Civiltà dei dati è una bella rivista. Prosecuzione ideale della Civiltà delle macchine che dal 1953 al 1979 ha contribuito a modellare la cultura dell’innovazione nel nostro paese, aspira oggi come allora a intrecciare il dialogo tra scienza, tecnologica e sperimentazione letteraria e artistica con un focus specifico sull’ontologia del dato. Proprio quel dato che consente scelte e previsioni, il dato che ci anticipa e rappresenta nel mondo digitale e che è il carburante delle nuove macchine IA è il centro e al centro della rivista. Diretta da Jaime D’Alessandro, storica penna tecnologica dell’Espresso e di Repubblica, è un contenitore di alcune delle migliori firme del pensiero contemporaneo in lingua italiana, Floridi, Taddeo, Benanti, Aresu, e del giornalismo tech come Iacona, Aluffi, Sterling e altri. I primi quattro numeri della rivista, frutto di un progetto della Fondazione Leonardo, direttrice generale la giornalista Helga Cossu, sono stati dedicati a quattro grandi temi d’attualità: lo spazio, la mente, gli archivi, l’IA e i digital twins.
La rivista è molto curata, sia dal punto di vista grafico, con una chiara impronta visiva, sia per i contenuti.
Il primo numero è una parata delle stelle femminili protagoniste della ricerca spaziale; il secondo, è incentrato sugli effetti psicologici della tecnologia e dei social network; il terzo si fonda sul rapporto tra analogico e digitale per parlare di archivi. Particolarmente interessanti sono le riflessioni di Paolo Benanti in questo numero tre quando parla dell’importanza della memoria selettiva, cioè di quel processo che è umano ma non macchinico, di ritenere solo quello che serve, come accadeva con le biblioteche. Benanti fa anche un riferimento importante all’etica dell’IA quando ricorda che gli strumenti, tutti gli strumenti, non sono neutri, ma forme d’ordine e disposizioni di potere. Nella rivista numero 4 va letta l’intervista a Lucilla Sioli, direttrice dell’ufficio europeo per l’IA. Detto per inciso è quella graficamente più bella (recupera le copertine di Urania). Ma è sempre nel numero 3 che troviamo la chicca: una storia a fumetti dell’impareggiabile Milo Manara basato sulla storia della biblioteca meccanica di Jorge Luis Borges. Chissà se quell’utopia bella e terribile della macchina da scrivere universale, oggi rappresentata dall’IA generativa, potrà mai predirci il futuro dentro a un libro. Accetteremmo anche qualche errore di sintassi.
«Civiltà dei dati. 2025. Fondazione Leonardo. Direttore Jaime D’Alessandro». Nella foto i primi quattro numeri.


