Radio Gap, molte voci per raccontare “Le parole di Genova”
ARTURO DI CORINTO
il manifesto – 29 Gennaio 2002

Davanti a un pubblico eterogeneo, venerdì scorso abbiamo assistito alla presentazione del libro Le parole di Genova curato da Anais Ginori e dai free-lance della redazione di Radio Gap (Global Audio Project, www.radiogap.net).

Il libro, edito dalla Fandango edizioni – pp 132, 10 Euro – è in un certo senso unico nel suo genere, perché è un testo “in presa diretta” sul movimento dei movimenti riunitosi a Genova. Unico perché nelle sue pagine sono state “rilegate” le registrazioni del Forum Un altro mondo è possibile – la radiocronaca degli eventi genovesi è affidata al cd-rom allegato – e quindi racconta con le parole vive dei suoi partecipanti la complessa semplicità delle proposte lì avanzate, e affida ai ritratti sereni, innamorati o increduli di Tano D’amico il compito di suggerire la ricchezza composita di quel popolo che a Genova si è incontrato per rivendicare un mondo migliore. Anche la presentazione è stata unica nel suo genere, con gli attori Giuseppe Cederna e Regina Orioli che hanno letto alcuni dei passaggi contenuti nel testo, per poi lasciare spazio alle immagini successive all’irruzione nella Diaz e accompagnarci per mano all’ascolto assorto della testimonianza radiofonica di uno degli “ospiti” pestati nella caserma di Bolzaneto mentre sullo schermo correvano le fotografie festose e quelle brutali delle giornate genovesi.
Un evento emozionante e da ripetere, forse, per dire quello che lì è stato solo accennato, il conflitto fra i media indipendenti e quelli “ufficiali” chiamando al confronto il convitato di pietra dell’informazione corporativa.
E lo spunto potrebbe essere proprio una riflessione a tutto campo sul ruolo che l’informazione independente ha avuto a Genova.
Innanzitutto per ragionare sul fatto che il successo della ricetta cucinata a Genova dai media autogestiti ha pochi, semplici ingredienti. Tanto per cominciare, la capacità di rappresentare gli eventi da un punto di vista “interno” grazie alla presenza di un esercito di operatori indipendenti, hobbisti e freelance, pronti a catturare il momento e restituirlo con l’intensità comunicativa delle emozioni vissute. Eppoi la traduzione in formato binario dell’informazione ver so Internet, confezionata da “apprendisti comunicatori” che hanno dimostrato di imparare in fretta.
Infine, la velocità dell’attivazione di una “filiera produttiva” che, se da un lato ha bruciato sul tempo l’informazione istituzionale diventando un punto di riferimento per tutti, ha pure consentito di creare una forte sinergia fra i media stessi.
Tutti elementi questi che avranno effetti duraturi sull’informazione come sistema di produzione di senso, a cominciare da come si percepisce chi la fa e che non si accontenta di delegarla ad altri.
In primo luogo per l’annullamento della distanza fra l’avvenimento e la sua comunicazione e quindi l’impossibilità di agire il distacco ritualizzato di un giornalismo di convenienza; la moltiplicazione del “punto di vista” e la presenza pervasiva di un “occhio pubblico” sugli eventi; il riconoscimento della “professionalità” dei “comunicatori-hobbisti” da parte degli inviati professionisti e, infine, l’importanza della circolazione libera dell’informazione. Ma un incontro del genere dovrebbe pure chiarire altre questioni. La prima è la distinzione fra i media indipendenti e quelli di movimento, secondo una definizione che comincia a stare stretta un po’ a tutti; pensare che essere un media “ufficiale”, cioè una testata giornalistica registrata, non implica sempre la produzione di una informazione di cui sospettare e che non è vero che essere operatori salariati della comunicazione significa essere scorretti o incapaci di sostenere le proprie idee dentro una redazione. E riconoscere che essere un media di movimento non è sempre sinonimo di qualità, la quale implica il consolidamento del meccanismo produttivo della notizia e la capacità di interloquire anche con un pubblico inatteso.
La sfida è grande perché Internet,pure se usata come una radio, non è ancora per tutti, perché si legge poco e perché le immagini dei telegiornali hanno ampiezze di pubblico difficilmente intaccabili, e cominciare a pensare che qualche volta coi media mainstream sarebbe utile “fare sponda” anziché entrare in conflitto in maniera pregiudiziale.