Chi sono, cosa pensano e cosa vogliono i nuovi soggetti conflittuali della rete
Arturo Di Corinto
per LOOP magazine – aprile 2012

Prima c’era l’activism. L’azione diretta che si concretizzava negli scioperi, nei cortei, e nell’occupazione di strade (reclaim the streets), piazze ed edifici. Poi è venuto l’hack-tivism, l’azione diretta in rete con tecniche di hacking, e i cortei e le occupazioni sono diventate virtuali, dal netstrike ai Distributed denial of services. Poi ancora è arrivato il mediactivism, che si è sostanziato nel racconto mediatico delle proteste di piazza e nella diffusione virale dell’informazione in rete. Infine, col web 2.0 ha fatto la sua comparsa il clicktivism, l’adesione a petizioni, mobilitazioni e proteste, reali e virtuali, con un colpo di click, senza staccare gli occhi dallo schermo del computer. Ma mentre questa nuova modalità di partecipazione coinvolgeva i grandi numeri dei social network, a compensare questa ondata di “slacktivism”, l’attivismo fannullone, cioè quello che dopo il click si disinteressa della reale entità del cambiamento prodotto, si è assistito al revival dell’hacktivism con defacciamenti, virus politici, attacchi Ddos. Cosa è accaduto? E’ accaduto che la crisi economica e finanziaria ha risvegliato la coscienza delle ingiustizie e portato singoli, gruppi e movimenti a riorganizzarsi su due fronti: la comunicazione e il sabotaggio. Che sono da sempre le due strategie di risposta all’ingiustizia proprie dei movimenti sociali in rete.

Comunicazione e sabotaggio
I movimenti sociali in rete hanno sempre avuto una grande quantità di iniziative legate alla comunicazione e il loro rapporto avanguardistico con gli strumenti ordinari della comunicazione ha prodotto le fanzine ciclostilate, le radio indipendenti, il videoteatro, il documentario politico, fino ai siti web e ai software di comunicazione gratuiti. Da Radio Alice a Seattle 1999, alle azioni di Anonymous c’è quindi un filo conduttore che passa per Indymedia, Wikileaks e il movimento Occupy Wall Street.

Gli ingredienti della messa in opera della contestazione sono uguali e diversi, rappresentano in molti casi l’evoluzione tecnica di strumenti e forme di comunicazione precedenti: personal media (dal fax ai telefoni cellulari, dai camcorder ai videotelefoni, dai siti ai blog), software gratuiti e open source per l’editing di testi, audio e video, l’ubiquità dell’accesso a Internet (dai BBS al wi-fi), e poi social network e piattaforme di blogging e whistleblowing. Tutto per una produzione di informazione indipendente, dal basso, orientata al sabotaggio dei flussi di comunicazione di un potere “che non risiede più in strutture stabili e definite” ma è organizzato intorno a dati, messaggi e informazioni.

Se la creazione di tools come software, server e servizi di messaggistica per la comunicazione indipendente ha subito un arresto con l’affermarsi dei social network e del web 2.0 – che ha portato anche i più radicali ad avere un account Facebook (il Partito Pirata) -, si sono sviluppate nuove forme di comunicazione e sabotaggio a cavallo tra l’estrazione di informazione protetta e la sua comunicazione al pubblico più ampio. E’ il caso di Wikileaks. Ottenere informazioni sensibili e offrire al pubblico quelle di cui il potere si vergogna è stata la sua arma più potente fin dalle origini. Ma prima c’erano stati gli hacker del Chaos Computer Club che negli anni ’80, penetrati nel sistema informatico del Comune di Berlino avevano acquisito le informazioni sulle case comunali sfitte per passarle al movimento dei senza casa. E hanno fatto scuola. Anche l’hacking può ricorrere alla violazione di sistemi informatici protetti (cracking) se ha un fine etico.

Ma chi sono questi soggetti del conflitto digitale? Abbastanza facile capire che sono i precari dell’informazione: grafici, promoter, pubblicitari, giornalisti, webmaster, e gli informatici. Quelli che hanno maggiore consuetudine con gli strumenti digitali: sanno scrivere, sanno impaginare, sanno “codare” il software e trovano il tempo per farlo a gratis, per una causa, per convinzione, per bisogno. Quelli che, illusi dalle magnifiche sorti e progressive della società dell’informazione, si sono ritrovati a fare un lavoro precario e malpagato. Sono quelli che, pur accedendo a un sapere comunicativo diffuso, sono sfruttati dentro la fabbrica dell’informazione e non ne possono più. Sono produttori di conoscenza, educatori, bibliotecari e insegnanti, costretti a battersi per la pubblicità del sapere e un finanziamento adeguato della scuola pubblica. Sono i programmatori che hanno rotto la gabbia dorata di un lavoro sicuro e redditizio trasformato in catena di montaggio e diventato schiavistico.

Non ne siete sicuri? Nell’attacco al sito della Corte Costituzionale ungherese da parte di Anonymous nel marzo 2012, gli hacktivisti col volto di Guy Fawkes hanno cambiato il testo della Costituzione parafascista voluta da Viktor Orban affermando il “diritto alla ribellione”, con queste parole: “Gli ideologi e i governanti della tirannia, o anche i dittatori, non rappresentano che brevi periodi della storia. Il popolo ha il diritto di eliminare la tirannia e ribellarsi”. E allora? Gli hacker di Anonymous anno fatto di più, introducendo un comma specifico: “la pensione a 32 anni per gli informatici con il 150 per cento dello stipendio”. Avete ancora dubbi su chi ci sia tra gli Anonymous?

Il retroterra teorico di molti di questi guerriglieri dell’informazione è l’etica hacker delle origini: consentire a chiunque l’accesso all’informazione, dovunque essa sia riposta e comunque sia custodita, con la ferma convinzione che l’accesso all’informazione renda tutti più liberi di fare e di scegliere. Il paradigma è la condivisione, di saperi e conoscenze. Grati a chi li ha scambiati, pronti a contraccambiare.

Infatti, anche se l’hacker è diventato il prototipo del knowledge worker dell’economia informazionale c’è un aspetto della sua cultura e della sua etica che non è ancora stato assimilato, ed è il rapporto che intrattiene con la proprietà. Gli hacker considerano da sempre la proprietà intellettuale un ostacolo al dispiegarsi delle potenzialità della cooperazione sociale basata sulle macchine, e questo è il motivo della loro profonda avversione nei confronti dei recinti che impediscono l’accesso agli Information Commons, i beni comuni della conoscenza. Difendere i beni comuni dell’informazione e della conoscenza che si producono nei circuiti dell’interazione sociale talvolta necessita di pratiche non ortodosse ed è qui che fa la sua comparsa quella pratica che definiamo di hacktivism.

Sono hacktivisti anche gli Anonymous dell’operazione Payback, condotta lungo tutto il 2010 contro i grandi produttori di contenuti, le major hollywoodiane e le loro rappresentanze di categoria (MPAA e RIAA), le autorità di regolazione come l’Agcom italiana e le collecting societies come la Siae. In queste iniziative c’è tutta la virulenza della contestazione verso chi si appropria del sapere altrui mettendoci sopra un marchio e pretendendo di limitarne la diffusione e la conoscenza se non dietro al pagamento di ogni file tracciabile e certificato. Avete ancora dei dubbi?

I soggetti del conflitto
I soggetti del conflitto in rete, non sono “solo” precari sfruttati e depressi dalla mancanza di lavoro. Molti sono lavoratori che, in puro stile hacker, di giorno lavorano a far funzionare la macchina burocratica degli Stati, mantengono le linee di comunicazione a cavallo degli Oceani e scelgono il payoff di prodotti pubblicitari, mentre la notte disfano la loro tela di Penelope. E non si possono dormire sonni tranquilli a pensare che si tratti di una minoranza colta, istruita, con eccelenti competenze informatiche, perchè gli attacchi più virulenti sono stati fatti con strumenti facilissimi da usare e scaricabili sotto forma di codici software da installare sul computer, usare e cancellare subito dopo, ottenendo di avvicinare alla protesta ogni tipo di insoddisfazione verso il potere costituito e padronale.

E sarebbe sbagliato pensare che qualche arresto, come quelli dei “presunti” “capi” di Lulzec o di Anonymous possa tagliare la testa alle organizzazioni che hanno portato il conflitto all’interno delle reti di CIA, governi e servizi segreti. Semplicemente perché non c’è organizzazione, non ci sono capi e gli attacchi degli hacker-attivisti non sono decisi a livello verticistico, ma rispondono a segnali di natura sociale che sviluppano azioni collettive per “diffusione dell’attivazione”, come accade nelle colonie degli insetti sociali. Anonymous ad esempio é “uno, nessuno e centomila”. Se cade uno, viene subito rimpiazzato da un altro che ne emulerà forme e azioni. E non saprai mai chi è. La logica è quella degli zapatisti: “ci nascondiamo il volto per farci vedere”. Dietro il nome collettivo e la “maschera” può agire chiunque.

In tutto questo, l’emergere di una nuova socialità che nasce dal riconoscimento dell’altro da sé, la voglia di mettersi in gioco, col proprio corpo, è stata modellata dalla rete assumendo molte forme. Dagli Indignados spagnoli a quelli greci, che però hanno costruito i loro propri social network al riparo dei dipartimenti di intelligence di tutto il mondo che usano Facebook e Twitter per controllare i movimenti sociali, difendendosi dall’espropriazione dei propri dati per finalità commerciali. Ma ci sono anche i giovani maghrebini che attraverso Internet hanno trovato le parole per contestare le dittature, riconosciuto i propri simili, con uguali desideri, per non sentirsi più soli e trovare il coraggio di scendere in piazza, anche a costo di farsi ammazzare.

Così il sapere comunicativo diffuso dei “Millennial”, unito alla potenzialità della comunicazione telematica ha prodotto i nuovi contestatori della rete in un procedimento alchemico accellerato dalla crisi globale, che è crisi della finanza, dell’economia, della società, della rappresentanza democratica, dello stato-nazione.

Dietro alle loro sortite c’è una consapevolezza, teorizzata da Hakim Bey (autore di T.A.Z. Temporary Autonomous Zone), e Ricardo Dominguez del Teatro del disturbo elettronico, per la quale il potere, da materiale che era, si sta sempre più smaterializzando e non coincide più con luoghi fisici, portaerei e palazzi, ma nei flussi di comunicazione che possono essere dirottati o sabotati.

Che cosa vogliono i soggetti del conflitto sociale in rete è semplice dirlo: dignità e libertà, reddito e tempo libero, democrazia e giustizia, autodeterminazione. Proprio quello che banchieri e politicanti gli hanno sottratto.

Per questi soggetti la crisi è un potente catalizzatore delle ingiustizie ed è riuscita a fare quello che le utopie non realizzate dei teorici del Quinto Stato – la saldatura tra networkers, innovatori e imprenditori delle dot.com – non hanno concretizzato: la politicizzazione del disagio, la voglia di riscatto, la convinzione del “si può fare”, mentre la comunicazione in rete ha offerto le parole, il coraggio e gli stumenti per uscire dall’angolo e gridare forte che un altro mondo è possibile.
After all, we’re the 99%!

BOX
La disponibilità delle tecnologie di comunicazione influenza le attività e la formazione stessa dei gruppi e dei movimenti della società civile. Per questo Internet, i personal media e i social media hanno e hanno avuto un ruolo importante nelle proteste e nelle insurrezioni degli ultimi 15 anni. Eccone alcune:

1994 MESSICO – manifestazioni di piazza dell’EZLN, uso di Bulletin Board Systems
1999 USA – proteste antiglobalizzazione nelle strade di Seattle, nasce Indymedia
2001 MONDO – dimostrazioni contro la guerra in tutto il mondo coordinate via Internet
2001 ITALIA – contestazioni al G8 di Genova, assalto di polizia al Media Center
2001 FILIPPINE – proteste contro Estrada, l’esercito passa i poteri alla Arroyo
2004 SPAGNA – la protesta convocata via SMS dopo il disastro di Atocha contro Aznar
2005 ITALIA – la marcia contro Berlusconi organizzata via Facebook dal Popolo viola
2009 IRAN – l’Onda Verde iraniana si mobilita via Twitter
2009 COLOMBIA – la protesta No Mas FARC ha mobilitato 13 milioni di persone
2010-2011 AFRICA – La primavera Araba tra Al Jazeera e social network
2012 – EUROPA – 100 mila in piazza contro l’Accordo Anticontraffazione (ACTA)

Continua….