nova11032010-dicorintoCandidati (quasi) web 2.0
Arturo Di Corinto per
Il Sole 24 ore – Nova
del 11 Marzo 2010

Qualcosa è cambiato nel rapporto fra i politici italiani e la rete. I candidati alle regionali 2010 sembrano aver fatto tesoro dei cattivi esempi che l’uso di Internet applicata alla politica ci aveva finora offerto. I siti volantino e i blog chiusi ai commenti, con fotografie ammiccanti e nessuna interattività col pubblico elettorale sono quasi spariti.
Il cambiamento si nota nel buon livello di sofisticazione tecnologica dei siti dei candidati, che oggi hanno mappe georeferenziate, videoclip, suonerie, e le icone dei social network. A guardare meglio, però, si tratta per lo più di bandierine piazzate in fila che permettono di accedere a contenuti che ripetono il vecchio rituale della propaganda politica ed enfatizzano all’eccesso la vetrinizzazione del candidato in rete, che accumula fan su Facebook e follower su Twitter senza un vero dialogo con l’elettore.
Alcuni abbozzano timidi tentativi di negative campaigning, la propaganda negativa in cui si critica e ridicolizza l’avversario ribaltandone il messaggio. Mentre quasi tutti i candidati che campeggiano coi loro manifesti sui muri non rinunciano a indicare il proprio sito web al passante distratto, quasi nessuno di loro si dedica a fare seeding dei propri contenuti, accontentandosi per la più di piazzare qualcosa sui media sociali. Così gli iscritti ai canali youtube dei candidati sono pochi, i post su Facebook sono prevalentemente dello staff, le discussioni sui blog rare.
Eppure casi di eccellenza ce ne sono. Renato Brunetta ha lanciato il social network Grande Venezia e un’applicazione per iPhone da cui accedere a programma, news e sondaggi da candidato sindaco. Il partito di Vendola ha lanciato la campagna “Mettiamoci la faccia”e invita a scaricare un messaggio di sostegno già pronto, stamparlo, farcisi una foto e caricarlo sul sito di Sinistra, Ecologia e Libertà. Invece Emma Bonino sfrutta al meglio il ricco archivio digitale di Radio Radicale. Ma il più tecnologico sembra il sito del candidato Pdl in Lombardia, Formigoni, che interagisce via smartphone con gli elettori e pubblica i loro Sms sul sito. E data l’enfasi posta sulla comunicazione mobile sembra l’unico ad avere capito che è quella la killer application della futura comunicazione politica.
Parecchi offrono il proprio programma alla discussione in rete. L’Italia dei Valori fa un buon uso di video professionali per presentare i suoi “11 punti”, in Campania l’accattivante sito di Stefano Caldoro invita gli elettori a contribuire al programma, già scritto, inviando le proprie idee dal sito (ma non si sa dove finiscono), offrendolo ai commenti dei lettori (rarissimi), cosa che non accade col ricco sito di Roberto Formigoni dove in tanti hanno votato una proposta per incentivare il telelavoro e sostenere le aziende.
La moda del momento comunque sembrano essere le tag cloud e la messaggistica Sms che, se talvolta non funziona, serve a costruire utili database per contattare gli elettori.
Il sito di Filippo Penati è graficamente pulito ed elegante, e implementa strumenti di condivisione come Sharethis, il sito di De Luca offre invece, come altri, un’utile mappa dei comitati elettorali e un numero verde cui gentilissime operatrici rispondono per dare informazioni su programma ed eventi del candidato campano del PD, e lo stesso fa la Polverini.
Tutti esempi di un rapporto in costruzione fra la politica e le logiche del web 2.0 che sconta in molti casi un ritardo culturale e un sospetto malcelato per meccanismi di democrazia non maturati nel faccia a faccia parlamentare e di sezione. Ma che pure ci dicono che esiste un’imprenditoria diffusa della comunicazione web che ha intercettato alcune tendenze della rete, la crosmedialità, l’uso di Cms liberi e gratuiti, licenze creative commons e il dialogo aperto con gli oppositori, e che è in grado di farle accettare ai candidati che, quando ne hanno i mezzi, le implementano, senza necessità di capirle fino in fondo. In tutto questo i contenuti della campagna spesso scompaiono e diventano slogan di facile effetto e nessuna verifica. In queste elezioni tecnologiche il mezzo è il messaggio, ma non si può ancora parlare di obamizzazione della politica in rete.