Agcom, democrazia e regole
verso l’era del dopo Calabrò

Il 19 maggio scade in mandato senza accordo sulla sua composizione. I consiglieri passano da 8 a 4, il presidente lo nominerà il governo. Quintarelli è il candidato che arriva dal web, ma più in generale è forte la voglia di trasparenza in un organismo così importante per il futuro del paese di ARTURO DI CORINTO per La Repubblica del 16 Maggio 2012

L’AUTORITA’ per le Garanzie nelle Comunicazioni, Agcom 1, è in scadenza. Il 19 maggio conclude il suo mandato senza che si sia trovato all’interno dei partiti e quindi in Parlamento, l’accordo sui nomi dei consiglieri che dovranno comporne il nuovo Consiglio. Fatto nuovo dalla creazione dell’Autorità, motivato da due questioni. La prima è la riduzione del numero di componenti del consiglio da 8 a 4, più il presidente di nomina governativa, che rende difficile rispettare gli equilibri parlamentari nell'”indicazione” dei nominandi, la seconda riguarda invece l’ampiezza e la complessità delle tematiche che dovrà affrontare.

La nuova Authority ha infatti tre patate bollenti per le mani in un anno che si prospetta difficile, sia dal punto di vista economico – c’è la crisi – che da un punto di vista politico – ci sono le elezioni. Le patate bollenti sono il regolamento per l’assegnazione delle frequenze tv a titolo oneroso dopo la revoca del beauty contest; l’attribuzione del valore dell’ultimo miglio Telecom, la delibera sul copyright. Più gli scampoli di questioni relative alle liberalizzazioni postali e altre “minuzie” come banda larga, wireless, Sic, Auditel, net neutrality, e-democracy e agenda digitale.

Una campagna dal web. A ciò si aggiunge una complicazione di sistema: per la prima volta i cittadini, non solo la politica, hanno dimostrato di aver compreso l’importanza di un’istituzione di garanzia come quella dell’Agcom che si occupa di comunicazione e cioè di Internet e di tutto il sistema dei media e perciò chiedono equilibrio, competenza, poteri di intervento e trasparenza nell’operato come nelle nomine. Fatto sensazionale, per la prima volta un gruppo di persone, riunite sotto le bandiere della Open Media Coalition ha lanciato una campagna via web per chiedere trasparenza nelle candidature dei commissari e ha richiesto un accesso agli atti alla Presidenza del Consiglio per verificare le candidature giunte. In più si sono rivolte ai partiti chiedendo di non fare inciuci e di rispettare l’indipendenza dell’istituzione che dovrà nominare personalità indipendenti e competenti.

La richiesta è stata fatta propria dal PD che non solo concorda su quelle richieste ma ha presentato proposte specifiche in questo senso e perfino un emendamento al Dl semplificazioni che riforma l’Autorità per evitare che i vecchi criteri di nomina consegnino il nuovo consiglio alla maggioranza parlamentare di centrodestra. Come effetto di questa campagna potremmo considerare la candidatura via web di Stefano Quintarelli, tecnologo, esperto di reti e servizi digitali, momentaneamente al Sole24ore, che sta montando proprio in queste ore via Facebook e Twitter. Appoggiata da un nutrito gruppo di associazioni molto attive in rete, a cui si è aggiunta in queste ore l’Internet Society Italia.

Intanto i partiti non sanno che pesci prendere. Mentre Di Pietro chiede metodo e trasparenza, e con Antonello Falomi chiede di evitare candidature di parlamentari e già tali, i Radicali sposano la linea dell’associazionismo, Sel sta a guardare, e nei grandi partiti si rincorre il gioco della conta dei voti e dei veti. Bersani viene costretto a scendere in campo per dire che non appoggia nessuno, neppure Zeno Zencovich, i dalemiani candidano Maurizio Decina e l’area di Gentiloni candida Antonio Sassano. In casa Pdl quasi certa la nomina di Martusciello, già commissario, l’onorevole Cassinelli candida Stefano Quintarelli, Romani sta zitto. Ma tutti sanno che è lui l’uomo delle nomine in questo settore. L’Udc non pare intervenire, ma come è noto, quelli che parlano meno, come Cesa, hanno studiato alla scuola di Letta: decidono e non appaiono.

Perché tanto clamore intorno a queste nomine? Per capirlo bisogna analizzare risultati e mandato dell’Agcom. La lotta fino ad oggi combattuta al suo interno è stata tra l’idea di una istituzione di garanzia a presidio dello sviluppo delle tecnologie – a guardia di un regime di competizione non più caratterizzato da oligopoli e in cui i diritti fondamentali dei cittadini/consumatori fossero tutelati e sempre al centro dell’attenzione – e tra una visione iperpolitica di un’autorità di regolazione usata per avallare equilibri economici e politici consolidati, senza pretesa di indipendenza, consapevole del mandato politico dei suoi componenti. La visione che sembra prevalere oggi, perché l’altra è ormai insostenibile, è però di un’autorità di garanzia vera, indipendente e non catturata dagli interessi di parte.

Il passato dell’Agcom. Le cose più importanti che ha fatto è aver correttamente introdotto e vigilato su una reale concorrenza del mercato della telefonia mobile e fissa, è intervenuta sulle telecomunicazioni Voip, sui protocolli di rete per favorire il passaggio alla communtazione di pacchetto, sull’interconnesione dei servizi, sui temi della par condicio. L’Agcom ha anche prodotto ottime indagini conoscitive sulla neutralità della rete, buoni studi sul diritto d’autore e importanti raccomandazioni sul governo della transizione al digitale. Quello che non ha fatto, ha fatto male o non ha fatto abbastanza, riguarda l’eccessiva valorizzazione delle reti in rame del dominante Telecom, la sottovalutazione dell’importanza del mercato pubblicitario, la mancata riforma dell’Auditel, le sviste sul duopolio Rai-Mediaset, l’avvio del Beauty contest, la contestatissima bozza di regolamento sul copyright. Incertezze e non-scelte che sono state il segnale di come all’interno dell’Autorità non ci fosse un’idea moderna della rete, della convergenza e del digitale. Insomma, luci e ombre nell’operato dell’Agcom che ora è chiamata a un compito difficile, ma cruciale: ripensare la gestione delle frequenze e del mercato pubblicitario e la dimensione di internet e del web nel mercato politico della comunicazione.