Settemila giornalisti minacciati dal 2006 in Italia: 500 nel 2023

Ossigeno pubblica i dati aggiornati del suo monitoraggio per l’anno in corso, dati importanti e significativi raccolti anche grazie al sostegno dell’ASR.

Questi ultimi dati dicono con i numeri com’è andata quest’anno. Dicono che il numero totale dei minacciati rilevati e verificati da Ossigeno per l’Informazione ha raggiunto quota settemila, che il raffronto dei nostri dati con quelli del Viminale conferma che diminuisce la percentuale dei giornalisti che denunciano le minacce e che l’Italia risulta il paese con più giornalisti minacciati.

Aiuta Ossigeno a fare circolare questi dati

GIORNALISTI MINACCIATI IN ITALIA: SETTEMILA DAL 2006, 500 NEL 2023

Sindacato dei giornalisti: le sfide per il 2024

Sindacato dei giornalisti: le sfide per il 2024
  Care colleghe e Cari colleghi,   il 2023 si è chiuso, letteralmente, con la “sospensione” di 17 giornalisti della Dire decisa dall’editore e comunicata agli interessati la notte di San Silvestro. Un atto grave, odioso, inedito, privo di ogni fondamento di diritto, a soli tre giorni dai licenziamenti illegittimi e immotivati di altri 14 colleghi. A rischio c’è il futuro della stessa agenzia di stampa, attualmente estromessa dai contributi pubblici previsti per l’informazione primaria. E’ la conseguenza di una vicenda giudiziaria che vede imputata la precedente proprietà.  Chiediamo all’editore di ritirare tutti i provvedimenti contro i giornalisti e al governo, che si è impegnato per il settore delle agenzie, di assicurare le risorse necessarie alla Dire.

Questa vertenza, particolarmente grave, fa parte di una lunga serie che ha scandito quasi quotidianamente questi mesi di attività dell’Associazione: RCS-Gazzetta dello Sport, GEDI- Stampa, Mondadori, Messaggero, Editoriale Nazionale (Giorno, Resto del Carlino, Nazione), Tempo, Avvenire, San Paolo (Famiglia Cristiana), Giornalisti Indipendenti (Latina Oggi, Ciociaria Oggi), Pamom, Secolo d’Italia, Pd, Redattore Sociale, Agenzia AREA, Edimotive, National Geographic, Blitz quotidiano, Metro.

E’ la fotografia della crisi del settore editoriale, ma anche dell’inadeguatezza degli strumenti in campo per affrontarla. Nelle vertenze, nelle procedure, siamo stati e siamo accanto ai colleghi delle redazioni e ai Cdr, insieme alla Fnsi, assicurando assistenza sindacale e legale, aiutandoli il più possibile a migliorare gli accordi, anche quando non esistevano le condizioni per la sottoscrizione da parte dell’Associazione. Gli editori puntano da anni solo ai prepensionamenti, accompagnati dagli ammortizzatori sociali per le redazioni, per abbattere il costo del lavoro. Da tempo si può ricorrere allo stato di crisi persino con i bilanci in attivo, prevedendo contrazioni future dei ricavi.

Così le redazioni si svuotano (ogni due uscite c’è un’assunzione e non deve essere necessariamente di un giornalista), i prodotti editoriali si impoveriscono e, in un circolo vizioso, la crisi si aggrava ulteriormente.

E’ necessario mettere in discussione la legge 416 sui prepensionamenti, che devono tornare a essere strumenti straordinari, e prevedere nuove forme di sostegno per l’editoria che puntino sugli investimenti, per valorizzare i contenuti originali e non il commercio dei dati degli utenti.

Dobbiamo mobilitarci per il rinnovo del Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico, scaduto da troppi anni e nei fatti disapplicato da molti editori.

L’inflazione sta erodendo fortemente il potere d’acquisto delle retribuzioni, troppo basse soprattutto per i giovani, per i precari, i collaboratori esterni. Bisogna aprire una grande vertenza per l’occupazione, per superare il precariato “strutturale” e la pratica indecente del “depotenziamento” del Contratto Nazionale e degli accordi aziendali imposto in molte realtà illegittimamente e unilateralmente dagli editori.

Qualche segnale positivo arriva per i free lance: il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha licenziato la proposta sull’Equo Compenso, che ha recepito le istanze del sindacato, e di Stampa Romana in particolare, sulla liquidazione giudiziale delle spettanze dei freelance e dei lavoratori non subordinati.  Se il ministero della Giustizia darà il suo via libera l’iter si avvierà a conclusione e i compensi dei giornalisti che sono fuori dalle redazioni saranno parametrati alle retribuzioni di chi è negli organici redazionali.

Ci siamo occupati anche dei giornalisti impiegati nella pubblica amministrazione. Con una oggettiva difficoltà, dovuta alle norme in vigore, agli accordi sulla rappresentanza che ci penalizzano. Su questo è necessario riaprire il confronto con le istituzioni, la politica e i sindacati degli altri lavoratori.

Siamo stati impegnati anche in molte vertenze individuali: casi di violazioni di diritti contrattuali, di pretestuosi provvedimenti disciplinari, di mobbing o addirittura di stalking. Rivelano non solo l’aggressività degli editori, ma anche l’imbarbarimento dei rapporti nelle redazioni, riguardano a volte anche la questione della parità di genere. Siamo stati accanto ai giornalisti intimiditi e minacciati, spesso troppo soli, soprattutto in quelle aree della nostra regione in cui è tangibile la presenza della criminalità organizzata.

Fondamentale è l’attività sul nostro territorio di Ossigeno per l’Informazione, l’osservatorio sui cronisti minacciati e le notizie oscurate. Abbiamo cercato di garantire ai colleghi servizi, ci proponiamo di assicurarne di nuovi.  A cominciare da quelli destinati ai pensionati, che hanno a che fare non più con il “familiare” Inpgi (che comunque resta per collaboratori e liberi professionisti), ma con il mastodontico Inps.

Grazie anche alla preziosa collaborazione del mio predecessore Lazzaro Pappagallo, e all’apporto di tanti generosi colleghi, abbiamo continuato il lavoro sulla formazione professionale. Vogliamo implementarla, anche per garantire nuove forme di sostegno per il nostro sindacato, che vive dell’abnegazione di pochi dipendenti e dell’assoluto volontariato di chi è negli organismi, senza eccezioni, ma ha visto contrarsi drasticamente i consistenti fondi versati dall’Inpgi e in prospettiva dovrà farne a meno.

Promuoveremo anche una nuova testata on line dell’Associazione, sul lavoro in genere, sul giornalismo che cambia, sulle professioni “culturali” nella nostra regione.

Saremo presto impegnati nella revisione dello Statuto, per rendere il sindacato più inclusivo ed efficiente. Ma non esiste un sindacato forte, e capace di aprirsi a tutto il mondo dell’informazione, anche a quello attualmente fuori dal nostro perimetro di rappresentanza, senza una professione solida.

La riforma dell’Ordine, in Parlamento, non basta. Occorre ricostituire una comunità, capace di ascoltare e di ascoltarsi, di studiare, di essere solidale soprattutto con i più deboli, di rivendicare con orgoglio la sua funzione sociale e democratica, che sappia discutere delle regole del   servizio pubblico radiotelevisivo, del mercato pubblicitario, dei rischi delle concentrazioni editoriali, dei rapporti con i colossi del web, che si schieri senza esitazione contro le norme che attaccano il diritto di cronaca. L’emendamento Costa è solo l’ultimo dei provvedimenti contro il diritto di informare ed essere informati, già penalizzato dalla legge Cartabia.

Occorre approfondire due temi che sono già centrali e lo saranno sempre di più, temi legati a doppio filo: l’Intelligenza Artificiale, i suoi rischi concretissimi e immediati per l’occupazione e la professione, e la tutela del diritto d’autore dei giornalisti. Questioni su cui abbiamo promosso, con il sindacato nazionale, una riflessione, essenziale anche per riaprire il confronto sul prossimo contratto.

Ci aspetta un cammino difficile, che deve sovvertire il clima di sfiducia, a volte di rassegnazione, che   da qualche anno grava sulla nostra categoria. Obiettivo impossibile senza il coinvolgimento di nuove energie, di giovani, senza la partecipazione di tutti e senza unità. Ci batteremo sempre perché il sindacato unitario dei giornalisti resti tale, contro ogni tentativo di divisione, che darebbe vantaggi personali a pochissimi, indebolirebbe tutti gli altri.

Proprio all’Associazione Stampa Romana abbiamo dimostrato e stiamo dimostrando che il sindacato di tutti i giornalisti non è solo necessario, ma possibile.  

Grazie a tutti, buon anno.   Stefano Ferrante

Sindacato cronisti romani, un 2024 di rivincite.

Presto Agenda e Premio cronista, via al tesseramento
  La pretesa di controllo delle notizie da parte delle Procure, gli ostacoli posti dalle amministrazioni all’esercizio del diritto d’informazione, la legge in itinere sulla diffamazione che prefigura nuovi bavagli, il divieto alla pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare, non giustificabile con eccessi o forzature del passato.

Dura la vita dei cronisti. Un mestiere sempre più osteggiato, a dispetto dell’articolo 21 della Costituzione.

Il Sindacato cronisti romani (Scr) rilancia il suo impegno, proponendo per l’anno appena cominciato due iniziative a breve termine: la pubblicazione e diffusione (gratuita, abbinata alla sola iscrizione) dell’Agenda del cronista, indispensabile strumento di lavoro quotidiano, e il premio “Cronista dell’anno 2024” (bando consultabile nel sito). Dopo il lancio del video-decalogo contro la violenza di genere e l’apertura della casella postale “Sos cronisti”, rivolta a tutti i colleghi che intendano denunciare minacce e intimidazioni, pressioni, querele temerarie, stalking o mobbing in redazione, difficoltà di accesso alle fonti, ma anche lavoro nero e sottopagato, si tratta di due nuovi segnali di presenza della storica “voce” dei cronisti della capitale. Per qualsiasi comunicazione la mail disponibile, alla quale forniranno il supporto necessario tutti i membri del consiglio direttivo, è segretariogenerale at sindacatocronisti.it

Le quote d’iscrizione 2024 al Scr sono: 20 euro giornalisti attivi, 15 pensionati e 10 disoccupati (versamenti all’Iban IT62A0760103200000054167002).

Così in una nota Fabrizio Peronaci e Roberto Mostarda, presidente e segretario del Sindacato cronisti romani.

Net-War. Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra

Net-War. Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra è l’ultimo libro di Michele Mezza per Donzelli Editore (2023). La Net War è per l’autore una guerra ibrida combattuta a colpi di informazione; una guerra in cui saperi e abilità tecnologiche hanno sostituito i sistemi d’arma; una guerra che rovescia le gerarchie e sposta il campo di battaglia. In questa guerra secondo Michele Mezza i cittadini hanno dato forma a una specie di open source del combattimento visto che ognuno, collegandosi con i sistemi e i dispositivi che la rete offre, ha potuto opporsi alle forze convenzionali sul campo. Quindi per l’autore, giornalista, già ideatore di Rainews24 quando era dirigente in Rai, poi docente universitario incaricato, la Net war non è tanto una digitalizzazione dell’informazione nel conflitto ma il modo in cui si combatte il conflitto, usando l’informazione. La Rete in questa guerra ibrida è luogo, strumento e logistica della guerra.

Per parlare di questa evoluzione della guerra l’autore chiama quindi in causa il giornalismo che la guerra la racconta, ma anche come professione investita dalla stessa, per rispondere a una domanda: che cosa sono l’informazione e la conoscenza al tempo della Rete e dell’Intelligenza artificiale? Come si trasforma la professione del giornalista quando si riduce il suo ruolo di divulgatore e quando smette di essere l’unico ed il primo ad accedere alle fonti informative? E come l’informazione, che è sempre anche intelligence, viene arruolata nella guerra? Insomma, come si trasforma l’informazione?

Michele Mezza abbozza delle risposte a partire dalla concettualizzazione della “società civile come arsenale” fino all’apporto che grandi aziende come quelle di Elon Musk hanno dato alla modificazione del concetto di guerra nella dottrina militare occidentale. E finisce con una dissertazione su come il potere dell’algoritmo, che decide il destino dell’informazione in Rete, interferisca sulle psicologie degli eserciti in divisa e no, visto che oggi la guerra è soprattutto interferenza psicologica. E qui forse basterebbe ricordare il grande giornalista e propagandista Walter Lippmann: “Quando tutte le notizie sono di seconda mano e ogni testimonianza si fa incerta, gli uomini cessano di rispondere all’autorità e rispondono solo alle opinioni”, separate dai fatti.

Come non scrivere

Qualcuno pensa che, finita la scuola, la scrittura non farà più parte della sua vita. Niente di più sbagliato: anche nella società dell’immagine la scrittura è ancora la forma di comunicazione prevalente.

Social network, messaggistica istantanea, studi, rapporti, ci obbligano tutti a misurarci con la nobile arte dello scrivere.
Succede anche a lavoro, con schede, memorandum, presentazioni, interviste e report che però non raggiungono sempre l’obiettivo della comunicazione scritta, che è quello di comunicare, a distanza, con qualcuno che non sempre si conosce, in maniera riflessiva o sull’onda di un accadimento. Però, concordano gli esperti, più scriviamo, meno sappiamo scrivere. E scrivere diventa una tortura, sia per chi scrive che per chi legge.

Esempi? C’è anti-lingua burocratica, quella degli apparati, c’è la lingua della comunicazione veloce, delle chat di gruppo, dei rapporti trimestrali, che a un’analisi anche superficiale si rivelano piene di tic ed errori, come nel gergo giornalistico o nelle liturgie ministeriali. Che fare?
Non basta leggere un libro su come si scrive per imparare a scrivere bene, e non basta un manuale di tuffi per diventare campioni, ma aiuta. È il caso di Come non scrivere. Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano di Claudio Giunta (UTET, 2018).

Gli esempi di “come non scrivere” che l’autore propone sono molti e riguardano l’uso eccessivo della paratassi, la mania di mettere la virgola dopo il soggetto separandolo dal verbo, le frasi rimate, i sostantivi astratti, i verbi all’infinito e il punto escalamativo usato come il prezzemolo. E poi ancora, i puntini di sospensione, l’uso esagerato di perifrasi e metafore fino all’abuso di formule come “le eccellenze del territorio”, per finire con le castronerie scritte in globish o in latino italianizzato.

Per questo Giunta ci ricorda che possiamo scrivere e bene, a partire da alcune leggi:

La legge di #Borg. Alla domanda di un giornalista se fosse più dura giocare contro McEnroe o contro il nonno, il famoso tennista rispose che ci metterebbe lo stesso impegno in tutti e due i casi. Ecco, la scrittura richiede impegno, non conta a chi stai scrivendo.

La legge di Catone: “Rem tene, verba sequentur”, che vuol dire che se hai pronto il concetto è pronta anche la parola e solo allora ti sarà facile comunicare quello che intendi: “Se conosci le cose di cui vuoi scrivere le parole verranno da sole”. Lev Vygotskij, il famoso scienziato russo, e Aleksandr Romanovič Lurija, arriveranno alle stesse conclusioni dopo 2000 anni studiando la mente umana.

Assange può essere estradato negli Usa. L’hacker-giornalista ingiustamente accusato rischia 200 anni di prigione e di finire a Guantanamo

Assange può essere estradato negli Usa. L’hacker-giornalista ingiustamente accusato rischia 200 anni di prigione e di finire a Guantanamo

di ARTURO DI CORINTO per Articolo21 del 10 Dicembre 2021

Journalism Award Won by Wikileaks and Julian Assange

Alla fine è successo. La notizia che non avremmo mai voluto dare è che L’Alta corte di Londra ha ribaltato la decisione contro l’estradizione di Julian Assange. Lo ha fatto perché secondo i giudici il governo degli Stati Uniti offrirebbe garanzie sufficienti che Assange riceverà cure adeguate e quindi il co-fondatore di Wikileaks può essere estradato.

Ma a parte i giudici di Londra, che con la Svezia hanno attivamente collaborato per incastrare il giornalista australiano sulla base di accuse sconfessate anche dalle querelanti, non ci crede nessuno.

La fidanzata di Julian, Stella Moris, ha fatto sapere che i legali di Assange presenteranno al più presto ricorso contro la decisione all’Alta Corte di Londra di stravolgere la sentenza di primo grado che a gennaio aveva negato la sua estradizione negli Usa per timore che si suicidasse. Così il caso passa ora al tribunale di Westminster che si occupa di decidere sulle richieste di estradizione. Ed è singolare che accada proprio nel giorno in cui il mondo celebra l’anniversario del 10 dicembre 1948, quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Gli stati Uniti hanno infatti costantemente ignorato i diritti umani e civili di Assange che, obbligato a rifugiarsi per ben 7 anni nei 20 metri quadrati dell’ambasciata ecuadoriana a Londra è stato quotidianamente spiato dai suoi apparati di polizia prima di essere “venduto” all’amministrazione Trump dal discusso presidente peruviano Lenin Moreno quando appena eletto decise di ritirargli la protezione diplomatica facendolo arrestare dalla polizia inglese dentro l’ambasciata nell’aprile del 2019.

La verità è che Assange è scomodo un po’ per tutti, e su di lui si consuma la vendetta di chi ha cospirato per tenere l’opinione pubblica all’oscuro dei crimini di guerra commessi dall’esercito americano e dai suoi alleati in Iraq e Afghanistan destabilizzando l’intera regione per un decennio con effetti che ancora tutti paghiamo in termini di insicurezza politica e sociale ai nostri confini e perfino nelle nostre città.

È però l’isolamento del giornalista, hacker, whistleblower che è alla base della scelta dei giudici e della forza della richiesta di estradizione.

Ce lo ha dimostrato la miopia del dibattito alla nostra Camera dei Deputati sulla mozione presentata dall’onorevole Pino Cabras per concedergli lo status di rifugiato politico. Un dibattito misto di ignoranza, inerzia, disinformazione e vigliaccheria manifestate da una sinistra rintronata, ma anche da quelle forze, i Cinquestelle, che ne avevano fatto una star per la sua incessante denuncia di malgoverno e corruzione dalle pagine di Wikileaks, il sito pro-trasparenza da lui fondato e attraverso il quale aveva pubblicato documenti contenenti i registri delle guerre d’aggressione in Afghanistan e Iraq e le comunicazioni diplomatiche del 2010, anche sollecitandole da alcuni informatori. come fanno tutti i giornalisti.

Isolato ma non solo. Julian Assange rimane un simbolo fragile e potente per tutte le persone sensibili e informate, per i pacifisti, per gli avvocati dei diritti umani, per i patrioti che non devono per forza essere d’accordo col loro governo, per tutti quelli che aspirano alla verità.

Per questo come Associazione Articolo 21 abbiamo deciso di donargli la tessera associativa consegnandola nelle mani della giornalista Stefania Maurizi che ne ha seguito e ricostruito la storia in tredici lunghi anni d’inchiesta sulla base degli elementi fattuali della sua vicenda umana, pubblica e processuale.

Lo abbiamo fatto perché Assange è un eroe del nostro tempo a cui ci accomuna una costante ricerca di verità e di giustizia e per questo il suo destino continuerà ad interessarci tutti, alla pari dei giornalisti del New York Times, del Guardian, dello Spiegel, del Pais, dell’Espresso e de La Repubblica che hanno lavorato con lui alla divulgazione di quelle prove condividendone le responsabilità. E ci auguriamo che saranno con noi a combattere la battaglia per la trasparenza e la libertà d’informazione facendolo liberare, in attesa che gli altri nostri colleghi si sveglino dal torpore del disinteresse e capiscano che ognuno di noi può finire come Assange, in galera per avere esercitato il diritto e il dovere di informare il pubblico.

Storie di Giornalismo

I giornalisti sbagliano. Come i medici, gli avvocati, i poliziotti, i magistrati, i manager, i bancari, i programmatori. Se non sbagliassero, i giornalisti non avrebbero di cosa scrivere.

La differenza è che l’errore dei giornalisti è visibile, quello di altri professionisti spesso non lo è, oppure è noto solo alla ristretta cerchia degli interessati.

Algoritmi, fake-news, accordi tra editori e Big Tech: il caos calmo dell’informazione

FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI

TALK

In streaming il 23 Aprile dalle ore 15:30

Partecipano

Anna Masera, public editor de La Stampa
Vincenzo Vita, Presidente Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico
Roberto Reale, giornalista, scrittore e docente
Elisa Marincola
Arturo Di Corinto, giornalista, La Repubblica
Laura Nota, professore ordinario presso l’Università di Padova
Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione nazionale Stampa italiana (FNSI)

Articolo21: Perché è difficile combattere le fake news

Perché è difficile combattere le fake news

di ARTURO DI CORINTO per Articolo 21 del 21 GENNAIO 2018

Le fake news, le notizie false, sono un problema serio per le democrazie che attingono la loro linfa vitale dall’opinione pubblica che si forma sulla diffusione e discussione di notizie di rilevanza collettiva. Il pericolo è noto: attraverso le notizie false è possibile manipolare l’opinione pubblica e orientare le decisioni di governi, delegittimare personalità e Istituzioni e inquinare perfino il dibattito scientifico.
Le fake news sarebbero responsabili della sconfitta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca, frutto di una velenosa strategia di dinsinformazione che ha favorito tra le altre, la diffusione della notizia, falsa, che la ex first lady gestiva un giro di pedofilia nello scantinato di una pizzeria nell’Indiana.
Le fake news sarebbero però anche le opinioni sfavorevoli alle politiche di Trump il quale ha deciso di premiare le testate giornalistiche secondo lui più attive nella produzione di notizie false che lo riguardano: New York Times, Washington Post, Cnn. Continua a leggere Articolo21: Perché è difficile combattere le fake news