BIOTERRORISM: PUBLISHING, RESEARCH AND THE FUTURE
Il Manifesto 18 febbraio 2003
Lisa Masier

Un effetto collaterale della guerra e’ sempre la censura, che oggi pero’ non riguarda solo giornali, radio e televisioni, ma anche Internet e la scienza. E’ infatti di questi giorni la notizia che la comunita’ scientifica americana si sta interrogando sull’opportunita’ di diffondere i risultati di ricerche utilizzabili da criminali.

L’editoriale del nuovo Nature www.nature.com in edicola il 20 febbraio, riportera’ la dichiarazione di un gruppo di editori che il 9 gennaio si sono incontrati per discutere di come assicurare una corretta divulgazione scientifica e allo stesso tempo prevenire il rischio che alcune ricerche possano fornire informazioni utili ai bioterroristi. La formula individuata nell’incontro e’ che sara’ compito degli editori valutare i costi e i benefici della loro eventuale pubblicazione – omettendo parti di esse o non pubblicandole affatto – nonostante che durante il meeting sia stato sottolineato che i benefici della pubblicazione superano sempre e di gran lunga i rischi di un “malevolent use” dei dati.

Ma la decisione non sorprende se associata all’intervento di Bush che nel suo discorso alla nazione del 29 gennaio ha lanciato il progetto Bioshield (scudo biologico) con la promessa di 6 bilioni di dollari per incrementare la ricerca su, e la produzione di, vaccini e trattamenti medici contro l’antrace, il botulino, il virus Ebola e la peste.

Percio’ se la decisione degli editori appare come un caso clamoroso di “censura preventiva” somiglia di piu’ alla legittimazione di una sorta di “keynesismo medico di guerra” per cui d’ora in poi al finanziamento della ricerca sugli agenti biologici va unita la realizzazione di “prodotti” utili da parte dell’industria farmaceutica e degli enti di ricerca.

Nello stesso numero di Nature infatti, Anthony S. Fauci, direttore dell’Istituto Nazionale delle Allergie e Malattie Infettive di Bethesda, nel Maryland, afferma che e’ “responsabilita’ della comunita’ medica avviare ricerche sulla difesa dagli agenti biologici con slancio, creativita’ e impegno”, sostenendo tale affermazione con il dato che il National Institutes of Health ricevera’ nel 2003 dal governo la somma di circa 2 bilioni di dollari per la ricerca in biodifesa, una somma che e’ otto volte superiore a quella dell’anno precedente, e che dovra’ essere usata per lo sviluppo di prodotti biomedici non meglio identificati.

In questa strategia che ha arruolato le riviste scientifiche nella lotta al bioterrorismo c’e’ pero’ qualcosa che non torna. Innanzittuto il suo potenziale di dissuasione. Nella ricerca scientifica vale sempre l’adagio “pubblica o muori” e sapere che i risultati di una ricerca sui virus potrebbero essere non pubblicati ne scoraggia la prosecuzione con l’effetto perverso di inibire la ricerca sui relativi vaccini..
Da un altro punto di vista, invece, questo potenziale di dissuasione non pare sufficiente a impedire la diffusione della ricerca virologica e infettivologica da parte di coloro che sono interessati a sviluppare agenti biochimici patogeni. Infatti, se il problema e’ quello di minimizzare l’informazione disponibile ai nemici, si deve presumere che intanto gli stati canaglia sono attrezzati a condurre in maniera indipendente le loro ricerche e poi non si deve scordare che i ricercatori (buoni o cattivi), hanno comunque accesso a dati, ricerche e informazioni, prima e al di la’ della loro pubblicazione, perche’ fanno parte della stessa comunita’. Percio’ contrariamente alle intenzioni, limitare la divulgazione di notizie utili alla comunita’ scientifica espone all’inutile rischio di impedire (come in passato per la crittografia), proprio il progresso di conoscenze utili a contrastare gli effetti di attacchi bioterroristici. Perche’ in altri termini, e’ solo se conosci la serratura che puoi costruire la chiave per aprirla.