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Diritti internet e innovazione, parla Stefano Rodotà: “Sono preoccupato, su questi temi politica schizofrenica”

Da Tunisi a Bali si moltiplicano i momenti di discussione sul futuro e l’essenza della rete ma ci si dimentica dei diritti civili di chi la rete la usa. La tecnica la fa da padrone, le aziende e i governi provano a metterci il cappello. Il giurista vede così sul futuro del web. E sul Datagate: “È ridicolo dire oggi che non ce lo aspettavamo” di ARTURO DI CORINTO per La Repubblica del 25 ottobre 2013

NEGLI ULTIMI ANNI il discorso pubblico sulla rete si è fatto fitto. Convegni, forum e consultazioni online, con approcci e prospettive differenti, cercano di definire caratteri, usi e norme condivise per Internet, ma col pericolo di erodere la cultura democratica e libertaria che è stata alla base del suo sviluppo. Stefano Rodotà, due volte garante della privacy, professore emerito di diritto all’Università di Roma, pluripremiato a livello internazionale per il suo attivismo a difesa della rete, si dice preoccupato per l’atteggiamento schizofrenico del nostro governo circa i diritti su Internet.

Il Governo italiano con l’Agenda digitale e la consultazione sui principi di Internet sembra avviato sulla buona strada, perché si dice preoccupato?
“Lo dico perché c’è un atteggiamento schizofrenico della politica su questi temi. Sull’agenda digitale sono anni che sentiamo le stesse cose e non vediamo risultati. Abbiamo tanti innovatori ma il nostro paese è terreno di conquista per le aziende globali. E poi c’è chi ritiene che la sicurezza dello Stato e l’efficienza del sistema paese possano passare come un carrarmato sui diritti sociali. Non deve essere così. L’attivismo di alcuni ministri nel passato aveva offerto segnali importanti, come nel caso della magna charta del Miur di Profumo, che però col nuovo governo è finita nel dimenticatoio“.

Professore Lei è stato quello che, insieme ad altre personalità della cultura e della politica italiana, avviò il discorso sui diritti civili di Internet al World Summit on Information Society di Tunisi che inaugurò gli Internet Governance Forum (Igf), cosa è cambiato da allora?
“Negli Igf dell’Onu la questione dei diritti è stata spesso offuscata da interessi di parte, mentre invece la nostra proposta di una Carta dei diritti di Internet li rimetteva al centro del dibattito partendo dalla constatazione che la rete veniva progressivamente trasformata in uno strumento commerciale e di controllo. Accedere e modificare i propri dati digitali, poter trasferire ad altri gli oggetti virtuali acquistati, usare il software che ci pare per la dichiarazione dei redditi, non essere tracciati da spie digitali, cooperare, comunicare e dialogare senza censure, sono diritti fondanti dell’uso della rete”.

Viene da qui la sua idea di aggiungere un articolo 21 bis alla nostra Costituzione per garantire il diritto alla comunicazione digitale?
“L’idea di Costituzionalizzare i diritti digitali viene dalla consapevolezza che gli interessi del mercato non sono quelli della gente. Anche la “Ragion Pubblica” però sbaglia se si affida solo alla capacità autoimmune della rete, cioè alla capacità di chi la usa di difendere i propri diritti e autogovernarsi. È proprio il passaggio al web 2.0 e lo strapotere delle grandi aziende che ne evidenza i limiti. Se Internet diventa un elettrodomestico o un supermercato viene mortificata la dimensione civile e individuale di arricchimento culturale che la rete offre a tutti”.

L’IGF di Bali si è appena concluso e l’Italia non ha partecipato con una sua delegazione. Lei c’era nelle edizioni precedenti, che impressione ne ha ricavato?
“Ne ho ricavato una buona impressione. Maturazione dell’ipotesi di una Costituzione della rete, una presenza più ricca, una migliore articolazione dei temi, una grande enfasi sui diritti. Un’esperienza da sostenere. Il problema è che mancano, tra un forum e l’altro, momenti di raccordo per mantenere questi temi al centro dell’intervento pubblico. Ogni volta facciamo un passo avanti, ma bisogna trasformare in azioni concrete quello che si dice. Forse si potrebbe farlo creando un’interfaccia tra Governo, Parlamento e società civile”.

Durante il governo Monti il ministro degli esteri Giulio Terzi si era detto pronto a sostenere a livello globale gli indirizzi del Forum, citando una sua definizione dice: “Internet è il più grande spazio pubblico mai creato dall’uomo”. Che succede col governo Letta?
“Letta dice che Internet e il digitale sono una priorità del suo governo. Aspettiamo di vedere cosa farà in concreto. Però in questi anni dopo essere riusciti ad affermare l’idea della tutela dei diritti in rete, spalleggiati a fasi alterne dalla politica, la caduta di interesse per questi temi è stata causata dall’autoreferenzialità dei suoi momenti di incontro. Occorre un rinnovato protagonismo della società civile”.

Il ministro Profumo aveva definito fattibile l’idea di portare l’edizione internazionale dell’Internet Governance Forum al’Expo 2015. Potrebbe diventare una proposta di Caio?
“Io spero di sì, ma il Governo sente forte la pressione delle imprese e non si capisce bene come i rappresentanti italiani stiano lavorando nelle commissioni competenti in Europa su reti, banda larga, consumi e mercato. Gli interessi in gioco sono potenti. E bisogna vigilare. Dopo la brutta prova dell’assenza del governo a Bali, vedremo cosa accadrà con la nomina del sostituto di Maurizio Decina all’Agcom che dovrà occuparsi anche di tutto questo”.

Un’ultima battuta, sul Datagate.
“È ridicolo dire oggi che non ce lo aspettavamo. Come Garante della Privacy abbiamo più volte denunciato denunciato i rischi di una sorveglianza generalizzata ed eravamo impegnati in un serio lavoro di concertazione per avere dagli Usa le necessarie garanzie volte a evitare schedature indiscriminate. Lo stesso Prodi era stato sorvegliato già nel 2005”.