Al Forte Prenestino lo spettacolo teatrale di Margine Operativo
ARTURO DI CORINTO
Il Manifesto 16 Marzo 2001

Pezzi di Novecento, il Novecento fatto a pezzi. Questo il motiv dell’ultimo spettacolo di Margine Operativo, macchina teatrale nata al Forte Prenestino di Roma, e intitolato: Un secolo: Esercizi di Vertigine, di e con Alessandra Ferraro e Pako Graziani.

All’interno della rassegna Prove di Volo, Percorsi Multipli, che si svolge nel centro sociale romano, lo spettacolo è l’occasione per ripercorrere le tappe del Novecento mettendo in scena un ipertesto sonoro e visuale dell’esperienza di un secolo intero, introdotto dai prolegomeni filmati di Riot Generation Video.
Nella ricerca degli autori la vertigine, intesa come turbamento che fa mancare la vista e l’equilibrio, è il pretesto per rappresentare l’inquietudine del secolo breve e rielaborarne il fardello al fine di tracciare una prospettiva di fuga. Fuga che è superamento e non abbandono e rinuncia, perché è la passione politica che legge le utopie e le distopie del novecento attraverso frammenti testuali di Majakovskij, Artaud, Muller, Cvetaeva e Ballard, come a dire dell’impossibilità di ricondurre ad unità la sua storia. Mettendo in scena il binomio passione-omicidio attraverso la rappresentazione dei momenti topici del secolo, la guerra, l’industrializzazione massiva, le lotte operaie, la società della comunicazione, le crisi di crescita del secolo vengono raccontate attraverso metafore e incursioni concettuali.
Al centro dello spazio un bidone. Il bidone è un elemento scenico e simbolico. Raccoglie gli oggetti quotidiani che segnano i passaggi del Novecento: una pistola, un volante, un televisore, un telefono, la tastiera di un computer e una rosa. Oggetti-funzione della storia agita dagli attori e che diventano il sottotesto di un racconto inserito nel paesaggio video-sonoro, orchestrato da Diego Zerbini e Madpat, che, scomponendo la scena, racconta luci e ombre del secolo delle grandi narrazioni ideologiche.
La cifra stilistica dell’opera è quindi l’interferenza dei codici e dei testi che si richiamano a vicenda in un gioco di specchi dove il ritmo sostenuto del movimento dei corpi alternato alla loro momentanea fissità, narra la velocità del secolo breve e allo stesso tempo ne racconta le stasi.
Agire in prima persona quello che è stato come abreazione collettiva dei sogni, delle utopie e delle crudeltà del “secolo che non è ancora passato”, ma anche momento fatico per un teatro che è ricerca drammaturgica e sperimentazione attoriale e che diventa spettacolo mediante la manipolazione di suoni, voci-rumori, luci-colori e che si sottrae all’angusta categoria del “teatro dei centri sociali”, anche se è da lì che ne riceve respiro e complicità.
“Per oltrepassare il Novecento, dicono gli autori, forse bisogna passare attraverso la sensazione del risalire precipitando, della vertigine”. Anche qui il problema non è però la caduta ma l’atterraggio. Che se è singolare può diventare collettivo.