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Social e web, la commissione antipirateria ritira l’emendamento bavaglio

La proposta del deputato Pd Baruffi – che lasciava a Google, Facebook e Twitter la facoltà di rimuovere contenuti presunti illeciti senza passare per l’autorità amministrativa e giudiziaria – ha scatenato la bagarre in rete e tra i dem. Ora si tratta per riformulare il testo per tutelare il made in Italy e la proprietà intellettuale
di ARTURO DI CORINTO per la Repubblica del 4 Luglio 2017

BOTTE e risposte su Twitter, esperti in agitazione, schermaglie dentro al Pd. Ma alla fine l’emendamento che imbavaglia la rete è stato ritirato. Se fosse passata la proposta dell’onorevole Davide Baruffi sarebbe diventato fin troppo facile denunciare per diffamazione, o peggio, l’autore di un semplice post su Facebook e Twitter.

L’emendamento proposto dall’onorevole Pd – all’articolo 16, comma 1, del decreto legislativo 9 aprile 2003 n.70, di attuazione della direttiva relativa ai servizi della società dell’informazione e al commercio elettronico (2000/31/CE) -, prevedeva infatti di scavalcare le “autorità competenti” per rimuovere contenuti presunti illeciti o diffamatori in rete, con una semplice notifica ai gestori delle piattaforme ospitanti. E nella formulazione iniziale “adottando misure che contribuiscano in modo effettivo a prevenire nuove violazioni rispetto alla medesima informazione, e che siano effettive, proporzionate e concretamente dissuasive”.

Per molti commentatori era riapparso il fantasma del bavaglio alla rete prestandosi la formulazione ai soliti abusi di quanti mal tollerano la libertà di opinione sul web. A dare l’allarme Guido Scorza, secondo cui tale emendamento avrebbe avuto effetti disastrosi per la libertà d’espressione, un diritto ormai considerato acquisito da chiunque eserciti la sua libertà di parola sul web, e subito ripreso da esperti e commentatori. Tra questi Guido Romeo, presidente dell’Associazione Diritto di sapere, secondo cui la norma presentata è liberticida e incoerente: “Un’idea anacronistica perché si ostina a trattare il web in maniera diversa dagli altri media. Piattaforme come Google, Facebook e Twitter, inoltre, si sono dotate da tempo degli strumenti necessari per richiedere la rimozione dei contenuti illeciti sul web”. Sarcastico Juan Carlos De Martin del Politecnico di Torino: “Con questa norma sarebbe finalmente agevole cancellare dalla Rete qualsiasi contenuto ritenuto fastidioso senza dover prima convincere un giudice della bontà della propria richiesta. Congratulazioni.”

Dopo la bagarre è però arrivato il colpo di scena: all’ora di pranzo di ieri l’emendamento è stato ritirato con la promessa di realizzare un intervento più specifico: “Il nostro obiettivo era solo quello di colpire la pirateria in rete e non certo la libertà di espressione”, ha spiegato a Repubblica proprio Davide Baruffi, primo firmatario dell’emendamento. “A noi interessa tutelare proprietà intellettuale e industriale e da questo punto di vista riteniamo importantissimo poterla difendere adeguando la normativa italiana a quella degli altri paesi europei, semplificando le procedure”.

Ma è proprio questa “semplificazione” che preoccupa, soprattutto se viene affidata a soggetti commerciali la facoltà di decidere cosa è lecito e cosa no. Stato di cose che potrebbe indurli a eliminare dalla rete contenuti totalmente legittimi. Per capirci, se il procuratore di Vasco Rossi chiede la rimozione del filmato pirata del concerto, la decisione è facile, ma un’interpretazione estensiva della norma a commenti, parodie, remix e uso creativo di quei contenuti potrebbe limitare, e fortemente, la libertà d’espressione.

“Per evitare ogni fraintendimento la Commissione  sta ragionando col governo per una riformulazione del testo circoscrivendo il tema alla contraffazione tramite un intervento settoriale oppure con una norma di carattere generale ma con riferimenti circostanziati in termini di responsabilità e secondo fattispecie consolidate in giurisprudenza”. La decisione è attesa entro un paio di giorni.