Il momento straussiano

Palantir è il nuovo potere della sorveglianza globale. Anche i Servizi Segreti francesi hanno ammesso di usarne tecnologia e capacità di analisi. E lo fanno pure la Ferrari, Stellantis, il Policlinico Gemelli in Italia.
I software di Palantir sono in uso anche all’esercito israeliano. Il suo board nel 2024 ha tenuto una seduta del consiglio di amministrazione a Tel Aviv in segno di solidarietà dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023.


Ma che cos’è Palantir? Palantir è la nuova macchina del potere americano creata da Peter Thiel, il magnate che ha fondato l’azienda prendendone il nome dalla saga del Signore degli Anelli. Palantir è l’occhio che tutto vede e che nella saga consente ai cattivi di intimidire, trovare e punire, non i cattivi, ma i buoni della storia, cioè la famosa compagnia dell’Anello.


Nella prospettiva di Thiel e di Alex Karp, attuale Ceo di Palantir, però è tutto rovesciato. L’occhio che tutto vede, cioè i suoi software Gotham e Foundry, potenziati dal coordinamento di una terza piattaforma, Apollo, e dall’intelligenza artificiale IAP, sono gli strumenti della nuova sorveglianza che sovrintende alla macchina da guerra americana e degli eserciti che se lo possono permettere. Come quello di Israele.


Palantir è una macchina indifferente all’etica e alla morale occidentale e illuministica.
Dopo alcuni servizi giornalistici sappiamo che Palantir, vende dati per fare la guerra. E poi li usa per foraggiare il suo spin off, Anduril, azienda dedicata alla produzione di IA e droni da combattimento.


Ma è solo nel libro «Il momento straussiano» che capiamo perché Peter Thiel, tecnologo, gay, cattolico, conservatore, con Palantir si sia definitivamente sganciato dalla retorica di benessere, progresso e uguaglianza prodotta dall’immaginifica
industria della Silicon Valley negli ultimi 30 anni fino a farla ribaltare nelle sue convinzioni più profonde, un tempo basate sul «don’t be evil» (non fare il male).
Nel libro Thiel lo spiega. E quello che dice fa venire i brividi, affermando che l’Occidente deve farsi rispettare usando la violenza e la deterrenza quali elementi attivi di civilizzazione e di difesa della sua missione teleologica e salvifica del mondo.
Usando cioè i mezzi contrari alla cultura occidentale dei diritti che essa dovrebbero affermare e perseguire.

«Peter Thiel, Il momento straussiano. A cura di Andrea Venanzoni. Liberilibri 2025»

Hard Power

Il libro di Roberto Arditti è un libro interessante con una tesi univoca: il potere non si contratta, si prende e si difende con le armi. Anzi, di più, la Guerra, che si fa con le armi, è per il giornalista il vero motore della Storia, quella con la esse maiuscola. Hard Power. Perchè la Guerra cambia la storia è infatti il titolo del libro che ha pubblicato con la casa editrice conservatrice Giubilei Regnani.

L’ex direttore di Formiche, editorialista di Il Tempo di Roma, ha diviso in capitoli geografici la sua dissertazione bellico-politica e la incomincia con la Russia. Della Russia Sovietica Arditti ricorda il passato e il deterrente nucleare e poi descrive I tremendi attacchi missilistici verso l’Ucraina, l’uso di droni, la potenza della macchina bellica industriale, fino l’uso della carne da macello di giovani russi non moscoviti, galeotti e senza quattrini, nelle trincee del Donbass a morire e ammazzare i forse più istruiti e sicuramente filoeuropei ucraini. Poi racconta la Cina e Taiwan un po’ alla maniera di Lucio Caracciolo, di cui è certo debitore di parte dell’analisi, quando racconta i choke points del mar della Cina e rammenta la superiorità demografica, industriale e quindi bellica cinese che prima o poi vorrà mangiarsi Taiwan prendendo di sorpresa l’America che, sola, forse sta impedendo l’esito catastrofico per il porcospino taiwanese. E poi ci parla del Congo, del Sudan, del Rwanda, cioè delle guerre per procura fatte per impossessarsi delle preziose terre rare che rendono possibili i nostri sogni digitali, ma sempre in punta di fucile o di machete. E poi giù con Libia, Cipro, Israele.

Le cose che dice sono vere, ma non convincono completamente. O almeno non paiono sufficienti a smontare la complessa Teoria di Joseph Nye sul soft power cui Arditti si richiama per differenza e contrapposizione. E non convince per un motivo centrale, perché non considera a sufficienza l’apporto che i commerci, la diplomazia, il digitale, le reti comunicative, l’innovazione tecnologica e la cybersecurity danno sia alla pace che ai conflitti, pure quelli armati, ormai risultandone inseparabili. Nell’epoca delle reti globali, infatti, il potere non si misura più soltanto con la forza militare ma sul terreno invisibile dell’informazione, dove l’intelligence, i media, la conoscenza dell’avversario e la manipolazione dei dati determinano l’equilibrio tra le potenze. Frutto dolceamaro di un cambiamento radicale che ridefinisce la natura stessa del potere che è soft, hard, harsh, ma anche wet & cyber.

Presentazione del libro “Connessi a morte. Guerra, media e democrazia nella società della cybersecurity”

Presentazione e discussione del libro di Michele Mezza

Lunedì 24 febbraio a Roma, in Via della Dogana Vecchia 5, alle ore 17:30, la presentazione, organizzata da Fondazione Basso e CRS, del libro di Michele Mezza (Donzelli Editore).
Ne parlano con l’autore: Franco Ippolito, Giulio De Petra, Arturo Di Corinto, Carola Frediani, Roberto Natale, Norberto Patrignani.

Qui la scheda del libro sul sito dell’editore

È possibile seguire l’incontro anche collegandosi tramite il seguente link:
https://us02web.zoom.us/j/83052658139

Un trillo ai dispositivi digitali in Libano ha colpito al cuore la società digitale, proiettandola in una permanente zona d’ombra dove spettri e individui si cercano per ingannarsi, o per uccidersi, individualmente, estraendo dalla folla un volto, oppure colpendo un’intera comunità, decimando un’intera milizia, mediante la manomissione delle protesi più intime che oggi sono i terminali di comunicazione mobile.

Le ultime modalità di combattimento hanno spostato irrimediabilmente i confini fra società civile e apparato militare. Sia in Ucraina, dove l’iniziale invasione russa è stata contenuta da una forma di resistenza indotta dalle relazioni digitali della popolazione, sia in quella tonnara di morte che è diventato il Medio Oriente, dove accanto all’orrore di bombardamenti su popolazioni civili, scuole e ospedali, va in scena lo stillicidio di centinaia di eliminazioni individuali, rese possibili dalle ordinarie pratiche di profilazione e geolocalizzazione.

La guerra è il terribile laboratorio dove decisioni e dati si trovano a declinare una nuova realtà che altera la stessa forma del conflitto, allontanando i contendenti gli uni dagli altri, con le forme di combattimento da remoto, ma al tempo stesso rendendo riconoscibili, uno per uno, ogni nemico all’altro, e trasformando così un conflitto di massa in una moltitudine di duelli individuali.

Dal capitalismo della sorveglianza siamo ormai passati al capitalismo della prevenzione, intendendo con questo termine la convergenza della capacità dei sistemi di intelligenza artificiale di anticipare e prevedere gli stimoli delle nostre decisioni con la necessità di affidarci ancora di più a sistemi complessi esterni alla nostra sovranità per prevedere pericoli e minacce digitali.

In questa strettoia della prevenzione, dove si intrecciano tracciamento, documentabilità e previsione, si sta giocando una straordinaria partita che potremmo definire di evoluzione antropologica accelerata.

Una pace senza armi. Dall’Ucraina alla guerra senza fine

Da oggi, 24 novembre 2023, sarà disponibile in tutte le librerie “Una Pace Senza Armi: Dall’Ucraina alla Guerra Senza Fine,” saggio curato dal giornalista, Emanuele Profumi e pubblicato da Round Robin edizioni (2023)

Nel libro contenuti di Arturo Di Corinto, Nico Piro, Giuliana Sgrena, Alex Zanotelli e altri.

Il libro affronta il devastante impatto della guerra in Ucraina e la sua influenza sulla possibilità stessa di portare avanti un dialogo costruttivo per alternative al conflitto armato. Attraverso un’analisi profonda, il libro dimostra infatti come la guerra si autoalimenti, diventando parte integrante di un modello di sviluppo distruttivo.

La situazione attuale a Gaza è citata come esempio, evidenziando il ciclo di violenza tra Hamas e Israele. E mentre l’attenzione mediatica si sposta in Medio Oriente, l’Ucraina continua a soffrire, scomparendo temporaneamente dai radar dell’informazione mainstream internazionale.

Il libro si propone di stimolare una riflessione critica sulle alternative possibili alle guerre, sottolineando l’importanza di un radicale disarmo. Include contributi di Daniele Taurino, Arturo Di Corinto, Giuliana Sgrena e interviste a esperti e testimoni, offrendo una prospettiva completa sulla situazione attuale.

“La pace non è assenza di guerra, né si dà solo quando la società vive in una condizione di benessere, bensì un modo per cambiare l’organizzazione della società. Per renderla giusta e umanamente sostenibile.”

Una Pace Senza Armi” invita i lettori a riflettere sul significato più profondo della pace e a considerare il disarmo come passo fondamentale verso un futuro giusto e sostenibile.

Emanuele Profumi, oltre a essere un dottore in Filosofia politica, è un giornalista freelance che collabora con diverse università italiane ed europee, nonché con riviste nazionali e internazionali. Il suo impegno nella divulgazione delle dinamiche sociali e politiche è evidente nella sua trilogia di reportage narrativi sul Cile, la Colombia e il Brasile, e nei suoi saggi filosofici.

Repubblica: Spiegel: “Is comunica su internet grazie alle compagnie europee”

la-repubblica-it-logoSpiegel: “Is comunica su internet grazie alle compagnie europee”

Un’inchiesta del magazine tedesco ipotizza il coinvolgimento di Eutelsat, Avanti e Ses nella vendita di tecnologie di comunicazione con cui lo stato islamico realizza la propria propaganda

di ARTURO DI CORINTO per La Repubblica del 08 Dicembre 2015

PER FERMARE la guerra in Medioriente basterebbe impedire il commercio e la fornitura di armi al Daesh e ai ribelli siriani? Forse. Ma allora anche per impedire la propaganda dell’Is basterebbe tagliarli fuori dalla comunicazione globale. O no? Più d’uno di noi si è fatto queste domande ma una è quella giusta: come fa l’IS a propagandare la sua azione in una regione dove la gran parte delle infrastrutture di comunicazioni sono state distrutte?

Secondo lo Spiegel online ci riescono attraverso le tecnologie satellitari. Facili da nascondere, facili da installare, facili da controllare. l’Is però non sembra in grado di produrle, perciò deve comprarle. Secondo il settimanale tedesco le comprano da compagnie europee, e per questo in base ai documenti in loro possesso ipotizzano che le stesse compagnie potrebbero immediatamente mettere fine alla presenza dell’Is su internet senza troppi sforzi.

Continua a leggere Repubblica: Spiegel: “Is comunica su internet grazie alle compagnie europee”