Ecco l’app del Pd che riabilita Rousseau

Hacker’s Dictionary. Il neoministro Boccia e il segretario Zingaretti lanciano la piattaforma online del partito per connettere iscritti ed eletti. “Ci sarà dentro tutta la vita del partito”, dicono i creatori

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 26 Settembre 2019

Quindi l’idea di Rousseau è buona. Usare una piattaforma digitale per comunicare con gli iscritti, rendere trasparente l’azione degli eletti, votare online le proposte da portare in Parlamento, è la strada giusta. Lo dimostrano i fatti, adesso che anche il Pd ha creato l’app di partito con cui gli onorevoli dovranno rendicontare la loro attività online e rimettersi al voto dei militanti. Ci si potranno anche caricare foto e video. Per creare questo Facebook di partito si potrà rendere nota la propria posizione e così entrare in contatto con altre persone in zona per attivarsi su un problema territoriale mentre un sistema di notifiche segnalerà gli eventi per i quali l’iscritto ha dichiarato il suo interesse. Secondo gli ideatori tutta la vita del Pd finirà dentro l’applicazione. Ma proprio tutto: documenti, leggi, interventi, proposte.

Insomma, tra gli effetti del governo giallorosso non c’è solo la riduzione della polemica online tra Pd e Cinquestelle, la quasi scomparsa degli articoli critici, sarcastici, «d’inchiesta» nei giornali d’area, ma anche la riabilitazione del modello Rousseau.

D’altra parte il Pci, Pds, Ds, Pd ha avuto una lunga consuetudine con l’innovazione tecnologica, la comunicazione digitale e la partecipazione a rete, dai tempi di IxD, Informatica per la Democrazia (1992) e Città Invisibili (1994), i cui protagonisti, simpatizzanti e iscritti al partito, si riunivano alla Fondazione Basso, a Botteghe Oscure e in Cgil. Fino all’esperimento di Network, il think tank digitale nato nel 1996 e diventato autonomia tematica dei DS nel 1998 con Gianfranco Nappi e Pietro Folena da cui scaturì la prima proposta di legge sul telelavoro e il primo progetto di informatizzazione del partito romano recapitato al segretario Veltroni. Ma dal 1992 erano già disponibili i software che permettevano agli iscritti di quelle associazioni di deliberare su proposte politiche. Prima ancora c’erano stati gli esperimenti coi BBS, i Bulletin Board System, le bacheche informative elettroniche e un iscritto, il compagno Valerio Russo, aveva addirittura creato una sezione telematica del Pds a Roma.

Tentativi che hanno lasciato sul campo morti e feriti che però non si sono rassegnati e hanno continuato a spingere per non lasciare che la sinistra partitica perdesse il treno dell’innovazione. Un treno che la sinistra ha perso lo stesso, complice analisi datate e stanchi rituali di una politica arroccata nella difesa del suo modo di funzionare e che oggi di fronte al fenomeno Grillo ha dovuto arrendersi all’evidenza. Non si costruiscono cattedrali nel deserto, semmai dove la gente si incontra già: sul Google store, appunto.

Fra gli ultimi a cimentarsi nello sforzo di dotare il partito di strumenti all’altezza dei tempi Francesco Nicodemo, che da consigliere renziano provò a rilanciare gli strumenti di partecipazione politica ad uso del partito democratico creando la Pd Community che poi giocherà un ruolo nelle europee del 2014, per connettere le istanze dei cittadini con quelle del partito. Mentre dopo la sconfitta al referendum costituzionale del 2016 ci aveva provato l’allora segretario Renzi, con la «piattaforma Bob».

Adesso arriva la creatura del neoministro Francesco Boccia, la «Pd App», una «rivoluzione epocale», bum!
Però, forse questi esperimenti non sono inutili, a patto di non volere reinventare la ruota. Non sarà facile per un partito che non nasce in rete e che dovrà imparare a declinare l’organizzazione territoriale dentro un sistema digitale. Chissà se durerà. Per ora c’è tanta comunicazione, la sostanza si vedrà.