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Il punto in cui inizia la libertà
Arturo Di Corinto
per Ilsole24ore – Nòva

Quando tutto va bene, digital divide a parte, Internet offre l’accesso a una varietà di tecnologie che consentono inedite possibilità di comunicazione, creatività e innovazione. Ciò avviene attraverso la cooperazione, il decentramento e l’accesso pubblico ai suoi contenuti. Queste tecnologie che ridefiniscono le condizioni sociali di espressione però dipendono tutte dal grado di apertura della rete. Internet non è di per sé un’agorà aperta a tutti, piuttosto, è stata progettata per poterlo essere, e la sua apertura o chiusura dipendono sia dagli standard tecnici che dalle leggi che la regolano.
Oggi purtroppo accade che la regolamentazione di Internet in alcuni stati tenda a restringere il libero flusso di informazioni e che l’accesso ai suoi contenuti venga impedito da standard tecnici che limitano tale apertura, come nel caso dei DRM e degli standard proprietari. I due fatti insieme determinano la creazione di scarsità artificiale dei beni pubblici globali fruibili attraverso la rete.
E’ chiaro perciò che l’apertura, e la mancanza di apertura della rete, ha implicazioni sociali, commerciali e culturali che sono tra loro fortemente interrelate.
Non a caso l’apertura della rete Internet, la sua “openness”, è uno dei quattro temi principali dell’Internet Governance Forum Italia di Cagliari (22-23 ottobre), insieme alla sicurezza, alla diversità e all’accesso. Il tema è intimamente legato alla libertà d’espressione che in un mondo iperconnesso e digitalizzato non riguarda più soltanto la libertà di parola.
Lo scopo ultimo della libertà d’espressione consiste infatti nel creare una cultura democratica nella quale gli individui siano liberi di creare, innovare e partecipare al processo di costruzione di senso che li identifica in quanto individui e cittadini portatori di diritti.
Ma oggi le stesse tecnologie che consentono alle imprese di allargare i mercati e fare nuovi profitti consentono agli utenti di appropriarsi dei contenuti dei media e di aggirarne gli intermediari e questo ha delle conseguenze importanti dal punto di vista della libertà di esprimersi.

E’ per questo che l’openness non riguarda solo la difesa della libertà di parola, la lotta all’intolleranza e la libertà dei media online, ma riguarda la libertà di creare cose nuove da quelle esistenti. Questo non vuol dire che l’apertura della rete dia a qualcuno il diritto di prendersi ciò che non è suo ma di poter creare qualcosa di nuovo da ciò che è già disponibile. E’ questo il senso dell’iniziativa dei creative commons come della proposta degli indiani di IT for change che chiedono all’Icann di creare un dominio “.pd”, public domain, per identificare facilmente dati pubblici, informazioni e conoscenze liberamente disponibili alla creatività di tutti.
E’ evidente infatti che se una regolamentazione del copyright troppo rigida non mi permette di accedere a certi contenuti il mio diritto a conoscere, apprendere e impartire informazioni ne sarà indebolito; se non posso riprodurre, criticare e comunicare tali informazioni la mia libertà d’espressione sarà pregiudicata; e se non posso difendere la mia privacy nel farlo, sarò indotto all’autocensura.

Se consideriamo sbagliato che gli utenti della rete trovino legittimo appropriarsi di tutto ciò che la rete offre è ugualmente sbagliato che le major e le Telco adottino strategie che danneggiano seriamente la libertà d’espressione, riducendo la creatività individuale per promuovere i consumi. La gestione dei diritti digitali, i DRM, ad esempio, è una strategia di gestione dell’accesso ai contenuti digitali, anche di quelli regolarmente acquistati, che limita e danneggia i diritti dei fruitori. Tutti ricordano il caso eclatante del rootkit della Sony, un DRM per la protezione anticopia dei dischi che modificava in maniera occulta il funzionamento del sistema operativo del legittimo acquirente.

E’ anche vero che senza la trasparenza e la tracciabilità dei comportamenti illeciti è difficile applicare leggi. Ma non è lecito farlo violando il diritto come è accaduto nel caso della Baia Pirata e di Peppermint.

E’ per questo che il diritto alla privacy, alla sicurezza, alla reputazione, alla cultura e alla proprietà non possono fare a meno dei governi, ma i governi non possono fare a meno dei cittadini che nei loro rispettivi ruoli vanno coinvolti nella definizione della governance di Internet, delle sue leggi e dei suoi protocolli. E questo è il senso della proposta dell’Internet Bill of Rights che forse vedrà la Regione Sardegna esserne protagonista durante il Il Dialogue Forum on Internet Rights 2 del 24 ottobre.

Se internet ci aiuterà a creare una società più armoniosa lo vedremo, intanto è importante dire che questo processo, come ogni processo democratico, non è, e non sarà, lineare e armonioso, anzi sarà necessariamente caotico e cacofonico, e come tale andrà accettato.

BOX

2008 – Baia Pirata: il caso del sequestro preventivo di un sito considerato colpevole di facilitare lo scambio di materiale coperto da copyright obbligando i provider a cambiarne il DNS per renderlo irraggiungibile.

2007 – Peppermint: il caso di una società svizzera che ritenendo di poter identificare lo scambio di musica illegale in base al traffico generato dagli utenti chiedeva un compenso economico al posto della denuncia.

2005 – Creative Commons Search: Yahoo! lancia un motore di ricerca dedicato all’indicizzazione e al reperimento di materiale licenziato sotto la formula Creative Commons di “Alcuni diritti riservati”

IGF-Italia
Il 22 e il 23 ottobre si svolge a Cagliari l’Internet Governance Forum Italia con lo scopo di definire la posizione italiana sul futuro di Internet che sarà discusso a livello planetario sotto l’egida dell’ONU a Hyderabad, India, dal 4 al 6 dicembre prossimi.
Il 24 ottobre a Cagliari si svolgerà Il Dialogue Forum on Internet Rights 2.