Dalla guerra cronicizzata alla guerra profonda

Un libro di Arturo di Corinto ricompone minuziosamente il corpo teorico che oggi guida le relazioni digitali fra stati, e fra questi e le grandi imprese tecnologiche, documentando come stiano mutando profondamente le categorie politiche sia della guerra che della pace proprio per la spinta di tecniche che sono intimamente conflittuali

di Michele Mezza per Huffington Post del 13 luglio

La cronicizzazione della guerra sta diventando un nuovo modo per gestire la pace. Lo sciame sismico che ormai sostituisce le grandi scosse belliche nello stretto di Hormuz ci sta mostrando come nei prossimi anni ci dovremo adattare a convivere con un nuovo fenomeno geopolitico: la pacificazione combattuta. Si tratta di un modo per procrastinare i problemi, lasciando insoluti i nodi politici e permettendo ad entrambe le parti in azione di rivendicare il proprio successo. Iran e Usa stanno inventando il conflitto vinto da tutti. Infatti con la sistematica rottura della tregua, si rinviano i colloqui di pace e si congelani i grandi temi, come ad esempio il nucleare per l’Iran o il cambio di regime per Washington. Michael Milshtein del Moshe Dayan Center di Tel Aviv in un’intervista a Repubblica analizza lo scenario e spiega che “gli attacchi episodici a Hormuz servono a modellare il negoziato, spostando il focus sullo stretto e lasciando in ombra gli aspetti più strategici come appunto il nucleare”.

È una realtà che ha dettagliatamente descritto nel suo ultimo saggio Guerra profonda (Luiss edizioni) Arturo Di Corinto, studioso di cybersecurity in chiave geopolitica che ha alle spalle lunghi anni di documentazione del fenomeno dell’hacktivism, il protagonismo tecnologico del pulviscolo di figure autonome come sono in molti casi gli hacker professionali, che era considerato fino a non molto tempo fa area marginale rispetto alla grande politica globale. Di Corinto, dirigente oggi dell’Agenzia per la Cybersecurity, con il suo lavoro ricompone minuziosamente il corpo teorico che oggi guida le relazioni digitali fra stati, e fra questi e le grandi imprese tecnologiche, documentando come stiano mutando profondamente le categorie politiche sia della guerra che della pace proprio per la spinta di tecniche che sono intimamente conflittuali.

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