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Informazione non fa rima con verità
per Peace Reporter di Novembre
Arturo Di Corinto

Grazie a Internet e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione viviamo in un’epoca in cui tutto si può raccontare, tutto può essere reso pubblico, tutto può essere discusso, compreso e verificato. Grazie al web 2.0, ai social media e ai social network, possiamo creare circuiti d’informazione dal basso, autoorganizzati. Nonostante l’autogestione della propria informazione, però, un ruolo di primo piano nella formazione dell’opinione pubblica viene ancora giocato dai media mainstream e dai loro officianti, i giornalisti, i promoters, gli spin doctors, le agenzie globali di comunicazione. Il motivo è uno solo: l’informazione professionale viene considerata credibile, l’informazione amatoriale invece no.
A dispetto delle prove contrarie – ad esempio secondo la rivista scientifica Nature, l’enciclopedia libera Wikipedia è più credibile della Enciclopedia Britannica – siamo così convinti che il giornalismo professionista stia a guardia della frontiera fra ciò che è di interesse pubblico e ciò che non lo è – il watchdog della democrazia – che dimentichiamo che esso è una “tecnica del racconto”. Dimentichiamo che il giornalismo è un modo professionale per selezionare e plasmare aspetti particolari della realtà, al fine di renderli comprensibili a chi non ne ha avuto esperienza, e dimentichiamo che esso oggi soccombe a logiche commerciali, alla competizione sfrenata per catturare il tempo d’attenzione delle teste da vendere alla pubblicità con tecniche narrative che trasformano in verità anche la patente menzogna.
Sfruttando le auree regole del giornalismo, è infatti possibile confezionare eventi mediali e pseudoeventi, rispettando i “valori notizia” raccontatici da Mauro Wolf, decano della Sociologia della Comunicazione. Ma anche sfruttando l’uso sapiente di certi marcatori linguistici, garantendo la credibilità delle fonti, si modellano e spacciano contenuti verosimili ma non veridici.Procedimenti “disinformativi” noti, oggi hanno un alleato in più: il linguaggio digitale, con le sue inedite possibilità di continua ricostruzione del reale, tramite la confezione di prove oggettive, soprattutto visive, ad alto impatto emotivo che, unite al carattere virale di sms ed e-mail, irrobustite dai rimandi ipertestuali fra siti che si certificano a vicenda, rappresentate nel top ranking dei motori di ricerca, trasformano ciò che è appena plausibile in qualcosa di concreto e reale.
Ugualmente, siamo così convinti che la comunicazione istituzionale debba rispondere a criteri oggettivi e che i suoi contenuti non siano né manipolati né orientati perché al servizio del cittadino, che non ci accorgiamo di come essa sia mirabilmente confusa e sostituita dalla comunicazione politica, quella che invece è frutto dell’interpretazione che i governanti danno della loro missione, che viene piegata ai suoi interessi dagli spin doctors, gli stregoni della notizia, i quali hanno il compito di “to sex up”, di rendere seduttiva e attraente, un’informazione spiacevole o sgradita al potente di turno. Analogo è il destino per la comunicazione scientifica o statistica, orfana di fonti condivise e ostaggio di criteri mobili ma “autorevoli”.
No, Informazione non fà sempre rima con verità. E l’unico modo per capirlo è essere protagonisti della propria storia producendo la propria informazione, diventando testimoni del proprio tempo e non rinunciando ad analizzare e criticare l’informazione altrui, soprattutto quella paludata dei media mainstream.
Come hanno rivendicato il 3 ottobre 2009 centinaia di migliaia di italiani che, scesi in piazza a Roma, hanno chiesto un’informazione libera, plurale e polifonica, indipendente dal potere politico ed economico. http://www.articolo21.info