Ci vogliono regole e sanzioni per l’IA

Chiamare l’intelligenza artificiale “superintelligenza” è solo un’operazione estetica, come rinominare il Lago Ontario, il Golfo del Messico o lo stretto di Hormuz.

Governare l’intelligenza artificiale, che è in grado di cancellare l’umanità come l’abbiamo conosciuta, richiede un dialogo globale, regole internazionali e sanzioni penali.

Le aziende che sviluppano IA di frontiera non sono in grado di autoregolamentarsi. E sappiamo che non hanno intenzione di ridurre i loro profitti e rinunciare ai capitali investiti nella sua realizzazione.

Quanto anni ci sono voluti perché sapessimo che le sigarette erano nocive per la salute, che il cambiamento climatico veniva favorito dall’uso sconsiderato delle energie fossili, quanto ci è voluto per sapere che alcuni farmaci provocavano malformazioni nei feti prima di imporre regole e sanzioni? L’industria, prima impegnata nel greenwashing ora è impegnata nell’AI-washing. Svegliamoci.

Ogni volta che presento il mio ultimo libro parliamo di IA come moltiplicatore degli attacchi informatici, della disinformazione e del pericolo che essa rappresenta per la sovranità digitale.

Le persone, sempre tantissime (grazie), in queste occasioni si chiedono cosa possiamo fare.

Come singoli possiamo fare poco, sono i governi e le istituzioni che ci siamo dati che devono prendere posizione e intervenire. La comunità accademica può fare molto spiegando i rischi associati all’IA e l’associazionismo può fare un’opera importante di awareness dei rischi. Cosa dobbiamo aspettare ancora?

Ormai è un bollettino di guerra. Ogni giorno scopriamo che l’IA viene usata per uccidere civili, rubare dati aziendali, aiutare terroristi. Ogni giorno scopriamo che un’IA è uscita dal suo recinto, che sciami di agenti attaccano, resti e sistemi informatici, violano decine di siti aziendali, penetrano le reti di governi come quello australiano. Se questi atti fossero stati commessi da umani ci sarebbero state conseguenze legali ed economiche. Loro no, loro ne sono immuni.

Bisogna intervenire subito. Joshua Benjo, il padre del deep learning, lo ha già detto a chiare lettere alle Nazioni Unite. Il suo appello diventi il nostro appello.