Ed ecco il decreto ammazzaprivacy

ARTURO DI CORINTO
il manifesto – 10 Febbraio 2004

Al voto in senato il provvedimento che permette di indagare per 5 anni nel nostro traffico internet e telefonico

Il 24 dicembre scorso, in un decreto-omnibus, tra la riorganizzazione dei tribunali delle acque e della giustizia amministrativa, il consiglio dei ministri ha infilato un dispositivo che porta a cinque anni il tempo di immagazzinamento dei dati del traffico Internet e telefonico, legittimando una prassi inveterata degli operatori di telefonia e introducendo una norma che fa carta straccia del codice della privacy varato il 30 giugno scorso e che doveva entrare in vigore il 1 gennaio. Il decreto ammazzaprivacy, così ribattezzato dai suoi detrattori, dovrebbe facilitare le indagini della polizia giudiziaria e la repressione dei reati in rete e fuori; nasce, non è un segreto, dall’éntourage della direzione antimafia del procuratore Luigi Vigna e subito solleva aspre proteste. Le associazioni di categoria degli Internet provider lamentano le difficoltà tecniche della sua attuazione: «ci vorrebbero 80 milioni di cd rom all’anno per stipare questi dati», con costi che ricadendo sui clienti, minacciano di regalare gli utenti a imprese d’oltralpe. Anche il popolo della rete si mobilita. La webzine Quinto stato promuove una raccolta di firme, Il Secolo della rete inaugura una campagna di sensibilizzazione e insieme ai deputati Cortiana e Cento consegnano ottomila firme di protesta contro il decreto ai presidenti di camera e senato. Dopo l’audizione del Garante per la privacy in commissione giustizia e una mozione di Pietro Folena, i deputati votano alla camera un testo emendato in commissione, stralciando la parte relativa a Internet. Rimane il controllo dei dati telefonici. Il bicchiere sembra mezzo vuoto e mezzo pieno.

Lo stesso Garante, che ha apprezzato molto il lavoro fatto dalla camera dei deputati e dalla commissione giustizia del senato, limitando ai soli dati del solo traffico telefonico gli obblighi di legge, ha dichiarato al manifesto che «è importante che il parlamento abbia finalmente preso coscienza che la privacy non è un gretto affare di rifiuto ad ogni sguardo altrui, ma una dimensione essenziale della libertà dei contemporanei che, attraverso la protezione dei dati, possono così esercitare con nuova pienezza diritti fondamentali come quello di comunicazione, di associazione, di manifestazione del pensiero e di libera circolazione».

Però dopo la buona performance della camera e la inusuale convergenza di opposizione e maggioranza, che per una volta non è garantista a senso unico, il risultato viene rimesso in discussione al senato dove addirittura i parlamentari di opposizione sembrano favorevoli al ripristino del testo originario perché «cinque anni sono necessari alle indagini», e dove oggi si voterà su questo.

Che non si tratti di una questione di lana caprina, né di cosa da affontare per via emergenziale senza un dibattito pubblico, lo capisce anche l’uomo della strada: perciò si tratta di trovare il giusto equilibrio fra diritti individuali e sicurezza collettiva, e la questione non può riguardare solo le telecomunicazioni. L’innovazione tecnologica infatti comporta un salto di qualità nella capacità di governi, polizie, imprese di sorvegliare e condizionare i comportamenti. Attraverso bancomat, telecamere, carte di credito, carte magnetiche, passaporti elettronici e telefonini, nulla dei nostri comportamenti personali sfugge all’occhio del grande fratello. Con la scusa della criminalità e del terrorismo, il processo di integrazione delle banche dati a livello europeo è già una realtà che ormai sfugge al controllo dei suoi stessi amministratori.

L’ultimo allarme globale di violazione della privacy è stato denunciato dall’Electronic Privacy Information Center (www.epic.org) che sta preparandouna class action contro la Northwest airlines colpevole di passare i dati dei suoi ignari passeggeri a un dipartimento della Nasa incaricato di elaborare un sistema di ricerca di potenziali terroristi a partire dai dati degli spostamenti aerei. Altra polemica riguarda la supina adesione dell’Italia alle richieste Usa di consegnare lo stesso tipo di dati relativi a chi viaggia su Alitalia, muovendo le opposizioni a chiederne conto in parlamento; o ancora il problema dell’emissione di passaporti coi dati biometrici, data per scontata dal governo e sconosciuta agli uffici passaporti della polizia; o per finire la rivolta contro la tessera sanitaria che è diventata terreno di scontro fra medici e governo nel braccio di ferro che ha portato allo sciopero della sanità pubblica.

Se a tutto questo aggiungiamo che ogni nostra relazione può essere ricostruita attraverso l’analisi di email e telefonate, chi sarà più sicuro che i nostri dati non vengano usati contro di noi e che per un errore non si finisca protestati o espulsi dal posto di lavoro?

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