Samba in salotto, anche la tv ti spia

Hacker’s Dictionary. La rubrica settimanale a cura di Arturo Di Corinto

Di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 12 Luglio 2018

Il direttore generale del Dis che sovrintende ai nostri servizi segreti ha detto che tre o quattro compagnie sovranazionali detengono più informazioni sui cittadini di quante ne abbiano gli stati di appartenenza.

Antonello Soro, il Garante italiano della privacy la chiama «algocrazia»: il governo delle masse attraverso i dati che le persone cedono, spesso inconsapevoli, alle grandi piattaforme digitali.

Ormai viviamo in una tale simbiosi col web e il telefonino che non ci facciamo più caso. Il motivo è facile da capire: tutti noi barattiamo qualche comodità con il controllo sociale esercitato dai big player delle rete.

I dati che noi produciamo non sono semplici dati, ma rimandano a dei comportamenti: dove siamo stati, con chi, per quanto tempo, con chi abbiamo parlato, cosa abbiamo comprato, quanta ginnastica abbiamo fatto.

Attraverso l’analisi di questi dati è possibile anticipare quei comportamenti, manipolarli e modellarli come se fossero spontanei.

Il dibattito pubblico su questi temi però è ancora a uno stadio larvale.

Pochi provano a metterci in guardia e la massa delle persone se ne infischia a fronte della partecipazione gratuita al marketplace di Facebook, dell’uso gratuito di Gmail o delle mappe di Google, della possibilità di affossare un ristorante su TripAdvisor, o di celebrare il nostro autore preferito con una recensione su Amazon.

Per fare quello che fanno, queste piattaforme ci inseguono, letteralmente.

Lo fanno con dei software che sia chiamano «tracker» che appunto tracciano i nostri comportamenti online (non sul manifesto, ndr).

Per capirci, è come se qualcuno ci seguisse durante lo shopping e annotasse i negozi che abbiamo visitato e quelli di cui abbiamo guardato solo la vetrina e infine mettesse il naso nella borsa degli acquisti.

La ribellione verso queste forme di sorveglianza commerciale, che può diventare anche sorveglianza politica in paesi autoritari, ha prodotto delle cause importanti contro Facebook e company in Belgio, Francia e Germania.

Adesso sono molte di più le persone consapevoli di essere sorvegliate da siti, app e smartwatch da polso o dai rilevatori di frequenza cardiaca.

I più furbi di noi modificano le impostazioni dei software che usiamo e gli impediscono almeno la geolocalizzazione. Quelli ancora più furbi usano i software anti-tracciamento suggeriti dalla Electronic Frontier Foundation.

Ma che succede quando queste stesse tecnologie di sorveglianza ci entrano nella camera da letto o nel salotto di casa?

Il New York Times ha pubblicato un rapporto su Samba TV, che raccoglie dati su 13,5 milioni di telespettatori al fine di personalizzarne la visione. Samba ha firmato accordi con Sony, Sharp, Toshiba e altri, per installarci il suo software. Si chiama Automatic Content Recognition (ACR) e dovrebbe fornire «approfondimenti essenziali sulla Tv».

Piazzata in salotto e accesa, la prima schermata chiede di abilitare Samba Interactive Tv. Il servizio promette consigli su cosa vedere propone offerte speciali d’acquisto «riconoscendo abilmente i contenuti su schermo».

Dal 2016 i dirigenti della società hanno affermato che oltre il 90% delle persone ha fatto clic sul pulsante di attivazione.

Samba crea una «mappa del dispositivo» per abbinare i contenuti Tv ai dispositivi che condividono la rete con la smart Tv.

Secondo Jeffrey Chester, direttore esecutivo del Center for Digital Democracy, l’azienda esce dal salotto per rintracciare gli utenti «nel loro ufficio, in fila al ristorante e mentre viaggiano».

Attento, anche la televisione ti spia.