Miglioramenti e innovazione grazie agli utenti-programmatori. Una
condivisione lontana dallo «spazio aperto» del freesoftware di Linux. La
nuova strategia dello «Shared Source Programme» spiegata da Fabio Falzea,
Peter J. Houston e Jason Matusow, dirigenti della società di Bill Gates
ARTURO DI CORINTO
Il Manifesto – 12-Ottobre-2002

Via degli Uffici del Vicario, numero 43. Sede di Microsoft Italia a Roma.
L’invito è per un incontro informale con alcuni top manager di Microsoft
Corporation, nato dopo la lettura di una piccola inchiesta sul «movimento
del software libero» apparsa in settembre su queste pagine. I manager
arrivano tutti insieme: Fabio Falzea, direttore italiano del Corporate
Marketing, Peter J. Houston direttore delle strategie di MS-Windows, Jason
Matusow, responsabile dello Shared Source Programme di Microsoft. Ad
accompagnarli Jennifer Todd, analista di comunicazione strategica per la
Waggener Edstrom. Lingua dell’incontro: l’inglese. I manager della
Microsoft tengono a precisare che l’invito è «per uno scambio di idee». E’
chiaro però che il tema dominante riguarda Linux, il sistema operativo che
secondo molti analisti è diretto concorrente con quello prodotto dalla
società di Bill Gates, e la strategia per contrastare il movimento del
freesoftware. All’unisono i manager affermano: «vogliamo prendere Linux
molto seriame
nte. PerchE’ dall’esempio di Linux possiamo imparare». Ma come? Linux non
era il vostro tormento? «No, perchE’ il nostro concorrente non è Linux ma
l’Ibm. Non crediamo che il grande pubblico passerà mai da Ms-Windows a
Linux. Però per competere meglio abbiamo avviato un progetto industriale di
condivisione del codice sorgente: la Shared Source Initiative». In altri
termini, la società di Bill Gates è preoccupata del fatto che L’Ibm abbia
scelto Linux per sviluppare i suoi programmi applicativi e che il «valore
aggiunto» è rappresentato dalla consulenza organizzativa.

Il codice sorgente è l’insieme delle istruzioni che sono alla base del
funzionamento del computer e cos’è lo shared source ce lo spiega Matusow.
«Si tratta di un nuovo modello di licenza d’uso dei programmi che permette
ai clienti Microsoft l’accesso al codice sorgente pur mantenendo la
proprietà intellettuale nelle nostre mani. L’iniziativa – continua il
dirigente della Microsoft – è finalizzata a mettere la Microsoft in
condizioni di operare con più efficacia e rapidità e di favorire la
creazione di standard aperti per sviluppare nuove applicazioni e potenziare
i prodotti esistenti».

Fin qui, niente di nuovo, se non la scelta di «aprire» i propri programmi,
una decisione che appare come un vero dietrofront nella strategia
commerciale della casa madre di Redmond. Con questa iniziativa il grande
monopolista riconosce infatti che la «trasparenza» del codice consente agli
utilizzatori di conoscerlo, studiarlo e quindi dà maggiore garanzie nelle
prestazioni e della sicurezza. Inoltre gli «utenti» possono migliorarlo,
rendendo più rapidi e meno costosi gli interventi nella soluzione dei
problemi che il software potrebbe incontrare nella sua applicazione. Detto
altrimenti, il lavoro distribuito di tanti programmatori che agiscono come
una community garantisce una fonte inesauribile di innovazione.

Ma se queste sono le premesse, perchE’ non aderire direttamente alla
filosofia dell’open source? In fondo si tratta della stessa cosa. O no? E
se sì perchE’ avviare lo shared source program? Houston e Matusow
rispondono che i motivi sono due: il primo è che l’open Source non
garantisce un livello adeguato di protezione dei diritti di proprietà
intellettuale sul software. Il secondo è che l’open source non garantisce
«adeguati ritorni di carattere economico». Houston sostiene che la
proprietà intellettuale va adeguatamente protetta perchE’ è attraverso di
essa che l’industria si garantisce le risorse per continuare ad innovare la
tecnologia e a «produrre profitti per la tutta la filiera di programmatori
e rivenditori». Al contrario, conclude, dell’open source. Secondo i
rappresentanti di Microsoft, lo «shared source permette di dare risposte
adeguate ai clienti che chiedono di essere coinvolti nel processo di
sviluppo del software. Con questo tipo di contratto commerciale sono
inoltre protetti i proventi derivan
ti dal copyright». La prima obiezione è che anche il software libero rende
possibile «il fare impresa», basti riflettere sul numero, relativamente
elevato, di piccole e medie aziende che fanno affari con Linux.

Un’opinione non condivisa dai tre dirigenti della Microsoft, che
sottolineano il fatto che gli unici guadagni nell’open source provengono
dall’assistenza e dalla manutenzione: servizi che hanno costi tanto elevati
da rendere diseconomico l’utilizzo di software open source anche se
acquistato a basso costo. Ma i tre dirigenti ripetono continuamente che per
un’azienda di software il patrimonio principale, il core assett, da
difendere è «la proprietà intellettuale. Per Microsoft – spiega Houston –
la questione è trovare un punto di equilibrio tra i benefici derivanti
dalla creazione di una community intorno ai suoi prodotti e allo stesso
tempo tutelare la proprietà intellettuale». Per Houston, le community
informali di programmatori non possono sostituirsi all’organizzazione
aziendale nel creare prodotti efficienti e utili. Per il dirigente, Linux e
i prodotti Gpl non saranno «in grado di garantire il networking e
l’interoperabilità fra sistemi diversi come il pc casalingo, le workstation
aziendali, gli apparat
i mobili e da taschino».

Fin qui è chiaro il punto di vista della Microsoft: Linux non può competere
con Microsoft e Microsoft non è interessata a competere con Linux. E
tuttavia la strategia dello shared source program tende a contrastare la
diffusione di una attitudine – la scrittura cooperativa del software e la
sua libera diffusione – egemone su Internet, che ha messo in discussione un
modello di circolazione del sapere basato su una centralizzazione della sua
distribuzione. In altri termini, per Microsoft, ci deve essere un centro
che definisce le regole di accesso, mantenendo al tempo stesso il controllo
sulla produzione di sapere. Lo shared source sembra quindi la risposta a
comportamenti sociali – la cooperazione, il dono, lo scambio, il riuso del
codice e delle informazioni – di cui Gnu/Linux è l’esempio paradigmatico.
La strategia della Microsoft è tuttavia, come l’ha definita Franco Carlini
su il manifesto del 6 ottobre, una «terza via» tra software proprietario e
open source.

Una prima perplessità: se il codice sorgente rimane di proprietà della
Microsoft, qualsiasi innovazione prodotta nell’economia di rete innescata
dalla scoietà di Bill Gates sarà a suo vantaggio. In primo luogo, perchE’
continuerà a detenere la proprietà intellettuale, riducendo al tempo stesso
e radicalmente gli investimenti in ricerca e sviluppo. Ricerca e sviluppo
che saranno delegati implicitamente ai suoi clienti, i quali, conoscendo il
codice sorgente, lo miglioreranno. Per di più, è evidente che uno degli
obiettivi della Microsoft è di renderli più fedeli . Una «fidelizzazione»
come la chiamano gli economisti che altro non è che una nuova dipendenza
nel senso in cui la intende Jeremy Rifkin ne L’era dell’accesso. Secondo lo
studioso americano infatti la partita del futuro non si gioca sul possesso
ma sull’accesso a beni, merci e servizi, sia che si tratti di comunicazione
a distanza, che un videogame, l’uso di un editor di testi. Non si acquista
più il bene o la merce, ma si paga un gettone per usarle.

E veniamo alla qualità dei prodotti. Quella del software targato Microsoft
è stata ripetutamente criticata e stigmatizzata. Rendere partecipi i
clienti del codice sorgente permetterebbe anche di migliorare la qualità
del software. In altri termini, Microsoft vorrebbe fare ciò che è riuscito
nella produzione del software libero: cooperare per scrivere dei buoni
programmi.

Il software libero si è diffuso grazie alla convinzione che la conoscenza,
l’intelligenza inserita nei programmi per computer è di tutti e che come
tale vada condivisa. Inoltre, si è diffuso perchE’ è affidabile e scriverlo
insieme è divertente. E’ questo lo rende un fenomeno sociale. Non solo.
Alla base del software libero c’è da sempre l’idea che da questa conoscenza
comune ciascuno può sviluppare il proprio modello di «business
profittevole». Ormai ci sono decine di pubblicazioni, seminari, libri che
dimostrano che software libero non è sinonimo di gratuità. Può sembrare
contraddittorio, ma è ormai certo che orami il rifiuto del copyright è
agitato anche da chi vuole sviluppare un business nei territori di
frontiera della net-economy.

Microsoft sa meglio di chiunque altro che la vera battaglia commerciale si
gioca sugli standard (specifiche tecniche che si portano dietro tutto un
mondo di idee, valori e comportamenti d’uso) che, una volta imposti, sono
duri da cambiare. Il software libero rappresenta un nuovo treno che si
inoltra su un territorio da conquistare, ma questa volta la Microsoft non
si affanna a rincorrerlo, ma gli attacca semplicemente un altro vagone.
Quello dello shared source, appunto. I dirigenti della Microsoft sono
sintetici: «la qualità del software è un nostro obiettivo da sempre».

Altro argomento spinoso. Si tratta delle pressioni esercitati da governi e
istituzioni di molti paesi sempre più preoccupati di non controllare
direttamente gli strumenti della governance elettronica; e soprattutto il
timore che in alcuni paesi, come l’Italia, possa essere introdotto per
decreto il software open source nella Pubblica Amministrazione, nella
scuola, negli ospedali. Un timore confermato da Fabio Falzea, che afferma
di temere le iniziative di legge, come quella del senatore Fiorello
Cortiana, che prevedono l’adozione dell’open source nel settore pubblico.
Per il dirigente di Microsoft Italia, è una legge che, se venisse
approvata, distorcerebbe il mercato e la concorrenza.

L’incontro è quasi giunto al termine e vale la pena di riassumere i temi
affrontati: lo shared source non viene presentato come l’ennesima patch
aggiunta a un sistema ormai difettoso, quello del copyright sulle idee, ma
una strategia di marketing volta a «fidelizzare» il cliente trasformandolo
da utilizzatore in «partner» e scaricando all’esterno i costi della ricerca
e dello sviluppo, guadagnandoci in immagine e riposizionando il proprio
marchio (rebranding) sul mercato della proprietà intellettuale.

Falzea, come Houston prima di lui, ripete l’adagio. «Non temiamo la
competizione, anzi la cerchiamo, perchE’ è il motore dell’innovazione, ma
all’interno di un mercato libero da condizionamenti di carattere politico».
Ovvia l’obiezione che l’Italia non è un paese dal libero mercato e che anzi
c’è un chiaro abuso di posizione dominante nel campo dell’editoria e della
comunicazione, che rende il nostro paese una vera e propria anomalia fra i
paesi democratici: anonalia dovuta al conflitto d’interessi del presidente
del consiglio. Silenzio in sala. Imbarazzo c’è anche quando viene chiesto
se è cambiato qualcosa nelle strategie Microsoft dopo l’attacco alle Twin
Towers? O meglio: se è vero che che i terroristi possono usare Internet per
colpire le infrastrutture energetiche, dei trasporti, della difesa, vi
sentite chiamati in causa circa le questioni della sicurezza? La risposta è
un secco no. Per Houston «il problema è nel network, nelle infrastrutture
di comunicazione, e non riguarda Microsoft». E sulla probabi
le guerra contro l’Iraq? «Scusa ma che c’entra?», rispondono quasi
all’unisono. C’entra col fatto che i computer professionals sono spesso dei
liberal, e più di una volta si sono pronunciati contro la guerra e la
limitazione delle libertà civili. Possibile che non ci siano ripercussioni
anche all’interno della Microsoft? «I nostri professionals lavorano duro,
sono efficienti. Alcuni di loro fuori dell’azienda sono impegnati in
attività sociali, ma quando si lavora, si lavora…».