Arturo Di Corinto
11 dicembre 2006
area.cinquantuno.it

L’innovazione consiste nel fare meglio oggi quello che già si faceva ieri e nel fare oggi quello che prima era impossibile o impensabile. Ma come? Con la tecnologia.

Quando parliamo di innovazione, in realtà parliamo di innovazione tecnologica, la quale a sua volta implica l’invenzione, l’uso e lo sviluppo di una o più tecnologie.

Quando una tecnologie emerge, in genere si sviluppa un intero set di nuove tecnologie che dà luogo a fenomeni di innovazione combinatoria, come dicono gli economisti. Fenomeni in cui diverse tecnologie convergono e determinano artefatti nuovi e comportamenti nuovi. Pensate all’invenzione del motore a scoppio: da lì sono venute le strade di asfalto, il pneumatico, eccetera, ma, soprattutto, è cambiato il modo delle persone di spostarsi e quindi di percepire le distanze.

Questi artefatti sono la risposta a dei bisogni antichi, producono nuovi bisogni e sono sempre il precipitato di intuizioni e idee precedenti che qualcuno ha organizzato in modo creativo.

Ora, siccome l’innovazione per definizione procede a salti, si avvantaggia del pensiero laterale, del confronto dei punti di vista, della capacità di guardare a cose vecchie in una maniera nuova e di combinare cose note in modo originale, è evidente che è necessario all’innovazione valorizzare la conoscenza implicita sulle cose e implementare saperi sociali diffusi.

Affinchè queste conoscenze siano usabili è necessario che la conoscenza, l’intelligenza incorporata in macchine e artefatti venga approfondita, sistematizzata, verificata e divulgata. In maniera ricorsiva.

Qui sta il nostro problema. Fare questo significa mettere i soggetti produttori di conoscenza in comunicazione fra di loro. E invece viviamo una situazione paradossale in cui seppure consapevoli che la produzione e l’implementazione di idee innovative rappresenta un alveo culturale necessario a sviluppare nuovi prodotti e nuovi mercati, una nuova economia che chiamiamo della conoscenza, quella prodotta viene tenuta sottochiave.

Eppure dalla libera circolazione di idee, informazioni e conoscenza avremmo tutti da guadagnare. Volete un esempio? La rete Internet e il world wide web.

Pertanto bisognerebbe riconoscere da una parte che la libera circolazione delle idee e dei saperi è il prerequisito per utilizzare la conoscenza incorporata in oggetti e processi, facilitando la comprensione del valore d’uso dell’innovazione in modo da acquisirne logiche e modalità di funzionamento, aprendola

Ma bisogna anche saperla comunicare superando sia la paura del nuovo che l’ansia “da comprensione”, attraverso un ripensamento complessivo degli strumenti stessi del comunicare l’innovazione.

In questo senso è importante dialogare coi fruitori dell’innovazione ponendosi in una condizione di ascolto ma anche integrando comunicazione e marketing, come dice Andrea Granelli (2005) “aprendo” il prodotto ai principi del suo funzionamento, disvelando la competenza tecnologica utilizzata e favorendone la formazione”, come nel caso dell’Open source e delle licenze libere del tipo Creative commons. Solo così, è possibile fare meglio quello che si faceva ieri, e fare oggi quello che ieri era impossibile o impensabile. Cioè innovare.

Il tema è in finalmente entrato in agenda anche per la politica che però sottovaluta grandemente l’innovazione sociale e le condizioni preliminari a ogni tipo di innovazione. Per questo con RGB abbiamo fatto un libro: L’innovazione necessaria, e ne parleremo stasera, Lunedì 11 dicembre, a Roma dalle 16,30 presso la Fondazione Basso, in Via Dogana Vecchia 5.

Arturo Di Corinto