Presentata la settima relazione annuale del Garante per la Protezione dei dati personali
[Arturo Di Corinto]
http://www.aprileonline.info/index.asp?numero=28

“La privacy è un diritto fondamentale della persona”. Basterebbe questa frase per sintetizzare il senso dell’importanza delle leggi e delle istituzioni a tutela della privacy ribadita nella relazione che il Garante per i dati personali Stefano Rodotà ha svolto ieri mattina nella sua comunicazione annuale davanti alle più alte cariche dello Stato.

Basterebbe se non fosse che l’adozione massiccia e spesso esagerata delle nuove tecnologie introduce delle distorsioni quando, ad esempio, “le risorse disponibili vengono investite in impianti di videosorveglianza privi di vera utilita’ per la sicurezza. Quando, ad esempio, ci si affida a grandi banche dati centralizzate, tecnicamente difficili da gestire, vulnerabili agli attacchi, accompagnate da outosourcing poco affidabili, tali da distogliere l’attenzione dalla necessita’ di raccolte e di indagini mirate. Distorsioni anche nella percezione e nell’analisi della realta’ quando, ad esempio, le raccolte di informazioni vengono adoperate per frettolose traduzioni di un fenomeno complesso in termini di ordine pubblico, invece di indagarne le ragioni sociali e di avviare, quindi, politiche piu’ adeguate”. Un ragionamento, questo del Garante che non è mai sembrato pro domo sua, cioè a difesa nell’esercizio di una funzione che è ormai riconosciuta da imprese, istituzioni e singoli cittadini, come testimoniano le centinaia di procedimenti di infrazione aperti dal suo ufficio e dalle 38 mila segnalazioni ricevute durante l’ultimo anno di attività. La relazione, che è stata molto aprezzata dagli altri Garanti, Cheli (Comunicazioni), Tesauro (Antitrust) e dal presidente della Camera Casini che gli ha riconosciuto un forte “substrato etico”, sì è incentrata questa volta non tanto e non solo sui rischi di violazione delle leggi a tutela della privacy, ma sulle inadempienze dello Stato e delle Pubbliche Amministrazioni – tanto da creare un momento di frizione, subito risolto, con il Ministro Stanca – e sulla dimensione del corpo quale nuova frontiera del conflitto fra libertà individuali e sicurezza collettiva. A questo proposito il presidente dell’Autorità garante ha ribadito che la biometria non è lo strumento migliore per la lotta al terrorismo, visto gli strascichi che porta aggiungiamo noi: la cultura del sospetto, la categorizzazione degli individui, l’invasione della persona, i falsi positivi. La biometria non va demonizzata ma neppure banalizzata perchè rappresenta più di altre tecniche l’invasione di ciò che meglio definisce la dimensione privata della persona, il corpo fisico, un territorio di segni il cui uso improprio può portare pregiudizio ed esclusione ma anche comportamenti paranoici e il “rischio della certezza”. Come nel caso dei test genetici venduti al supermercato di Internet senza alcun controllo. Come nel caso dei chip sottopelle che permettono di monitorare gli spostamenti delle persone. Come nel caso delle tecnologie discansione dell’iride che identificherebbero gli individui meglio delle impronte digitali. Si tratta infatti di tecnologie giovani in fase sperimentale il cui improprio ed erroneo utilizzo può produrre conseguenze drammatiche e non reversibili nella vita delle persone. Probabilmente per questi e per altri motivi Rodotà ha tenuto a ribadire che ”non tutto cio’ che è tecnologicamente possibile è anche socialmente desiderabile, eticamente accettabile, giuridicamente legittimo”.
Ma la questione dell’uso moderato delle nuove tecnologie per la raccolta dei dati va ben oltre perchè riguarda la stretta attualità, quella dei controlli antiterrorismo. Per il Garante infatti, “Non c’è conflitto radicale fra le esigenze della lotta al terrorismo e alla criminalità e la difesa della privacy dei singoli cittadini”, ma ricorda che “nel conflitto fra democrazia e terrorismo, la democrazia non deve negare se stessa, perchè essa è l’arma piu’ forte per affermare i nostri valori contro chi vuole negarli”.