logo peace reporter

Internet 2010
per Peace Reporter di Aprile
Arturo Di Corinto

Nei dieci anni trascorsi dalla bolla della new economy alla candidatura di Internet a Nobel per la Pace, tanta acqua è passata sotto i ponti. Ma dopo quaranta anni dalla sua nascita, Internet fatica ancora ad essere riconosciuta come un fenomeno sociale che influenza la vita anche di chi non la usa, come immensa agorà pubblica ed ecosistema globale degli scambi delle società avanzate.
In Italia leggi e commissioni che hanno provato a darle regole e confini hanno ottenuto solo di ritardare questo esplosivo fenomeno. La legge Urbani contro la pirateria audiovisiva, i decreti ammazza-blog, le denunce contro Indymedia, sono stati i tentativi maldestri e non riusciti della politica di mettere la museruola alla rete per via parlamentare mostrando il terror sacro dell’establishment verso un “oggetto” che metteva in discussione i vecchi assetti di potere.
Ancora peggio hanno fatto gli interventi telecomandati alla magistratura per irregimentare una cosa fluida come l’acqua: la condivisione di file sui social media e sulle reti peer to peer. Il sequestro preventivo della Baia Pirata, un motore di ricerca per file torrent, attraverso cui era possibile anche individuare dove prelevare materiale coperto da copyright; il caso Peppermint, l’azienda che viola la privacy degli utenti per stanare i colpevoli del file-sharing musicale; il caso Google-Vividown, con la condanna dei manager di Google per non aver prontamente rimosso un video offensivo della privacy di un giovane disabile; la querela di Mediaset contro Google, dove la potente holding berlusconiana rivendica il pagamento delle royalties dei suoi materiali caricati a spezzoni su Youtube; il caso Angelucci-Wikipedia, per cui il senatore ha ottenuto la rimozione dei contenuti che lo riguardavano dall’enciclopedia libera perché dannosi della sua reputazione, dimostrano che i giochi non sono fatti e che siamo ancora lontani dal convivere pacificamente con la rivoluzione digitale portata da Internet.
Ad essere messe in discussione sono le vecchie certezze (io vendo, tu compri; io parlo, tu stai zitto) e il ruolo di un esercito di intermediari di professione: politici, avvocati, manager, imprenditori, giornalisti, insieme a tutti i modelli tradizionali su cui era improntata la tradizionale catena del valore, la value chain, nel cinema, nella musica, nel software, nell’editoria, business scombussolati dall’emergere di questa figura ibrida di utente/consumatore, il prosumer, produttore e consumatore in proprio di informazioni e conoscenze volenteroso di esprimersi nei circuiti della produzione sociale digitale.
Se c’è qualcosa che rende Internet unica è che si offre come piattaforma di una disintermediazione spinta fra produttori e pubblico, politica e cittadini, creatori e fruitori di opere creative. Anche se questo non vuol dire che non servano nuovi intermediari, è chiaro che mentre una nuova classe creativa si affaccia al mondo, i vecchi intermediari non staranno a guardare e daranno battaglia.
Perciò a partire da quella folla corsa delle new economy, dall’imperativo diventa_oscenamente_ricco_subito, all’economia del dono dei network sociali, è facile capire che sono loro, siamo noi, il software sociale della rete, quello che la fa funzionare, ad essere il nemico da combattere. Ma qualcosa di nuovo è nell’aria se perfino il presidente della Camera Gianfranco Fini dice: Internet è Libertà. E la libertà non si può soffocare. E’ in gioco il destino delle generazioni future.