Arturo Di Corinto
il Manifesto 10 ottobre 2002

La televisione è diventata inguardabile. Ce ne siamo accorti tutti e sempre più telespettatori se ne lamentano. Programmi uguali fra di loro, conduttori uguali a se stessi da decenni, format che non tirano. La competizione tra Rai e Mediaset è ai minimi termini (come testimoniano gli scarsi investimenti al Mipcom, la fiera mercato dei prodotti televisivi), le aziende lamentano il mancato ritorno degli investimenti pubblicitari e, insieme alle polemiche per i proventi dei diritti televisivi dello sport, la crisi dei varietà miliardari completa un quadro già problematico.

Se a tutto questo aggiungiamo la tv spazzatura che muove l’ordine dei giornalisti a chiedere il rispetto delle regole per i propri associati, le richieste reiterate del Garante per la Privacy affinché drammi e storie personali non vengano trattate in tv come fossero chiacchiere da bar, le critiche delle organizzazioni che reclamano uno spazio alla comunicazione sociale senza trovarlo, il quadro diventa ancor più fosco.

È probabilmente per tutti questi motivi che gli uffici stampa dei grandi network nelle ultime settimane sono stati mobilitati a sfornare i numeri dell’audience e quegli indici di gradimento che rimanderebbero al mittente le critiche al sistema televisivo

I numeri
Dietro la girandola dei numeri relativi agli ascolti c’è infatti l’idea che la scelta del telespettore sia un indice di qualità e che la sua certificazione in forma di numeri consenta di decidere se un programma funziona oppure no, se va continuato oppure cancellato dal palinsesto. Ma sono gli stessi che fanno la televisione a polemizzare con questa misura di gradimento. L’ultimo è stato Gianni Morandi che è apparso in mutande nello show “Uno di noi” criticando il sistema di rilevazione dei dati d’ascolto, l’Auditel.
Però, mentre il cantante nazionale polemizza giustamente coi gusti di un pubblico guardone che farebbe registrare picchi d’ascolto solo di fronte a mutande, reggiseni e litigate in diretta, altri mettono in dubbio l’attendibilità stessa delle rilevazioni affidate all’Auditel.
E non si tratta solo di noti anchormen come Arbore e Santoro ma anche del presidente Rai Baldassarre, del ministro Gasparri, che ne ha annunciato la riforma, sulla scia dell’ex ministro Giovanna Melandri, e dello stesso presidente della Commissione di vigilanza Rai, Petruccioli, che ha invocato maggiore obiettività auspicandone il passaggio sotto il controllo della Authority, che a sua volta ha avviato uno sorta di studio di fattibilità.
A questo coro di critiche si uniscono quelle degli utenti di televisione e dei consumatori.
Il motivo è presto detto. L’Auditel è un caso di conflitto d’interessi sui generis perché è di proprietà in parti uguali di Rai, network privati (Mediaset in primis) e dell’Associazione utenti di pubblicità. Cioè è di proprietà degli stessi di cui dovrebbe controllare le performance. Una scatola nera di cui non sono note né tecnologie né metodi di rilevamento. Infatti, nonostante l’Auditel sia un servizio di interesse pubblico, che influenza fortemente le scelte editoriali delle tv, essendo gestito da una società privata non può essere soggetto a controlli, anche in contraddizione con la legge 249 che attribuisce all’Autorità per le Telecomunicazioni la competenza della supervisione della raccolta degli ascolti.
Un fatto che, unito ai reclami delle piccole televisioni che si considerano penalizzate dai dati Auditel a favore delle tv nazionali, perché tali dati dirottano le risorse pubblicitarie solo sui grandi network, contribuisce a blindare il sistema televisivo in un soffocante duopolio.
Il fatto nuovo è che queste critiche da esperti del settore cominciano ad essere oggetto di dibattito pubblico grazie a due eventi. Il primo è l’uscita di un libro di Roberta Gisotti – giornalista di Radio Vaticana – intitolato “La Favola dell’Auditel”, (Editori Riuniti, pp. 158, 12 euro), che spiega con dovizia di particolari la sua crociata contro l’Auditel mettendone in dubbio affidabilità e imparzialità. Il secondo è che l’Associazione Megachip ha avviato una campagna di informazione nazionale sull’Auditel – sarà presentata domani alle 11,30 presso la Fnsi di Roma – come prima iniziativa di un progetto di ricerca sulla qualità e l’autonomia del mondo dell’informazione.

Caccia alle famiglie Auditel
La caccia alle famiglie Auditel serve proprio a capire se i televisori siano accesi senza che nessuno li guardi, come nel caso di chi la televisione la usa come sonnifero lasciandola accesa, e se, per favorire questo o quell’amico si manovri il rilevatore distorcendo gli ascolti. In questa curiosa caccia all’Auditel i due giornalisti citano almeno un paio di clamorose incongruenze del sistema di rilevamento. La prima è che l’Auditel tra il 16 e il 18 novembre del 1998 avrebbe registrato la presenza di 300 mila spettatori sintonizzati su un canale locale mentre questo non trasmetteva perché chiuso dalla magistratura. Il secondo dato curioso è che il 15 luglio del 2000 l’Auditel non avrebbe registrato alcuna variazione nel gusto del pubblico in occasione dell’interruzione per pioggia del programma all’aperto di Mara Venier e Katia Ricciarelli, durante la quale fu trasmesso per un quarto d’ora il solo segnale orario. E si chiedono: “possibile che il pubblico sia così affezionato da rimanere davanti a un televisore acceso che non trasmette niente”?

Conoscere la verità sull’Auditel non è questione di poco conto se si pensa che è in base all’audience televisiva che si stabilisce quanto costa la pubblicità all’interno di ogni singola rete e di ogni singolo programma.

Viceversa, con questi dati le televisioni sono in grado di valutare la performance, ovvero il gradimento dei propri programmi e stabilire il prezzo per gli investori. Fatto assai importante perché è dalla raccolta pubblicitaria che la tv genera la maggior parte delle risorse per le proprie produzioni. Pochi ascolti generano poca pubblicità e poca pubblicità spesso equivale alla chiusura del programma. Però se l’Auditel è responsabile della sorte di direttori, autori e consulenti, può anche fare la fortuna di una trasmissione che “per caso” vince la battaglia degli ascolti obbligandoci a sorbircela all’infinito. Vi viene in mente qualche esempio?