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Informazione di qualità e cultura dei media sono l’unico antidoto alle fake news

All’ambasciata americana a Roma un incontro per parlare di bufale, social network e guerra psicologica. Gi esperti: “Il giornalismo (di qualità) torni a fare il guardiano della democrazia”

di ARTURO DI CORINTO per La Repubblica del 19 Ottobre 2017

OLTRE al danno, la beffa. Alcuni giorni fa, Snopes e Politifact, tra i maggiori siti esistenti di fact checking, si sono ritrovati inondati da annunci pubblicitari infarciti di fake news senza potere fare nulla. Google AdSense, il sistema usato dagli inserzionisti di mezzo mondo per vendere pubblicità online, che è proprio all’origine della beffa appunto, li piazza in maniera automatica sui siti che accettano di esporla per arrotondare le entrate senza andare troppo per il sottile.

Gli annunci in questione si riferivano in particolare a una notizia, fasulla, secondo cui la first lady Melania Trump aveva lasciato la Casa Bianca per tornare a vivere a New York. Cliccando sull’annuncio pubblicitario però si veniva reindirizzati a due ‘siti canaglia’, clonati da popolari e storiche pubblicazioni come People e Vogue. Insomma, finta la storia, finto il sito di atterraggio.

·LA PUBBLICITA’-TRUFFA
Il fenomeno, parente stretto delle fake news, è noto come tabloid cloacking: un banner pubblicitario che imita la grafica di un sito di notizie, ti sbatte in faccia titoli sensazionalistici e anteprime verosimili di un fatto d’attualità, chiede di essere cliccato dai più curiosi e li rimanda a un sito che non è né un giornale né un blog d’informazione, ma un sito promozionale per la vendita di prodotti cosmetici, se non altro. Google afferma di averne rimossi 1300 dal suo programma pubblicitario solo l’anno scorso. Ma il fenomeno ha assunto dimensioni taali che la stessa Google sostiene di aver agito nel 2016 contro 47mila siti truffa per la perdita di peso e 15mila che installavano software non richiesto, oltre ad avere sospeso 6mila account che pubblicizzavano merce contraffatta e cancellato 900mila annunci contenenti malware. Ma è bastato? Probabilmente no, secondo Delos L. Knight III, ex vicepresidente commerciale di eBay, intervenuto ieri presso l’ambasciata americana a Roma per parlare proprio di fake news, che ha aggiunto “Le black list in realtà non hanno mai funzionato”.

·INTOSSICAZIONE DELL’INFORMAZIONE
Come è emerso nel corso dell’incontro, davanti a una ristretta platea di giornalisti, se la profonda natura delle bufale è quella di creare traffico web, e quindi macinare soldi dagli annunci pubblicitari, molti ‘spacciatori’ di notizie false hanno una motivazione ideologica: affermare un punto di vista anziché un altro, distorcere la realtà delle cose e creare ‘fatti alternativi’. Una tecnica propagandistica salita prepotentemente alla ribalta durante la corsa alla Casa Bianca di Clinton e Trump ma che ha degli antenati ‘illustri’ nelle psy-ops, le operazioni di guerra psicologica condotte da eserciti rivali per demoralizzare le truppe avversarie, influenzare il sentiment della popolazione e disorientare i governi.

·UNA VOLTA I CHIAMAVA DISINFORMAZIONE
Oggi queste operazioni, spesso finanziate da stati sovrani, prendono in maniera un po’ lasca il nome di fake news, alternative facts o post-truth. E nel nostro emisfero i russi sono considerati i maggiori esperti del campo, visto che oggi la storica ‘disinformatia’ segue le linee guida di quella che è nota come ”Dottrina Gerasimov”. Teoria che prende il nome dal Capo di stato maggiore dell’esercito russo che, dopo aver analizzato il sistema occidentale, disse che la guerra era cambiata, e che gli obiettivi politici andavano conseguiti con mezzi non-militari, come la disinformazione, l’incitamento, l’agitazione delle masse, così da seminare scompiglio all’interno del fronte avverso.

Nell’era di internet la disinformazione fa largo uso delle fake news e la sua viralità approfitta soprattutto di Facebook, Google, Instagram a WhatsApp, piattaforme che agiscono da potenti casse di risonanza per i nostri pregiudizi, soprattutto quando sono veicolati da chi ci fidiamo di più: amici e conoscenti.

Ma il problema non è solo legato alle nostre ‘cerchie’. Visto che, secondo Knight, le fake news sono uno dei problemi più grossi nella storia della civilizzazione, anche perché c’è chi rivendica la possibilità di pubblicarle sotto la protezione di istituzioni liberali che garantiscono la libertà d’espressione. Che fare allora? Intanto, impedire che Google faccia soldi con le bufale, suggerisce Knight, e poi, considerato che l’ecosistema Facebook al momento è “la nazione più grande del mondo” con i suoi 2 miliardi di utenti, bisognerebbe chiedere al social network di bloccarle sul nascere. Proprio il compito affidato da Mark Zuckerberg a Snope e Politifact.

·IL VACCINO ESISTE: E’ L’EDUCAZIONE
Ma c’è un modo più efficace per rallentare almeno l’effetto moltiplicatore dei social media ed è un rimedio vecchio come la democrazia: l’educazione. Una sana educazione alla media literacy, l’alfabetizzazione ai media, imporrebbe infatti di verificare sempre la fonte delle notizie, confrontarle, controllarne la data, leggere oltre i titoli, domandarsi se si tratta di uno scherzo, tenere a bada i pregiudizi e chiedere a chi ne sa più di noi. E quindi rivolgersi al mondo del giornalismo professionale che dovrebbe essere il primo avversario delle fake news, sia per l’erosione della fiducia nei media che queste provocano, sia per una questione di concorrenza con i siti che spacciano falsità, tutti insieme in una gara in salita ad acciuffare i lettori perduti a causa di social e siti fake.

Secondo Suzanne Nossel, direttrice di Pen America che ha appena dato alle stampe Faking News. Le notizie false e la lotta per la verità, è proprio dal buon giornalismo che bisogna ripartire capendo subito come riconoscere e bloccare chatbot e sistemi automatizzati che distribuiscono falsità a una velocità maggiore dei bravi giornalisti le cui inchieste richiedono tempo, verifiche e adeguati finanziamenti.

“Fondi che potrebbero arrivare proprio da chi è parte del problema come Google e Facebook.” – sostiene Leonida Reitano, dell’associazione di giornalismo investigativo che ha partecipato all’organizzazione dell’evento romano all’ambasciata Usa – “e rinnovando le redazioni con esperti di debunking e fact checking per ritornare a fare quello che il giornalismo ha sempre fatto, il guardiano della democrazia.”