freesoftware
IL MANIFESTO del 01 Settembre 2002
ARTURO DI CORINTO

Il vento del software libero soffia, a partire dagli anni ’90, anche
sull’Italia. Ne vengono scossi dipartimenti universitari e centri
sociali. Ma da oggi, al pluralismo informatico si interessano anche
istituzioni, pubblica amministrazione e scuola

Dopo la diffusione in rete del kernel Linux e successivamente alla sua
integrazione nel progetto GNU di Richard Stallman, il vento del software
libero comincia a scuotere anche l’Europa e l’Italia. All’inizio degli
anni `90, nel Belpaese erano gemmate le prime comunità di condivisione
del software, raccolte intorno ai BBS – Bulletin Board Systems (le
bacheche elettroniche di vecchia memoria) partecipanti alle reti
Fidonet, Cybernet, Freaknet; successivamente fioriscono gruppi informali
e associazioni e vengono inaugurati i primi LUG, i Linux User Group, e
gli hacklab. I LUG (ce ne sono ben settantanove in Italia distribuiti su
tutto il territorio nazionale dal Triveneto alle isole), nascono nelle
facoltà di ingegneria e informatica dall’interessamento di giovani
studiosi ma anche attraverso le relazioni amicali, in rete, fra
programmatori e militanti telematici. Gli hacklab crescono invece a
ridosso dei centri sociali, impegnati da tempo nella socializzazione
della cultura informatica, come nel caso del Loa Hacklab di Milano
(www.autistici.org/loa) culla del progetto Autistici/Inventati
(www.inventati.org) e del Forte Prenestino di Roma
(www.forteprenestino.net), casa dello storico gruppo telematico di
Avvisi Ai Naviganti (Avana.net). Il caso del Loa è emblematico, così
come si evince dalla presentazione dell’hacklab: «Resuscitare vecchi
computer, costruire reti di ogni tipo. Fare arte digitale, grafica,
giochi. Costruire robot che fanno cose inutili, ma magari solo belli da
vedere. Fare seminari e promuovere iniziative per diffondere usi
alternativi coscienti e sociali delle nuove tecnologie (ma anche di
quelle vecchie) e della telematica. Smuovere opinioni per fermare chi
vuole ostacolare la libertà in ogni sua forma. Costruire strumenti di
espressione e comunicazione al servizio di chi vuole usufruirne.
Diffondere cultura e controinformazione con tutti i mezzi che conosciamo
e che andremo ad inventarci». Questa introduzione sintetizza bene lo
spirito degli hacklab italiani (dai 5 ai 50 partecipanti ciascuno), che
sono ormai circa 12 in tutta la penisola.

Nel 1994 nasce la Italian Linux Society (www.ils.org), associazione
senza scopo di lucro che promuove e supporta iniziative e progetti in
favore della diffusione di GNU/Linux e del software libero in generale.
ILS, il promotore del Linux Day, dopo il successo dello scorso anno ha
indetto per il prossimo 23 novembre il Linux Day 2002 – seconda giornata
nazionale di Linux e del software libero.

Nel novembre 2000, con l’obiettivo di diffondere il software libero e di
fare una corretta informazione sull’argomento, sale alla ribalta
l’Associazione Software Libero (www.softwarelibero.it) che prende una
dura posizione contro l’applicazione del bollino SIAE su prodotti di
liberi programmatori contrari al copyright.

Nel maggio 2002 l’associazione diventa affiliata italiana della Free
Software Foundation Europe (www.fsfeurope.org).

Assoli, insieme ad ILS e riviste di settore come Punto Informatico,
propongono e rilanciano l’adozione del free software nella scuola e
nella pubblica amministrazione (P.A.) con una racolta di firme a
sostegno della proposta di legge del senatore dei senatori Fiorello
Cortiana (Verdi), Antonello Falomi (DS) ed altri, che porta il nome
ufficiale di «Norme in materia di pluralismo informatico, sulla adozione
e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti
informatici nella Pubblica Amministrazione»
(http://softwarelibero.it/documentazione/firme_cortiana.pdf).

Il motivo, come ha spiegato il presidente di Assoli Simone Piccardi è
che: «Riteniamo fondamentale per la cosa pubblica, promuovere l’uso di
formati standard e l’impiego di software libero per la Pubblica
Amministrazione […] se la proposta di legge diventasse effettiva i
benefici in termini di riduzione dei costi, di apertura all’utenza e di
libertà per la Pubblica Amministrazione saranno notevoli.» Dichiarazione
a cui ha fatto eco Davide Cerri del Consiglio Direttivo di ILS:
«L’importanza crescente che l’informatica e la telematica, e quindi il
software, assumono e assumeranno nella società e le particolarità che ne
rendono spesso difficile l’inquadramento in schemi tradizionali rendono
necessaria una riflessione in proposito per cercare di approfondire le
questioni non solo economiche ma anche etiche, sociali, legate alla
libertà e ai diritti del cittadino. Questo è particolarmente importante
nel caso della Pubblica Amministrazione».

Come è norma nella storia delle idee non sono i primi e non saranno gli
ultimi a fare proposte di questa natura: sia perché – in risposta a
un’esigenza diffusa – nelle scuole (come a Guidonia, in provincia di
Roma) già si insegna l’uso del software libero: quanto perché alcune
reti civiche (accade, per esempio, a Parma), già da diversi anni
propongono banche del software libero e ambienti di comunicazione
sviluppati con software non proprietario.

Ma la proposta più compiuta al riguardo fu fatta nel 1998 dal professore
Raffaele Meo del politecnico di Torino che aveva inviato al ministero
per la ricerca scientifica e tecnologica la proposta di un’iniziativa
nazionale di ricerca e sviluppo nell’area del software libero. Dopo un
ampio dibattito in seno al Forum per la Società dell’Informazione (FSI),
fu presentata alla presidenza del consiglio. La proposta, orientata agli
stessi obiettivi di valorizzazione e promozione del software libero, era
rivolta alla costruzione di una linea di moduli per la scuola, allo
sviluppo di programmi per la Pubblica Amministrazione e alla
collaborazione con i paesi in via di sviluppo incentrati sul software
non proprietario (riproposta in Meo e Berra, 2001).

Come altre proposte del genere era ben presto caduta nel vuoto, vuoi per
la fine ingloriosa del FSI vuoi perché la società non era ancora matura
per recepirla. E vuoi, ancora, perché i destinatari di quella legge,
cioé i partiti, il parlamento e le istituzioni di ricerca avrebbero
dovuto ammettere – accettandola- il fallimento di una intera politica
industriale che con la dismissioni dell’industria informatica italiana
aveva reso il paese dipendente da software proprietario, costoso, non
sempre di buona qualità e sviluppato altrove.

In ogni caso oggi la situazione è piu’ avanzata di quello che si
potrebbe credere. Non solo perché comuni e regioni (segnatamente Firenze
e la regione Toscana) si sono già espressi favorevolmente sull’adozione
del software libero nella PA e hanno promulgato dispositivi di legge in
tal senso, ma anche perché – proprio in questi giorni – il loro esempio
viene seguito anche da altri enti locali come la provincia di Pescara e
il comune di Lodi.

Non si tratta di obiettivi semplici e i timori che non assumano
carattere nazionale sono fondati. Fonti parlamentari, infatti, hanno
reso noto che nelle audizioni tenutesi al senato nel luglio scorso,
alcune case produttrici di software proprietario hanno fatto una pesante
azione di lobbying per arginare il fenomeno della diffusione del
software libero: innanzitutto cercando l’assicurazione che esso non
venga adottato per legge nella scuola pubblica. Chissà cosa ne pensano
la riformatrice Letizia Moratti e soprattutto il ministro per
l’innovazione tecnologica Lucio Stanca: ex dirigente dell’Ibm, membro
eterodosso del governo e tecnico rispettato anche dall’opposizione,
chissà che non possa trovare il giusto punto di equilibrio per favorire
la crescita del paese e della società italiana attraverso una scelta
coraggiosa. Quell’adozione del software libero nella PA, che molti
aspettano da tempo.

(4/fine)