La Repubblica: Giovani divisi sulla pena di morte. Ecco cosa pensano

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Giovani divisi sulla pena di morte. Ecco cosa pensano

E’ uno dei più eclatanti aspetti emersi dalla ricerca dell’Osservatorio Generazione Proteo sui valori e le tendenze degli studenti di Nord, Centro e Sud Italia tra i 17 e i 19 anni. Diffuso il risultato di 20 mila questionari
di ARTURO DI CORINTO per La Repubblica del 12 Maggio 2017

I GIOVANI d’oggi. Né sfiduciati né rassegnati. Vendicativi, forse. Ottimisti, a tratti. Con una dichiarata esigenza di ancorarsi alla concretezza del vivere attraverso le possibilità offerte dalla cultura, dai viaggi, dai libri, dall’arte. Legati alle tradizioni dei padri si disinteressano di politica, ammirano l’uomo solo al comando, vorrebbero una società più giusta. Non hanno paura della disoccupazione ma di non poter realizzare i loro sogni. E non sono contrari alla pena di morte.

L’istantanea scattata dal Quinto Rapporto di ricerca sui giovani presentato ieri a Roma dall’Osservatorio “Generazione Proteo” della Link Campus University illustra i forti chiaroscuri di un mondo giovanile in continuo cambiamento, ancorato al passato ma proiettato al futuro. Tra i dati più eclatanti della ricerca c’è il favore nei confronti della pena di morte (31,7%), ma accanto c’è anche il suo netto rifiuto (35,8%). La pena capitale viene invocata per i reati più gravi come la pedofilia e il terrorismo, fenomeni che non si possono controllare né per strada né chiudendosi in casa. I giovani assumono infatti il rischio terrorismo come un fatto della vita, che per l’80% degli intervistati non ha modificato le abitudini quotidiane.

La ricerca dell’Osservatorio Generazione Proteo
Nella ricerca, che ha coinvolto 20mila studenti italiani fra i 17 e i 19 anni, realizzata dall’Osservatorio per il quinto anno consecutivo, emerge dai questionari la reazione all’intangibilità del mondo virtuale, che per questi giovani non è un tutt’uno con la vita sensibile come abbiamo spesso pensato. Una barriera esiste eccome, e si vede nel desiderio di viaggiare e vedere posti nuovi, di tenere in mano un libro, di stupirsi davanti all’arte di strada, di conoscere altre culture.

Secondo Nicola Ferrigni, il professore della Link Campus University che ha condotto la ricerca, l’elemento caratterizzante di questi comportamenti sta nel desiderio di contrastare la virtualità delle relazioni con gli strumenti della cultura, intesa come tradizione, conoscenza e curiosità. “I nativi digitali – dice Ferrigni – vogliono leggere i libri di carta, vogliono avere qualcosa da toccare e da fare, e da grandi vogliono scrivere romanzi e canzoni anziché diventare youtuber o food blogger”. Vogliono lasciare un segno, insomma, come con i tatuaggi: “Per imprimersi addosso il ricordo di qualcosa o di qualcuno, e non per seguire una moda”.

Questa “Cult generation”, come è stata ribattezzata dai ricercatori, si distingue dai giovani “inafferrabili” e dai “solisti fuoriclasse” delle precedenti rilevazioni ma ne conserva alcuni tratti. Come la ricerca di modelli fuori dall’esperienza di gruppo per cui il leader è quello che decide da solo e non uno che sa scegliere i collaboratori. La politica, intesa come partecipazione, è fuori dai radar. Il 67,1% degli intervistati dice che gli interessa poco o per niente, per sfiducia (18,4%) e mancanza di modelli credibili (16,5%). Servirebbe per questi giovani adulti maggiore onestà (32%) e vicinanza alle esigenze dei cittadini (22,5%).

I giovani, la scuola, il mondo virtuale
Decisivo il ruolo della scuola, sinonimo di crescita per il 40,8% degli intervistati, ma non sufficiente: il 26,2% ritiene infatti che si diventa persone colte anche viaggiando e conoscendo tradizioni e culture diverse. Non è la generazione dell’isolamento. Il 33,9% degli intervistati sa bene che i social possono creare dipendenza e disabituarli alla vita di tutti i giorni (29,1%) e anche se a volte trova rifugio nelle attività da tastiera (17,2%) ha fame di esperienza corporee, anche estreme. Il 10% ha dichiarato di aver provato l’eyeballing, l’ubriacamento che consiste nell’assumere alcool come un collirio. Il 4,2% sostiene di essersi procurato delle ferite per poi pubblicarne le immagini sui social. E nel 10,9% dei casi ha scattato selfie in situazioni estremamente pericolose: il 17,9%  lo ha fatto in motorino.

Nella vita oltre lo schermo preoccupano le fake news ma c’è fiducia nel lavoro di mediazione giornalistica. Il bullismo online è un tema rilevante. Il 50,9% avverte l’amico vittima di cyberbullying ma solo il 15,7% denuncia alle forze dell’ordine. E siccome Il 18,9% dichiara poi di esserne stato vittima e il 14,3% di avere reagito da bullo ritiene che il fenomeno vada combattuto a scuola e in famiglia, per il 25,5%, ma anche con leggi più severe, per il 25,1%.

Lifestyle, droghe e lavoro
Il 38,4% sostiene di fare uso di droghe leggere, il 46,7% di bere alcool fino a perdere il controllo, per puro divertimento (49,1%) o per semplice curiosità (30,6%). La disoccupazione preoccupa il 22,9%, ma quasi 4 giovani su dieci (il 37,5%) hanno una preoccupazione ancora più alta, quella di non poter realizzare i propri sogni. Disposta a fare sacrifici (29,7%), la cult generation è pronta anche ad andare all’estero, dove ritiene, per il 45,1%, sia più facile fare impresa, ma di malavoglia: il 38% degli intervistati sostiene non vorrebbe lasciare l’Italia.