La tua privacy è sul mercato

Allarme del Garante, mozione alla camera: l’amministrazione pubblica non difende i dati personali dei cittadini. Finiscono in mano a ditte private, o magari a governi stranieri. E la sorveglianza occulta aumenta su tutti
ARTURO DI CORINTO

Dieci governi sudamericani hanno venduto ad aziende pubblico-private degli Usa i dati personali dei loro cittadini senza nemmeno chiederglielo; gli islandesi hanno venduto i diritti sul proprio patrimonio genetico a una multinazionale del farmaco in cambio di visite gratuite vita natural durante, e i rappresentanti elettorali di George W. Bush, complice la società Database, hanno ottenuto di scegliersi gli elettori a cui inviare le schede per votare, con l’effetto di eliminare quelli di probabile orientamento democratico. Il commercio dei dati personali è diventato un grosso affare ma rimane soprattutto una questione di democrazia e diritti. Proprio per questo ieri le opposizioni hanno presentato alla camera una mozione per la tutela dei dati personali (primo firmatario Pietro Folena per i ds) che chiede un disegno di legge organico per regolare lo spamming, la gestione degli indirizzi di posta elettronica e dei dati su Internet, promuovere una convenzione internazionale volta alla protezione dei dati sensibili, regolamentare la gestione di quelli telefonici, istituire un garante europeo della privacy e soprattutto trovare nuove risorse per l’attività dell’autorità italiana competente. Tutto questo dopo la relazione del presidente dell’Autorità garante della privacy Stefano Rodotà, che al convegno organizzato dalla Cluseit – una società per la sicurezza informatica – ha riproposto l’allarme sullo stato della sicurezza dei dati personali trattati dalla pubblica amministrazione, dichiarando che la privacy non è un optional e che la sua tutela è fondamentale per assicurare un corretto rapporto fra cittadini e istituzioni.

Nella stessa occasione il garante ha anche denunciato ritardi e resistenze della pubblica amministrazione nell’impiego di strumenti adeguati a tenere il passo con l’innovazione tecnologica e con la sempre maggiore diffusione e capacità di database per il trattamento dei dati personali. Argomento scottante visto che gli ultimi «allarmi-sicurezza» hanno dimostrato che la loro gestione è delicata, pone problemi di gestione fisica e logistica e rischi maggiori per il cittadino nel caso della loro violazione da parte di terzi.

Un tema che Rodotà, anche in veste di presidente dei suoi omologhi europei, ha sollevato spesso negli suoi interventi, riferendosi alle preoccupazioni che moltissimi cittadini hanno indirizzato al suo ufficio.

Subito dopo la relazione annuale del 20 maggio scorso, Giovanni Russo Spena, del gruppo di Rifondazione alla camera, aveva già chiesto al governo «se ritenesse di accettare la proposta di Rodotà per una Convenzione internazionale in materia di protezione dei dati personali», per il signficato che essi assumono dal punto di vista dell’esercizio dei diritti dei cittadini in un’epoca in cui la privacy stessa diventa merce; e su questa richiesta sono convenute ieri tutte le opposizioni.

La questione è molto seria. Oggi che l’innovazione scientifica e tecnologica sembra rendere particolarmente difficile l’obbligo degli stati di offrire tutele giuridiche ai cittadini, è più che mai necessario attrezzarsi affinché i dati personali, sulla salute, lo status giuridico, le opinioni religiose e politiche, lo stesso codice genetico, non cadano in mani sbagliate.

Come è successo negli Stati uniti, dove la costituzione di grandi database non è stata accompagnata dalla creazione di istituzioni di garanzia, determinando un forte squilibrio a favore del mercato. Una situazione che può per esempio provocare il rifiuto delle compagnie assicuratrici di stipulare polizze con «soggetti a rischio», come potrebbero essere i dipendenti di impianti industriali pericolosi; o persino la discriminazione di soggetti «schedati» come omosessuali per il diffuso pregiudizio secondo cui questi avrebbero più possibilità di contrarre l’aids.

In un’epoca di globalizzazione degli scambi, favorita dalle reti di comunicazione attraverso cui i dati transitano, il problema riguarda tutti gli stati e non è un caso che da tempo sia in corso un negoziato tra Unione europea e amministrazione americana per concordare i livelli di sicurezza dei dati dei cittadini Ue esportati verso gli Usa.

Dopo l’11 settembre la questione ha acquistato ancor più importanza: il possesso dei dati dei viaggiatori europei, incamerati dall’Ufficio immigrazione statunitense, in assenza di regole chiare e certe per la loro tutela violava le leggi italiane e comunitarie. La denuncia europea del carattere indiscriminato di questa sorveglianza elettronica operata oltreoceano aveva indotto le compagnie aeree a ipotizzare l’uso di adeguati meccanismi di filtro e selezione dei dati: che però non sono né facili né immediati da usare. Un problema che verrà affrontato nel vertice Usa-Ue del 25 giugno ma che non riguarda solo i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico. Certo, c’era già stata la polemica su Echelon, un sistema di monitoraggio e stoccaggio dei dati dei paesi ex-Commonwealth probabilmente usato per spiare le aziende del vecchio continente; ma il problema ora tocca anche i rapporti interni ai paesi europei, dove si moltiplicano i piccoli grandi fratelli che ci osservano: il Sis, (Schengen Information System) che registra milioni di dati relativi a banconote, carte d’identità e simili per i controlli di polizia; il Sid del sistema doganale coi dati della polizia di frontiera; l’Eurodac, banca dati per i richiedenti asilo; il Ced interforze di tutte le polizie italiane connesso al Pra, all’Inps, all’anagrafe tributaria. Una situazione che si complica ulteriormente con la necessità di gestire la scia di dati che i cittadini si lasciano dietro nelle loro interazioni con gli strumenti di e-government: il timore che essi non siano adeguatamente trattati diventa una preoccupazione diffusa.