Cyber-truffatori e politici, ladri di fiducia

Hacker’s Dictionary. Assistenti virtuali spioni, riconoscimento facciale nei bar, follower comprati, app che manipolano i dati, sono il rischio più grosso della società

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 24 Ottobre 2019

La fiducia è la moneta sonante di ogni transazione. Ma in questo mondo digitale sempre più complesso di chi o di che cosa possiamo avere fiducia? Pensiamoci un attimo.

Il direttore hardware di Google ha detto in un’intervista alla Bbc che se un ospite gli entra in casa lui lo avverte che c’è Google Home. Lo fa perché il simpatico aggeggino registra ogni conversazione intorno a lui, anche le confidenze più private che quindi si dovranno fare altrove e lontane dagli assistenti virtuali, anche di pc e smartphone.

Sappiamo che il 15% di tutti i follower sono fasulli. I clienti delle «click farm», come le chiamano in gergo, pagano in media 49 dollari per ogni 1.000 follower di YouTube, 34 per lo stesso numero di follower su Facebook, 16 dollari per Instagram e 15 per Twitter. Viene fatto perché gli «influencer» con più follower sono percepiti come più attraenti, affidabili e socialmente desiderabili, ma una ricerca dell’università di Baltimora ha scoperto che alla lunga producono perdite nette per le aziende che li impiegano. È stato scoperto che le Reti private virtuali (Vpn) tanto private non sono e che perfino un’azienda di cybersecurity come Avast che produce il popolare software gratuito CCleaner per proteggere la privacy digitale è stata attaccata e compromessa da hacker sconosciuti attraverso la Vpn aziendale.

Il famoso software Tor è stato «trojanizzato» per indurre gli utenti a scaricarsi da un sito fasullo una sua versione che è in grado di intercettarne le transazioni.
Tor è il risultato di un progetto di ricerca per tutelare la privacy di dissidenti, giornalisti e attivisti politici.

Mentre si moltiplicano gli allarmi sull’uso delle foto personali date in pasto agli algoritmi (ricordate FaceApp?), il riconoscimento facciale viene usato nei pub londinesi per fare in modo che ogni utente pagante rispetti la fila per prendere la birra. In assenza di garanzie sulla loro distruzione quei dati registrati sono un pericolo per la privacy.

L’attribuzione degli attacchi informatici rimane ancora una delle cose più complicate da ottenere ma pochi giorni fa è stato scoperto che un gruppo di hacker russi ha finto di essere iraniano per condurre diverse azioni di sabotaggio.

Se mettiamo un annuncio dentro Subito.it accade che si viene inondati di false proposte d’acquisto da truffatori che ti contattano via social o telefono per svuotarti il conto bancario e usare l’email in successivi tentativi di phishing.

I dubbi, ormai quasi una certezza, circa le manipolazioni elettorali e referendarie da parte di Cambridge Analytica, successive al Datagate denunciato da Snowden e all’email-Gate denunciato da Wikileaks, hanno contribuito a farci perdere la fiducia nei social e nelle tecnologie digitali.

Ma non spiega la crisi di fiducia causata, semplifichiamo, dalle promesse non mantenute della globalizzazione dei mercati, e che in Italia investe anche le Istituzioni.

La fiducia nella magistratura è in calo dopo i casi Lucano e Palamara, e lo stesso vale per i Carabinieri che hanno mentito sulla morte di Stefano Cucchi, o per gli scandali della tesoreria vaticana.

Ma il più grosso furto di fiducia rimane quello della politica. L’ex presidente del Consiglio Renzi, prima kingmaker dell’attuale governo, ne è diventato l’oppositore interno creando un partitino che dal giorno dopo la fiducia non perde occasione per metterne in difficoltà la coalizione per un pugno di voti futuri.

Non ci si può fidare di nessuno? Chissà. La fiducia è come Internet, sembra esserci ovunque, ma è un bene scarso. Ce ne accorgiamo solo quando non ce l’abbiamo.