Intervista a Arturo di Corinto: media, partecipazione politica e democrazia.
di Vincenzo Sassu e Maria Antonia Fama
Mediazone.info – 06/04/2006

audio intervista

Politici e politologi. Giornalisti e giornalai. In questa campagna elettorale i media hanno fatto parlare canditati, esperti, opinionisti. Internet, al contrario, ha dato voce agli elettori. Un esempio di successo è Voisietequi.it. Ne abbiamo parlato con Arturo di Corinto, giornalista e docente di Comunicazione mediata da computer presso la facoltà di Scienze della comunicazione de “La Sapienza”

Lei è uno dei soci di DEEP, “Democrazia Elettronica e Partecipazione Pubblica”: ci racconta com’è nata questa associazione, e in particolare i suoi progetti: “OpenPolis” e “Voisietequi”?
L’Associazione DEEP è nata diversi anni fa per iniziativa di Vittorio Alvino, Ettore di Cesare e Luca Soda, successivamente di Guglielmo Celata. All’associazione, molto dopo, ho aderito anche io. E’ nata perché ci sembrava utile avere un’interfaccia tecnico-legale per proporre dei progetti ai soggetti istituzionali, che potevano essere indirizzati a costruire le condizioni per un’efficace partecipazione democratica attraverso gli strumenti della telematica. Quella che chiamiamo in maniera abusata e-Democracy. DEEP nasce anche perché, come associazione riconosciuta a livello legale, può rappresentare meglio gli interessi di quanto possa fare un singolo. Ovviamente sto parlando degli interessi di personalità della società civile.

“Open Polis”, letteralmente, significa città aperta. Lei crede che, paradossalmente, la democrazia elettronica, che si basa su un eccesso di mediazione, possa evocare il concetto di democrazia diretta e partecipata?
Io penso che, con gli strumenti telematici e con un framework adeguato, sia possibile dar voce alle istanze che provengono dalla cittadinanza in maniera diretta, nei confronti delle istituzioni e di chi le governa. Questo riduce il peso e l’esigenza di avere partiti che finora si sono posti come mediatori del rapporto fra i cittadini e lo Stato. Ciò, oltretutto, può essere un incentivo per i cittadini a costruire l’agenda politica e verificare l’operato dei politici ai quali hanno dato l’incarico di rappresentarli nel gestire gli interessi relativi alla gestione della “cosa pubblica”.

“Voisietequi.it” va proprio in questa direzione. Potrebbe spiegarci in cosa consiste?
“Voi siete qui” è un test politico molto semplice che, con un buon grado di approssimazione, grazie ad un software originale e open source, permette di stabilire la propria distanza tra le opinioni di chi svolge il test politico e la posizione dei partiti su una serie di temi interessanti dal punto di vista sociale.

Che tipo di impatto può avere sull’elettore?
Non ha un effetto diretto e immediato, ma è importante per sollecitare le persone a ragionare, per pochi minuti, sulla loro effettiva posizione. Si tratta di aiutarle a stabilire un collegamento tra le proprie opinioni e i programmi elettorali dei partiti, in cui spesso si riconoscono, ma non conoscono a fondo.

“OpenPolis” e altri progetti simili possono aiutare le persone ad avvicinarsi alle tecnologie, in particolare coloro che le considerano più ostiche?
Si. Infatti, alla base c’è il tentativo di rimettere il potere in mano ai gruppi sociali che concretamente producono informazione. In questa campagna elettorale non si è parlato di programmi. I cittadini non sono stati informati adeguatamente. Le persone che erano diffidenti nei confronti della politica, ora lo sono ancora di più, perché, in queste condizioni, sanno che voteranno per “partito preso”. Magari, poi, non sanno neanche cosa sia cambiato nel loro territorio. In particolare, “OpenPolis” può funzionare per aiutare le persone a scoprire chi sono davvero i politici. E ricostruire così i profili dei 140 mila politici italiani, che vengono pagati con soldi pubblici, ma che, spesso, noi non conosciamo. Eppure li mandiamo noi a governare, sono stipendiati da noi! E quest’anno, con la nuova legge elettorale, i politici non hanno accettato neppure di farsi esaminare.

In che modo la campagna elettorale è stata trasformata dalla comunicazione mediata dal computer?
Nonostante alcuni partiti scrivano sui manifesti elettorali l’indirizzo del loro sito web, non hanno fatto propria l’idea della comunicazione mediata dal computer, che è l’idea di una comunicazione bidirezionale. Invece, i politici e i partiti usano i siti per propagandare delle idee, anche banali e superficiali, rivolte ad un pubblico di media cultura. Non sono neanche capaci di individuare un target. Usano i siti come vetrine, con scarsissima interazione. E nel caso in cui abbiano successo gli indirizzi di posta elettronica proposti al pubblico, non hanno nessuno in grado di leggere e valutare la congruenza e la necessità di rispondere alle e-mail stesse, perché non sono culturalmente abituati a farlo. Tranne un paio. Poi, figuriamoci se si impegnano in interazioni più complesse mediate dal computer. Come le chat-line, un colloquio via Skype o un colloquio in video conferenza dove il pubblico può dare le risposte.