la-repubblica-it-logoMa quale “internet tax”, la chiave è decentralizzare la Rete

La protesta di Budapest contro la proposta del premier Orban di tassare l’accesso al web solleva un nodo che coinvolge la net neutrality, il ruolo degli Over the Top e il possibile intervento delle banche di investimenti

di ARTURO DI CORINTO per La Repubblica del 29 Ottobre 2014

IN UNA PARTE d’Europa si discute di come liberare Internet da balzelli e zavorre per far decollare l’economia digitale (anche in Italia), in un’altra, in Ungheria, si lancia la “Internet tax”. Il governo di destra del premier Viktor Orban, per ripianare una serie di buchi di bilancio, ha proposto di tassare gli Internet service provider di circa 3 dollari al mese per ogni cliente e di quasi 15 per ogni utente business in un paese dove il reddito medio mensile è meno di 700 dollari. Secondo alcuni analisti la motivazione sottostante alla proposta sarebbe che, diventati miserrimi i profitti delle aziende di telecomunicazioni a causa della concorrenza della telefonia Internet gratuita (il Voice Over IP – VoIP), è necessario tassare i provider per finanziare l’ammodernamento della rete stressa. Esattamente la tesi di coloro i quali ritengono che la net neutrality, principio fondante di Internet non possa più essere garantita a causa del parassitismo degli Over The Top come Facebook, Google, Twitter e Microsoft (proprietaria di Skype), e che è necessario introdurre delle tariffe differenziate per chi consuma più banda, cioè per chi impegna maggiormente l’infrastruttura che le telco, le aziende di telecomunicazione, hanno posato e manutenuto negli anni.

Ma, ammesso che siano condivisibili le ragioni della tassa in un contesto esclusivamente locale, essa va comunque in una direzione diversa da quella proposta da alcuni paesi membri delle Nazioni unite che vogliono invece metterla in capo ai “web content provider” come Google, Facebook, Apple, Netflix, Amazon eccetera, sulla spinta delle richieste degli operatori europei che pare abbiano chiesto e ottenuto un dibattito sul tema proprio alle Nazioni Unite in dicembre. Un’opzione che contrasta l’idea di quanti ritengono importante non tassare i bit di Internet e far intervenire le banche di sviluppo mondiali per finanziare le infrastrutture di rete. Decisive, queste ultime, per gli scambi commerciali e la vita professionale e di relazione soprattutto in quei paesi dove l’economia immateriale può essere un volano di sviluppo per contrastare la crisi della produzione manifatturiera e il calo dei costi delle materie prime.

In Ungheria, però, alla base della protesta contro la tassazione di Internet resta tuttavia l’opposizione a un premier autoritario che si sente ispirato da Putin ed Erdogan. Riguarda più generalmente il diritto a comunicare in una società, quella ungherese, che ha visto negli anni scorsi una compressione eccezionale della libertà di comunicazione attraverso leggi che gli stessi Anonymous hanno definito “fasciste” e contestato in una serie di attacchi al sito del governo. In effetti a sopportare l’aumento sarebbero come al solito gli internet service provider già pronti a scaricarlo sugli utenti, che l’hanno già capito e che per questo si sono riversati per la seconda volta in due giorni nelle strade di Budapest per protestare.

E tuttavia la domanda rimane: se tutti i servizi essenziali in una società sono tassati, perché Internet non dovrebbe esserlo? La domanda non è peregrina, ma forse la soluzione è di farlo a livello sovranazionale e in maniera progressiva, forzando la modernizzazione della rete per renderla più efficiente. Ad esempio, portando le tech companies a ridurre il traffico (spam, virus e pubblicità) sulle reti e a sviluppare un tipo di comunicazione decentralizzata come accade con le reti mesh. Ovvero quelle reti che rimbalzano i dati di computer in computer senza sovraccaricare server e dorsali, come hanno fatto i manifestanti di Hong Kong usando Firechat. Un sistema del genere aprirebbe la strada alla condivisione della banda residua, quella non consumata, tra i singoli utenti, i quali, rivendendola come già sperimentato in California, potrebbero attivare un circuito economico virtuoso fatto di risparmi e di piccoli guadagni.