la-repubblica-it-logo

I PREDATORI DEL TURISMO ITALIANO

Motori di ricerca stranieri che incassano percentuali altissime sulle prenotazioni, politici che hanno sperperato enormi risorse destinate alla promozione internazionale in progetti fallimentari, albergatori incapaci di adeguare l’offerta alle nuove richieste: è colpa loro se l’enorme giacimento di ricchezza rappresentato dal nostro patrimonio naturale e artistico rende molto meno di quanto potrebbe. Voltare pagina però è possibile, anche se faticoso e pieno di insidie, come testimoniano gli sforzi di rinascita di Pompei

Grande stagione, ma problemi intatti

di ARTURO DI CORINTO per La Repubblica del 31 Agosto 2015

ROMA – I numeri non sono ancora ufficiali, ma le proiezioni dicono che l’Italia potrebbe chiudere in bellezza questa stagione turistica, con un aumento del 10% di turisti sul territorio nazionale. Stime che riguardano il quadrimestre delle vacanze lunghe, giugno-agosto, e che potrebbero essere confermate dai dati di luglio e agosto, ma che non prendono in esame i risultati complessivi dell’industria dell’accoglienza turistica dei mesi successivi e quella nei periodi di festa e nei weekend. Ma soprattutto non sono correlati alle performance dei paesi competitori che fanno meglio dell’Italia. Secondo i dati dell’Osservatorio di Federalberghi emerge infatti un incremento tendenziale degli stranieri in Italia pari al 2.5% mentre i nostri connazionali in vacanza arriverebbero addirittura all’8.6%.

Ma allora va tutto bene, madama la marchesa? Forse no, visto che per consolidare questa “ripresina” ci vogliono idee, strategie e investimenti che finora sono mancati. Soprattutto bisogna saltare il fosso di una governance del turismo che fino ad oggi è stata carente. E questo non perché il turismo sia un “servizio pubblico” ma perché se la governance del turismo non è solida e duratura, gli operatori, non sempre illuminati, non sanno su quali fondi e stanziamenti contare; se le organizzazioni non conoscono i numeri e target non possono organizzare strategie e offerte adeguate; se non gli si garantiscono regole certe gli imprenditori si trattengono dal fare investimenti, e così via. Se ili turismo nazionale dipende molto dal clima, dalla flessibilità dell’offerta e dalla fiducia, il turismo “outbound” dipende sempre dalla capacità di attrazione del sistema paese, perciò per consolidare i risultati citati non basta sperare nella ripresa complessiva degli investimenti lasciandosi la crisi alle spalle, ma risolvere una serie di nodi che riguardano l’offerta di prodotti turistici da una parte e la promozione e commercializzazione del marchio Italia dall’altra.

Le virtù del turismo italiano sono molte, ma spesso non bilanciano i vizi, le storture e le forme di un mercato che diventa ogni giorno pù complesso. L’italia ha un ricchissimo patrimonio storico, artistico e paesaggistico. Quasi ottomila chilometri di costa che fanno la gioia di famiglie, diportisti e turisti itineranti; ospita cinquantuno siti tutelati dall’Unesco, dal centro storico di Roma a quello di Napoli, dalla Reggia di Caserta alle meraviglie barocche del Val di Noto; ha un patrimonio naturalistico che copre quasi il 10% del territorio, dalle Dolomiti alle aree marine protette. In aggiunta il nostro paese è da sempre considerato la patria del buon cibo e ogni regione ha i suoi prodotti Dop, Docg e moltissime specialità da offrire. Ma allora perché il turismo non è quella miniera d’oro che spesso ci diciamo in maniera orgogliosa ma più spesso consolatoria e disillusa?

I problemi sono diversi: un’offerta turistico alberghiera non sempre competitiva, il ritardo cronico di una ricettività familiare che non investe e non sa parlare al mondo dai nuovi canali della comunicazione digitale, l’incapacità di prevedere i flussi turistici e anticiparne le tendenze, una governance frammentata e divisa tra regioni e governo, per non parlare della fallimentare gestione degli enti di formazione e promozione turistica che troppo spesso occupano le pagine della cronaca giudiziaria.

Ognuno degli ultimi tre ministri del Turismo ha elaborato un suo piano di promozione e valorizzazione dei giacimenti culturali della Penisola: piani pensati ma mai realizzati. Dal famoso progetto di rilancio del ministro Piero Gnudi con le sue 62 azioni guida (e una decina sul digitale) a quello del ministro Massimo Bray, fino al Laboratorio Digitale del Turismo voluto da Dario Franceschini, non si è riusciti a dare la scossa necessaria al turismo italiano. In aggiunta nei ministeri sono state progressivamente stravolte le strutture di promozione turistica, cambiati i dirigenti e bloccati gli enti che lo dovevano gestire.

Alle “sfortune” di Fiumicino, alle difficoltà dei collegamenti aerei e marittimi soprattutto con isole, ai costi non certo competitivi con Croazia, Spagna, Grecia e Tunisia, si aggiunge al quadro dei problemi una comunicazione povera e sbagliata: ricordate la debacle di Italia.it e VeryBello? Se a questo si somma lo strapotere delle Ota, le “online travel agencies” che promuovono in regime di oligopolio la “destinazione Italia” con commissioni usuraie, il quadro è completo.

Per capirci su questo punto, basti pensare che i siti turistici nazionali, regionali, locali, che neanche “si parlano” tra di loro, non permettono l’acquisto diretto on line delle camere d’albergo e dei servizi associati, un compito che viene comunque svolto dalle agenzie di turismo internazionali con margini di intermediazione che arrivano al 35% e che finiscono puntualmente oltreoceano, dirottati da Bookings, Expedia, Trivago, TripAdvisor, riducendo di parecchio i guadagni dei nostri albergatori. Inoltre non esiste un modo per identificare attraverso standard pubblici e verificabili la presenza degli alberghi italiani in rete per renderli rintracciabili in maniera univoca su Internet. Unico punto di forza sono le app turistiche regionali, belle, ben fatte, ma poco scaricate dagli stranieri in visita.