Perché mi sono staccato dai social e ho buttato le app

I social media sono diventati strumenti, teatro e spazio di conflitto tra poteri che lottano per la nostra attenzione e manipolano le nostre percezioni. Un obiettivo politico che è ingegnerizzato nel funzionamento stesso degli strumenti digitali per trasformare consumatori ed elettori in polli da batteria

di ARTURO DI CORINTO per AGI del 26 Ottobre 2018

Sono certo che tutti quelli che leggono quest’articolo hanno degli ottimi motivi per non farlo, ma io ho deciso da tempo di cancellare il mio account Facebook, congelare LinkedIn e Instagram, rimuovere WhatsApp e ridurre l’uso di Gmail.

Ognuna di queste mosse ha un significato specifico per me, ma nondimeno ci sono degli elementi comuni a ognuna di queste decisioni, la prima è impegnare meglio il mio tempo. Come? Leggendo articoli approfonditi, libri su argomenti scientifici, passeggiare e parlare con la gente al bar, in piazza, in libreria. L’ho fatto insomma per bilanciare meglio la mia vita analogica con quella digitale che, nella fusione delle due realtà nell’onlife, ha preso il sopravvento. Provo a spiegare perché.

Tempo/distrazione

I social sono una notevole fonte di distrazione. Anche quando si eliminano le notifiche dallo smartphone, la tentazione di vedere se qualcuno ci ha commentati, likati, insultati rimane forte: un riflesso comportamentale che si fonda sull’attitudine del cervello ad attivarsi di fronte a delle ricompense: la scoperta di una novità o di una gratificazione. Quando parliamo di informazione, è proprio la “news” ad essere gratificante, spesso indipendentemente dal contenuto. Il meccanismo che ci porta a consultare lo smartphone circa 2600 volte al giorno è di tipo scientifico ed è stato ingegnerizzato: Tristan Harris, ex vicepresidente di Google lo chiama brain hacking, hackeraggio del cervello.

Qualità

Le gratificazioni, nelle reti sociali, vengono da conferme sociali, sovente da persone della nostra cerchia di amici e conoscenti, quelli che insomma la pensano più o meno come noi oppure che ci gratificano della loro attenzione, aspettandosela in ritorno. In fondo mettere un like di incoraggiamento non costa niente. Questa attitudine al clicktivism non produce alcun valore. Per noi.

Conflitto

L’attenzione nelle reti sociali dove si discute di tutto, si attiva soprattutto davanti ai conflitti, che generano ‘thread’ di discussione cui, per orgoglio, vanità, rispetto dell’interlocutore, tendiamo a rispondere tenendoli vivi. Spesso finiamo per litigare. Oltre al fatto che in questo modo ci roviniamo la giornata e ci alieniamo anche la simpatia di vecchi amici, sosteniamo il modello di business delle piattaforme social basate sui volumi di traffico prodotti, indifferenti alla qualità e all’acutezza di post e reply. Indifferenti alla qualità delle relazioni umane perse o acquisite a causa di questa bulimia verbale. Solo i numeri contano.

Attenzione

La regola aurea della produzione social è che l’attenzione creata intorno a un post è inversamente proporzionale alla sua complessità, qualità e lunghezza. Lo “spettatore con potere di parola” reagirà più facilmente a testi brevi, apodittici, tranchant e di immediata comprensione. La brevità dei post e delle conversazioni ingegnerizzata nei social – pensate ai 140/280 caratteri di Twitter – produce una forte polarizzazione che si basa su scorciatoie linguistiche e grammaticali e quindi concettuali, dividendo il mondo in buoni e cattivi. Le sfumature, i dubbi, i ragionamenti, le scuse, non sono fatti per i social. Le prese di posizioni sì. Per questo sono tanto usati dai politici.

Opacità

Il meccanismo artificiale che gestisce tanta incontinenza verbale non siamo noi, ma sono gli algoritmi che decidono la presentazione dei contenuti, vero segreto industriale di Facebook, Twitter, Youtube e company. Funziona più o meno così: più volte hai cliccato un certo tipo di contenuto, più facile sarà la sua riproposizione nel tuo feed di notizie. È un algoritmo che decide i contenuti “per te” più rilevanti. Questo meccanismo è anche la base della diffusione delle “false news”, quelle coi titoli urlati e i contenuti sgrammaticati o ridotti a meme.

Questi ultimi, i meme, minime unità concettuali presentate sotto forma di immagine+slogan “funzionano” perché sono digeribili anche dagli analfabeti funzionali che il linguista Tullio De Mauro calcolava essere quasi un terzo della popolazione italiana: persone che non hanno la capacità di comprendere un contenuto complesso ma neanche di sintetizzare il catenaccio (o il sommario) di un articolo giornalistico ma che reagiscono emotivamente a stimoli cognitivi.

L’effetto Dunning Kruger

L’algoritmo, insieme all’analfabetismo di ritorno, alla pretesa dell’uno vale uno, ha determinato il potenziamento dell’effetto Dunning Kruger. Questo effetto psicologico prende il nome da chi l’ha scoperto vincendoci un Nobel satirico, e lo possiamo sintetizzare così: “Meno sai, più credi di sapere”. L’effetto spiega l’autovalutazione positiva di chi pur essendo ignorante in una tale materia, se ne considera esperto. Scie chimiche, microchip di sorveglianza, vaccini che causano l’autismo, teorie cospirazioniste, sono solo l’epifenomeno di questo effetto sulle persone che credono che le leggi della fisica, della medicina o dell’economia si decidano per alzata di mano come in una riunione di condominio. Ecco, dispiace dirlo, ma la temperatura di ebollizione dell’acqua non si decide per votazione.

Voyeurismo/Narcisismo

L’autorappresentazione pervicace e violenta di se stessi sul palcoscenico social è solo l’effetto estremo della dinamica tra voyeurismo/narcisismo, pulsioni che continuamente ricreano la dipendenza da feedback e notifiche e si sostanzia in quattro diversi comportamenti: per il Voyeurismo, il primo effetto cercato è “il vedere” (quello che fanno e dicono gli altri), il secondo è “il vedersi” (per costruire e raffinare la propria immagine sociale); per il Narcisismo il primo effetto è “il far vedere” (quello che noi siamo o vorremmo essere rispetto agli altri), il secondo è “il farsi vedere” (per sentirsi parte della comunità, riceverne conferme e stimoli e feedback per aggiustare la nostra immagine in relazione ai propri valori).

Gratuità

L’accesso gratuito alle piattaforme social e alle app di messaggistica rappresenta una miscela esplosiva per tutti questi fattori pulsionali e motivazionali: con poco sforzo, il nostro tempo e la nostra attenzione (beni senza prezzo ma preziosissimi e non rinnovabili), pensiamo di promuoverci e creare consenso sociale intorno a noi e alle nostre attività, siano essere ludiche, affettive, professionali o politiche.

A un secondo sguardo, questi meccanismi di auto-comunicazione (me-communication) sono fallati: non ci viene mai restituito abbastanza di quello che diamo, a meno che non intraprendiamo il lavoro dello youtuber o dell’influencer. Personalmente ho mai conosciuto nessuno che ha trovato lavoro mettendo il proprio profilo su LinkedIn.

Rabbia

La mancanza di attenzione da parte degli altri, o la contestazione delle cose in cui crediamo, il disallineamento delle percezioni genera spesso una rabbia che si traduce in quelli che si chiamano “backfire effects”, aggressioni violente e ripetute di chi si sente messo in discussione o ferito dall’interlocutore.

Sicurezza

Se a tutto questo aggiungiamo la scarsa sicurezza di strumenti e piattaforme – Linkedin, Facebook, Twitter, sono stati ripetutamente bucati, i dati di noi utenti sottratti e venduti al mercato nero di Internet per campagne di spamming e phishing e ransomware, il cerchio si chiude.

Politica

I social sono diventati il nuovo terreno di battaglia per la campagne di disinformazione e di manipolazione politico elettorale. Non c’è solo il caso Cambridge Analytica, ma anche gli eserciti di bot che dalla fabbrica dei troll di Riyad attaccavano ogni giorno il defunto Khashoggi, il giornalista ucciso perché critico nei confronti del suo paese, l’Arabia Saudita; ci sono le honey traps delle finte manager cinesi su LinkedIn che fanno cyber-spionaggio e cercano di reclutare professionisti per i loro servizi segreti. Ci sono i video e le notizie fasulle dei galoppini di Jayr Bolsonaro, candidato presidente brasiliano, che intasano i gruppi WhatsApp. E quello che rimane dell’Isis che diffonde messaggi criptati su Instagram. che E potrei continuare.

Autonomia

Qualche giorno fa abbiamo scritto che Google ha ammesso di leggerci le email e di farle leggere agli sviluppatori di app; Edward Snowden ha spiegato come funziona la sorveglianza della National Security Agency e i servizi segreti ci hanno spiegato che agenti di paesi ostili trollano i nostri contenuti online (l’Electronic Syrian Army), mentre eserciti di bot russi producono messaggi politici e commerciali personalizzati per adescarci in reti stese da altri. I social insomma, si sono trasformati in armi di distrazione di massa e di influenza politica.

Direi che ce n’è abbastanza per decidere di fare un passo di lato e riflettere se e quanto piattaforme e strumenti digitali lavorano per noi o per chi non rispetta la nostra libertà e autonomia di scelta e ci tratta come numeri, anzi, come polli da batteria.

Bibliografia essenziale

M. Gaggi, Homo Premium. Come la tecnologia ci divide, Laterza, 2018, ISBN 9788858131220

M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, EAN: 9788815273819

L.Floridi, The Onlife Manifesto. Being Human in a Hyperconnected Era, Springer International Publishing, 2015, ISBN 978-3-319-04092-9

A. Di Corinto, Un dizionario hacker, Manni Editori, 2014, EAN: 9788862665162

M. Castells, Communication Power, Oxford University Press, 2011, ASIN: 0199595690

R. Simone, Il mostro mite. Perché l’Occidente non va a sinistra, Garzanti, 2010, EAN: 9788811694168