Un lavoro mordi e fuggi

ARTURO DI CORINTO
Il Manifesto – 16 Novembre 2001

Dallo storico sito Internet “McSpolight”, McDonald’s al microscopio. Si moltiplicano le forme di campagne d’opinione e aumentano le cause intentate dai lavoratori che utilizzano la rete per organizzare le loro battaglie “nologo”

La McDonald’s Corporation, il gigante mondiale del panino che ha inventato un sistema di produzione di cibi globale, veloce e altamente standardizzato, impiega un milione di persone che, secondo i manager dell’azienda, non guadagnerebbero altrimenti, e per questo afferma di dare un’importante opportunità d’impiego a giovanissimi e studenti-lavoratori. Quello che i “benefattori” della McDonald’s non dicono è che negli ultimi anni si sono decuplicate le cause che questi lavoratori hanno intentato all’azienda accusandola di discriminazione sessuale e razziale sul posto di lavoro, di scarse condizioni igieniche e di sicurezza nelle cucine, di eccessivo ricorso agli straordinari e di comportamento antisindacale, nonché di paghe da fame: molto al di sotto degli standard dell’industria della ristorazione.
E’ così che secondo i lavoratori, la McDonald’s, oltre ad aver inventato un nuovo modo di fabbricare panini, ha creato i McJobs’, considerati il prototipo di ogni tipo di lavoro sfruttato e sottopagato (www.mcspotlight.org/issues/employment).
Quello dello sfruttamento dei lavoratori è solo uno dei motivi per cui il 16 ottobre si celebra la giornata internazionale contro la McDonald’s, che è anche la ricorrenza della più vasta campagna di protesta supportata via Internet da quando, nel ’96, Helen Steel e Dave Morris lanciarono il sito Internet McSpotlight (McDonald’s al microscopio), usando un pc portatile fuori di un ristorante della famosa catena di fast food in Central London (www.mcspotlight.org).

La campagna era cominciata dopo la citazione a giudizio dei due attivisti di Greenpeace London per aver pubblicato nel 1985 il volantino “Cosa c’è di sbagliato in McDonald’s” in cui accusano la multinazionale di crudeltà verso gli animali, di vendere cibo non salutare, di plagiare i bambini con la pubblicità, di distruggere le foreste e, infine, di attentare ai diritti dei lavoratori (www.tmcrew.org). Il volantino ebbe una diffusione tale che i due furono citati a giudizio dalla compagnia la quale per screditare l’operato degli attivisti decise di assumere un famosissimo avvocato inglese, stampare 300 mila volantini e impiegare sette investigatori privati per infiltrare il loro gruppo e seguire fin dentro casa le mosse dei due lillipuziani che si battevano contro di loro, il golia della ristorazione mondiale. Da questa contrapposizione originò il famoso processo McLibel durante il quale però i due giovani trovarono l’appoggio di alcuni deputati laburisti e di un movimento d’opinione che ha finora sostenuto gli attivisti con sit-in e manifestazioni di piazza, raccogliendo fondi per le spese legali del processo e proteggendoli dalle minacce alla loro incolumità fisica.
Ma i due l’hanno spuntata. Al termine del processo, il più lungo della giustizia civile inglese, al giudice Bell ci sono volute due ore per leggere la sentenza che decretava che Helen and Dave avevano provato che McDonald’s “sfrutta i bambini” con la sua pubblicità, mentisce quando dice che il suo cibo è nutritiente, mette a rischio la salute dei suoi clienti abituali ed è “colpevolmente responsabile” di crudeltà verso gli animali. Inoltre è “strongly antipathetic” verso i sindacati e paga troppo poco i lavoratori.
Eggià, i panini di McDonald’s costano così poco che da qualche parte dovranno pure risparmiare, sulla qualità dei cibi e sulle paghe dei lavoratori che infatti restano bassissime.
Non sorprende allora che il ricambio del personale da McDonald’s sia molto alto, un fatto che insieme all’ossessivo comportamento antisindacale dell’azienda rende virtualmente impossibile sindacalizzarsi e lottare per migliori condizioni di lavoro.
Perciò molti lavoratori hanno dato vita alla Workers Resistance Against McDonald’s – www.wram.cjb.net – con l’obiettivo di sindacalizzare tutti i ristoranti della catena al suono di “dignity, decence, respect”. E la prima cosa che chiedono è che la compagnia spenda parte dei due miliardi di dollari annui di pubblicità aziendale in iniziative volte a migliorare le loro condizioni di lavoro.
Però, nonostante il severo giudizio del processo e un’opposizione crescente al modello McDonald’s, nel ’99 la casa editrice Baldini&Castoldi pubblica McDonald’s una storia italiana, dove si legge: “il successo di McDonald’s non è determinato dal Big Mac o dalle patatine, essi ne solo una componente. Potrebbe essere qualsiasi altro prodotto, quello che offre McDonald’s è l’esperienza globale: una formula semplice e popolare, basata su prodotti di altissima qualità, sorriso, pulizia totale, in ristoranti riconoscibili, luminosi, dove si può entrare a qualsiasi ora, pagando un prezzo estremamente conveniente” […] “un prototipo del successo del capitalismo americano… ristoranti simboli di uno stile di vita, paradigmi di comportamenti sociali, esempi di solida ed efficiente organizzazione industriale”.
Si capisce allora perché gli attivisti dicono che la loro lotta riguarda le multinazionali e la loro sfera di influenza nella vita di ciascuno e non è solo una questione di hamburgers. La campagna anti-Mac si presenta come una battaglia no-logo contro il branding globale e il marketing pinocchio. Una battaglia che gli attivisti anti-Mac combattono efficacemente sullo stesso terreno che ha fatto grande l’azienda, quello della comunicazione.

Anche quest’anno, infatti, gli attivisti e i lavoratori hanno dato vita a sit-in fuori degli uffici della multinazionale, a dimostrazioni nelle strade e ad azioni lampo dentro i ristoranti della catena, a Roma, Milano, Melbourne, Londra e Mosca, diffondendo volantini, offrendo cibo biologico e invitando i lavoratori allo sciopero.
Usando Internet gli attivisti sono riusciti a portare le loro ragioni oltremanica e sono ormai moltissimi i gruppi che hanno aderito alla campagna anti McDonald’s. Solo in Italia sono circa 20 i siti che vi partecipano. Su ciascuno si trova la documentazione dei “crimini” della McDonald’s raccontati da esperti, manager della stessa azienda e testimoni del famoso processo Mclibel, la versione stampabile dei volantini che elencano i motivi del boicottaggio, persino le tavole a fumetti che spiegano ai più piccoli perché è meglio non mangiare da McDonald’s (www.ecn.org/tmcrew/pdf/fumettomcdonalds.PDF).
Sul sito Mcspotlight invece c’è proprio di tutto: i comunicati stampa e le dichiarazioni dei protagonisti della campagna, le immagini della street parade londinese anti-Mac, quelle della polizia antisommossa davanti ai ristoranti della catena, di picchetti e dimostrazioni addirittura a Pechino e a Mosca, una raccolta di vignette satiriche, interviste a dietologi e medici, libri e studi, la contropubblicità dei manifesti di McDonald’s ritoccati con l’indirizzo di mcspotlight, le prove e le trascrizioni del processo McLibel. Ma anche un video documentario diretto da Ken Loach che si può comprare via Internet pagando 13$ se occupato, 10 se disoccupato (www.spanner.org/mclibel/film/vdo/index.htm).
Insomma un esempio da manuale di come si può condurre una campagna d’opinione quando non si hanno i mezzi economici di una multinazionale, usando la rete.