Stefano Folli su La Repubblica
Siamo nell’era delle guerre ibride: anche il più distratto tra i cittadini sa cosa vuol dire. È l’insieme di attività cyber, colpi messi a segno dagli hacker, destabilizzazione delle reti informatiche, uso perverso dell’intelligenza artificiale, tutti strumenti
utilizzati per colpire il nemico e disarticolarne le difese.
Al tema sono dedicati numerosi studi, nel settore militare e civile. Ed è un campo ancora in parte inesplorato, se non altro perché l’evoluzione tecnologica è sempre più rapida, il che sfida ogni giorno le conoscenze dei migliori ricercatori.
Di sicuro oggi un analista militare, come l’eccellente Gianluca Di Feo che scrive su questo giornale, sa di dover completare la sua preparazione con uno sguardo
verso il futuro, non soltanto nel presente della macchina bellica, sia pure auspicabilmente orientata alla difesa.
Tra i saggi usciti di recente c’è Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti di Arturo Di Corinto.
Non è il solo, naturalmente: altri lavori portano le firme, per citarne alcune, di Emanuel Pietrobon, Roberto Baldoni, Mario De Pizzo.
Se restiamo allo scritto di Di Corinto, cogliamo due aspetti essenziali.
Il primo è la dimensione inafferrabile della guerra ibrida. A differenza del conflitto tradizionale, legato al territorio e allo scontro fisico tra eserciti (o magari tra irregolari della guerriglia), qui si entra in un mondo che è al tempo stesso globale e in un certo senso smaterializzato.
Il secondo aspetto riguarda la fase transitoria in cui siamo immersi: nei nostri anni convivono l’antico e il post-moderno. La guerra classica e la dimensione ibrida.
L’esempio è l’Ucraina. Un massacro che prosegue da oltre quattro anni e mezzo,
più di quanto sia durata la Prima guerra mondiale, fatto di trincee, bombe, persino l’uso delle armi bianche. E al tempo stesso droni sempre più sofisticati, tecnologie
affinate proprio nel fuoco delle battaglie. L’Ucraina ha cambiato il volto dei conflitti ma è ancora sospesa tra il medioevo e la fantascienza.
Quindi vale la pena interrogarsi: quanto è provinciale chiamarsi fuori, credere che basti non aiutare Kiev per ottenere la pace nel mondo? L’Italia è in ritardo sul terreno della tecnologia ed è qui il fossato da colmare.


