innovazione che rimanda a un modello di relazioni incentrato sulla tecnica e sulla ragione strumentale all’interno di una dimensione economica di matrice liberista che ha ignorato a lungo il fatto che le reti sono apparati sociotecnici dove si esprimono relazioni e identità che si manifestano in maniera difforme da quelle intenzioni. L’effetto di questa interpretazione è stato perciò di ignorare l’emergere di nuovi soggetti produttivi, e di una nuova soggettività politica che non si esauriscono né con l’idea dei nuovi mercati, la new economy, né con l’ascesa e la caduta dei suoi protagonisti, la digital class.

Ed è su questo aspetto, spesso non esplicitato, taciuto o negato che invece ritorna Anna Carola Freschi con il libro La società dei saperi. Reti virtuali e partecipazione sociale (Carocci, € 16,60).

La tesi centrale del libro è che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono state lo strumento di costruzione di una nuova sfera pubblica in cui gli attori, dando vita a forme innovative di interazione sociale, hanno rimesso in discussione le logiche tradizionali della democrazia e della rappresentanza secondo un approccio che è tutto il contrario della impostazione gerarchica e verticale che pretendeva di plasmarne forme e spazi sul modello a beneficio della globalizzazione liberista.

Elemento cruciale di questo percorso è stato, secondo l’autrice, proprio il rifiuto dell’informazione come unità discreta, merce da scambiare, e la valorizzazione di quelle pratiche che hanno forgiato all’interno delle comunità virtuali saperi prlurimi e contestuali con una forte connotazione etica. È così che saperi imitativi, informali e diffusi hanno posto le basi per lo sviluppo di un nuovo tipo di società: la società dei saperi, appunto.

L’autrice esemplifica questo discorso analizzando sia le comunità virtuali delle reti civiche, che i network dei programmatori di software e dei produttori dell’informazione indipendente. Cioè di quelle comunità-reti di risorse, relazioni e conoscenze al servizio della crescita personale e dell’autorganizzazione sociale che, rafforzando cooperazione e solidarietà hanno dato origine a dinamiche sociali eccedenti l’idea di una partecipazione democratica fondata unicamente sulla competizione elettorale. E lo dimostrano, secondo la studiosa, l’uso partecipato, consapevole e interattivo del mezzo telematico grazie al quale i grandi temi della proprietà del sapere sono diventati discorso pubblico e la partecipazione diretta ai processi decisionali orientati a contrastare l’esclusione sociale derivante dalle disuglianze nell’accesso al digitale.

Così Anna Carola Freschi descrive come le reti telematiche siano diventate il luogo dell’organizzazione dei movimenti antiliberisti, della rivendicazione dei diritti sociali e di una diversa distribuzione delle risorse. Con una riflessione in più. Se i movimenti pacifisti, sindacali, femminili, per i diritti civili hanno usato le reti per ridiscutere necessità e bisogni, contestare poteri e denunciare disuguaglianze, il loro potenziale di mobilitazione è cresciuto insieme a un modello produttivo, etico e solidale, bene esemplificato dalle comunità del software libero.

La conclusione è che le comunità di saperi hanno favorito la costituzione di nuovi soggetti svincolati sia dalla logica d’impresa, dai suoi vincoli burocratici e normativi, sia dalla logica dei media, cioè dalla passività, dall’individualismo e dalla spettacolarizzazione.

Perciò insieme alla critica dei media e della politica tradizionali, le dinamiche di scambio etico all’interno di questi reti si avvicinerebbero ai modelli di riferimento del «movimento dei movimenti», non necessariamente refrattario al mercato ma alternativo alla logica del profitto, incoraggiando una nuova definizione della cittadinanza e dei diritti sociali.