L’uso dell’AI nella guerra alla realtà. Dalle manipolazioni dell’informazione di Sam Altman alla ricostruzione della “guerra profonda” di Arturo di Corinto

di Luca de Biase, CrossRoads, Il Sole 24 Ore del 23 luglio 2026

Guerra profonda

Arturo di Corinto ha scritto “Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti” per Luiss University Press 2026. Di Corinto è giornalista esperto di cybersicurezza e attivista per i diritti digitali, consigliere dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.

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La sovranità tecnologica è uno scudo nell’era dominata dai conflitti ibridi

Il libro della settimana: Guerra profonda, Arturo Di Corinto, Luiss, Pagine 212, Euro 22

di Marco Panara, La Repubblica del 20 luglio 2026

Attacchi satellitari, disinformazione, profilazione, uso dell’IA, le guerre non si fanno più senza il contributo fondamentale delle tecnologie digitali. Le guerre sono sempre state ibride, uomini e armi sul campo insieme a propaganda e disinformazione ma, come nella vita di tutti noi, la tecnologia ha cambiato la scala di tutto questo. E non solo nelle guerre guerreggiate. Lo scontro è diffuso su molti piani, i cyberattacchi colpiscono infrastrutture vitali, reti logistiche, sistemi finanziari. La digitalizzazione, che molti vantaggi porta con sé, è diventata anche un’arma, potente e sfuggente, immateriale, a-territoriale, che viene usata da stati e privati a volte più potenti degli stati stessi.

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https://www.repubblica.it/economia/rubriche/il-libro/2026/07/20/news/la_sovranita_tecnologica_e_uno_scudo_nell_era_dominata_dai_conflitti_ibridi-425476400/

Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario

di Gioacchino Toni, per Carmilla Online del 16 luglio 2026

Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00

Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.

Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari –, ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).

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Dalla guerra cronicizzata alla guerra profonda

Un libro di Arturo di Corinto ricompone minuziosamente il corpo teorico che oggi guida le relazioni digitali fra stati, e fra questi e le grandi imprese tecnologiche, documentando come stiano mutando profondamente le categorie politiche sia della guerra che della pace proprio per la spinta di tecniche che sono intimamente conflittuali

di Michele Mezza per Huffington Post del 13 luglio

La cronicizzazione della guerra sta diventando un nuovo modo per gestire la pace. Lo sciame sismico che ormai sostituisce le grandi scosse belliche nello stretto di Hormuz ci sta mostrando come nei prossimi anni ci dovremo adattare a convivere con un nuovo fenomeno geopolitico: la pacificazione combattuta. Si tratta di un modo per procrastinare i problemi, lasciando insoluti i nodi politici e permettendo ad entrambe le parti in azione di rivendicare il proprio successo. Iran e Usa stanno inventando il conflitto vinto da tutti. Infatti con la sistematica rottura della tregua, si rinviano i colloqui di pace e si congelani i grandi temi, come ad esempio il nucleare per l’Iran o il cambio di regime per Washington. Michael Milshtein del Moshe Dayan Center di Tel Aviv in un’intervista a Repubblica analizza lo scenario e spiega che “gli attacchi episodici a Hormuz servono a modellare il negoziato, spostando il focus sullo stretto e lasciando in ombra gli aspetti più strategici come appunto il nucleare”.

È una realtà che ha dettagliatamente descritto nel suo ultimo saggio Guerra profonda (Luiss edizioni) Arturo Di Corinto, studioso di cybersecurity in chiave geopolitica che ha alle spalle lunghi anni di documentazione del fenomeno dell’hacktivism, il protagonismo tecnologico del pulviscolo di figure autonome come sono in molti casi gli hacker professionali, che era considerato fino a non molto tempo fa area marginale rispetto alla grande politica globale. Di Corinto, dirigente oggi dell’Agenzia per la Cybersecurity, con il suo lavoro ricompone minuziosamente il corpo teorico che oggi guida le relazioni digitali fra stati, e fra questi e le grandi imprese tecnologiche, documentando come stiano mutando profondamente le categorie politiche sia della guerra che della pace proprio per la spinta di tecniche che sono intimamente conflittuali.

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https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/07/13/news/dalla_guerra_cronicizzata_alla_guerra_profonda-22348348/

AI, la raffica dei giganti: quando gli algoritmi diventano affare di Stato

Di Corinto presenta Guerra Profonda a RadioRai

È partita Open Ai che ha lanciato la nuova famiglia di Gpt, la 5.6, con versioni pensate per la ricerca avanzata e per l’uso quotidiano. Poi Elon Musk ha risposto con Grok 4.5, il suo modello a costi più bassi. Quindi è toccato ad Anthropic che ha rimesso in pista Claude Fable5, il sistema precedentemente bloccato dalla Casa Bianca per motivi di sicurezza, molto efficace nella scrittura di codice. Infine, Meta, che ha aggiornato il suo Muse Spark, per creare immagini e video su Instagram e Facebook. Insomma, una raffica di novità sull’intelligenza artificiale accaduta in appena 48 ore. E a permettere tutti questi rilasci c’è sempre stato lui, l’occhio vigile del governo americano, che concede o stoppa. Perché ormai la competizione tecnologica non si gioca più solo tra aziende. Ma irrompe nel campo della politica, tra regole, sicurezza e interessi nazionali. Ne parliamo nel nuovo episodio di Eta Beta. Ospite al microfono di Massimo Cerofolini: Arturo Di Corinto, giornalista e autore di Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti. Con un’intervista a Sanjay Rodrigues, fondatore di Phenomeal Ai. Regia di Cecilia Mosetti.

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/07/Eta-Beta-del-11072026-0c89967c-0e99-4bb2-a9ed-f2debd5dc4e2.html

Siamo tutti soldati passivi, trascinati in una “guerra profonda”

Arturo di Corinto indaga nel suo ultimo lavoro il cyber spazio come campo ibrido, in cui si intrecciano strategie militari, potere e algoritmi

di Massimiliano Cannata per Il NordEst del 7 luglio 2026

Arturo di Corinto, giornalista, professore di Privacy e Cybersecurity de La Sapienza di Roma e consigliere dell’ACN indaga nel suo ultimo lavoro il cyber spazio come campo ibrido, in cui si intrecciano strategie militari, potere e algoritmi.

Guerra Profonda, il titolo del suo saggio (ed. Luiss) presuppone una declinazione del conflitto in un’ottica nuova. Possiamo spiegare di che si tratta?

Lo studio affronta la complessa dinamica delle minacce alla sovranità digitale che riguarda ormai molti Paesi. Italia ed Europa sono le realtà che ho preso in maggiore considerazione, ma l’orizzonte di analisi comprende un’area geografica molto vasta. Sono gli attacchi informatici la prima minaccia, che si configura nelle sembianze della disinformazione, amplificata sempre più dall’uso illecito e criminale dell’IA. Siamo, per dirla in sintesi, dentro una guerra di dati fatta per ottenere le informazioni che ai soggetti in conflitto consentono di sopravanzare l’avversario.

Per quali ragioni parla di guerra profonda?

Perché il conflitto si incista nei meccanismi di funzionamento dell’apparato cognitivo umano, perché attiva molteplici risorse, perché arruola i civili come soldati passivi, trascinandoli in una guerra dell’informazione e della propaganda. Cosa ancora più grave questa metodologia che non ha nulla a che vedere con la strategia militare tradizionale, simula il comportamento cognitivo umano, con la finalità di manipolarlo, di farlo saltare.

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https://www.ilnordest.it/societa/arturo-di-corinto-libri-hacker-guerre-algoritmi-cyberspazio-eukwmu6o

Hacker, cybergang e propaganda: l’altra guerra tra Israele e Iran

Oltre al conflitto nel mondo fisico, è in corso un altro conflitto, che si svolge nello spazio digitale. E che ha regole e dinamiche molto diverse, come spiega l’autore di “Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti”

Arturo Di Corinto

24 Giugno 2026Aggiornato alle 17:30

La Stampa

6 minuti di lettura

In questo estratto da Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Arturo Di Corinto racconta la dimensione invisibile della guerra contemporanea: quella combattuta attraverso reti, dati, piattaforme digitali, propaganda e attacchi informatici. Il volume, pubblicato da Luiss University Press (pp. 220, euro 22), con prefazione di Roberto Baldoni, fondatore e primo direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, analizza il modo in cui cybersicurezza, intelligenza artificiale e disinformazione stanno trasformando i conflitti internazionali.

Il 12 giugno 2025 Israele lancia un attacco aereo verso l’Iran che, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Aiea, sta velocemente giungendo a una piena capacità nucleare. L’operazione, denominata “Rising Lion”, il “Risveglio del leone”, è accompagnata da una serie di attacchi informatici per tutta la prima fase del conflitto: attacchi Ddos, defacciamenti, esfiltrazione di dati sensibili e di informazioni riservate. Si creano due fronti hacktivisti: 94 a favore dell’Iran, 10 a favore di Israele e 15 anti-iraniani, per un totale di 119 gruppi, secondo le stime di CyberKnow (2025), l’azienda australiana specializzata in Osint e cyber threat intelligence.

Anche in occasione di questo conflitto, condotto con armi convenzionali e omicidi mirati che uccidono alti funzionari iraniani, compreso il capo dell’intelligence, il comandante della forza Quds, Saeed Izadi, lo schema si ripete: gli attacchi cinetici prima, e cioè i bombardamenti israeliani su siti sensibili iraniani e i lanci di missili balistici dall’Iran verso Israele, sono accompagnati dagli attacchi cibernetici e dalla disinformazione. Quello che pare un dominio separato, il mondo cyber, anche in questo caso ha una prosecuzione nel mondo fisico.

La propaganda viene subito attivata sui due fronti del conflitto. I media riportano un attacco alla banca iraniana Sepah, ma l’agenzia di stampa statale Irna sosterrà che le transazioni nella Repubblica Islamica non ne hanno sofferto. Poi sarà diffusa la notizia di un attacco informatico al cryptoexchange iraniano Nobitex con l’effetto di sottrargli circa 90 milioni di dollari di cryptovalute. L’exchange dirama una comunicazione in cui informa la clientela che ogni asset sarà rimborsato.

Le autorità della Repubblica Islamica dell’Iran sin dal 13 giugno decidono massicce restrizioni dell’accesso a Internet, il traffico si riduce all’80%. Ai funzionari del regime viene raccomandato di interrompere l’utilizzo di qualsiasi dispositivo connesso, anche di WhatsApp, per evitare di essere geolocalizzati e diventare un target degli israeliani, tecnica usata dagli stessi cybersoldati iraniani per identificare e colpire una base militare israeliana.

Dall’inizio del conflitto si registrano diversi tentativi di interruzione del funzionamento di infrastrutture critiche nei settori energetico e delle telecomunicazioni, con attacchi a centrali elettriche, raffinerie e impianti petrolchimici. I gruppi statuali e degli attivisti cercano infatti di infiltrarsi in dighe, aeroporti e centrali energetiche sfruttando vulnerabilità nei sistemi di controllo industriale (Industrial Control Systems, Ics, e Supervisory Control and Data Acquisition, Scada) per causare blackout o disservizi, intercettare dati e compromettere la sicurezza delle comunicazioni militari e civili.

Gli iraniani, per i quali la cyberwarfare è parte della dottrina militare della soft war, vedono schierate al proprio fianco alcune cybergang. Una di queste è nota come Handala, da sempre impegnata in attacchi ransomware, che stavolta però non appare interessata all’ottenimento di riscatti monetari ma a creare caos e incertezza nel cyberspace israeliano assumendo un profilo hacktivista.

Durante gli attacchi missilistici contro le città di Tel Aviv, Haifa, Be’er Sheva, vengono inoltre condotti attacchi Ddos mirati ai siti web delle stazioni radio israeliane per creare confusione e ostacolare la diffusione degli alert di allarme. In seguito, vengono divulgate notizie di attacchi contro centri di ricerca nucleare e militare, con diffusione di malware per il furto di informazioni. A farne le spese, il centro di ricerca Weizmann, come parte di una campagna di phishing avente come obiettivo istituzioni accademiche e del settore israeliano della difesa, azione motivata dal coinvolgimento delle università israeliane nel sistema militare e di sicurezza del Paese. Ed è infatti proprio il gruppo pro-pal Handala Hack che il 18 giugno 2025 annuncia una fuga di dati di 425 GB dall’azienda israeliana Mor Logistics e l’ottenimento dell’accesso a 4 TB di documenti classificati del Weizmann Institute of Science, colpito da un attacco missilistico iraniano il giorno prima (Daily DarkWeb, 2025).

Nel canale Telegram AptIran i gestori rivendicano gli attacchi contro Israele come ritorsione per i bombardamenti subiti. In aggiunta, il gruppo diffonde una serie di informazioni circa gli attacchi a servizi e infrastrutture iraniane e, in un post significativo, fornisce consigli ai potenziali target iraniani ricordando che, in un “teatro di guerra digitale”, “l’utilizzo di tecnologie non prodotte da vendor affidabili rappresenta un rischio diretto per le infrastrutture critiche del Paese (…) in quanto ogni componente importata o sviluppata da soggetti esterni può diventare uno strumento di intrusione, controllo o sabotaggio da parte del nemico” (Red Hot Cyber, 2025). Il gruppo mette in guardia i connazionali dalla possibile presenza di backdoor nella tecnologia in uso nel Paese, illustrando bene uno dei rischi centrali alla sovranità digitale.

Terminata la “guerra dei dodici giorni” gli attacchi cibernetici e le operazioni di influenza non smettono. L’azienda israeliana Check Point Software individua una campagna di phishing potenziata con l’intelligenza artificiale da parte di attori iraniani, gli Apt35 (Lakshmanan, 2025), che, a partire da metà giugno 2025, ha preso di mira cittadini israeliani utilizzando false e-mail e messaggi WhatsApp personalizzati, redatti con strumenti di intelligenza artificiale, come suggeriscono il layout strutturato e l’assenza di errori grammaticali. Al target della campagna, esperti israeliani di intelligenza artificiale, veniva paradossalmente chiesto supporto per un sistema di rilevamento delle minacce basato sull’AI, proprio per contrastare l’ondata di attacchi informatici che aveva preso di mira il loro Paese, Israele, a partire dal 12 giugno.

Successivamente, alla fine della guerra (quella che in seguito si rivelerà solo la prima campagna militare contro l’Iran), nei primi di agosto 2025, la società Security Scorecard decide di rilasciare pubblicamente un rapporto in cui viene chiarito come hanno operato gli attori filoiraniani delle minacce, noti e meno noti, durante il conflitto dei dodici giorni. Strike, il gruppo di threat intelligence di Security Scorecard, ha analizzato infatti oltre 250mila messaggi provenienti da 178 gruppi attivi, e ha potuto in tal modo rilevare una campagna digitale altamente coordinata che rispecchiava le azioni militari sul campo. L’analisi condotta ha individuato tre principali categorie di attori:

  1. hacktivisti vagamente affiliati che operano senza supervisione diretta ma allineati con le priorità del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (Irgc);
  2. cluster strutturati allineati all’Irgc che eseguono campagne mirate;
  3. gruppi interamente sponsorizzati dallo Stato come Imperial Kitten (noto anche come Tortoiseshell, Cuboid Sandstorm o Yellow Liderc).

Queste entità, concentrate su settori ad alto valore, tra cui istituzioni finanziarie, agenzie governative e organi di informazione, utilizzano attacchi di Sql injection, Ddos e metodi di esfiltrazione dei dati per la raccolta di informazioni e l’interruzione delle comunicazioni per danneggiare gli avversari. Operazioni che prevedono anche tecniche di ricognizione, analisi delle vulnerabilità per exploit zero-day e distribuzione di script malware personalizzati, il tutto programmato per coincidere con attacchi aerei e incursioni al confine (Security Scorecard, 2025).

In base alle analisi della società SOCRadar (2025), il conflitto Iran-Israele del 2025 ha portato a un’impennata dell’attività informatica, con oltre 600 segnalazioni di attacchi informatici su oltre cento canali Telegram tra il 12 e il 27 giugno 2025. Gli hacker filoiraniani non avrebbero colpito solo Israele, il Paese maggiormente preso di mira con 441 segnalazioni di attacchi, ma anche Stati Uniti (69), India (34) e nazioni mediorientali come Giordania (33) e Arabia Saudita (13).

[…]

A distanza di pochi mesi, nella notte di sabato 28 febbraio 2026, Israele attacca nuovamente l’Iran con una serie di incursioni aeree appoggiate dagli Stati Uniti. Tra sabato 28 febbraio e domenica 1° marzo, in concomitanza con l’avvio delle operazioni militari convenzionali, denominate “Operation Roaring Lion” (“Ruggito del leone”) da parte israeliana e “Operation Epic Fury” (“Furia epica”) da parte statunitense, si registra una serie di operazioni cyber di notevole portata.

Tra le prime evidenze documentate vi è il crollo quasi totale della connettività Internet in Iran. Secondo Doug Madory, direttore dell’analisi Internet presso la società Kentik, la connettività è precipitata in due distinte finestre temporali: la prima alle 07:06 GMT e la seconda alle 11:47 GMT del 1° marzo. NetBlocks ha a sua volta osservato un forte calo della connettività in coincidenza con l’inizio degli attacchi cinetici.

Inizialmente si ritiene che siano stati gli stessi iraniani a degradare la connettività, ma in seguito report pubblici e analisi specializzate la indicheranno come un’operazione in corso su larga scala che prende di mira le reti digitali iraniane. Secondo questi rapporti, diversi livelli dell’infrastruttura digitale e fisica del Paese sarebbero stati colpiti simultaneamente da diverse tecniche di sabotaggio: dalla manipolazione del Border Gateway Protocol (BGP) e dall’avvelenamento della cache DNS, fino ai sovraccarichi elettrici mirati tramite la manipolazione di sistemi SCADA, uniti agli attacchi cinetici contro gli Internet Exchange Point (IXP). L’effetto cumulativo di queste azioni, secondo diverse fonti, avrebbe ridotto drasticamente la connettività Internet in tutto il Paese, compromettendo gravemente le capacità operative e la risposta militare di Teheran.

Il blackout domestico non impedisce però le operazioni cibernetiche: impianti malware pre-posizionati e infrastrutture di attacco distribuite all’estero possono mantenere la capacità di colpire i bersagli, che includono settori civili e commerciali e la loro supply chain. In omaggio al solito cliché che vuole gli attacchi cinetici accompagnati da attacchi cibernetici, disinformazione e sabotaggio, va segnalato il fatto che subito viene hackerata un’app religiosa scaricata almeno cinque milioni di volte dai credenti sciiti. Si chiama BadeSaba Calendar e, invece di offrire informazioni sugli appuntamenti religiosi, all’improvviso visualizza messaggi di incitazione alla rivolta diretti alla popolazione islamica.

L’operazione militare “Ruggito del leone” scatena comunque una risposta immediata di Teheran, con ondate di missili balistici e droni contro basi statunitensi, infrastrutture regionali e centri urbani nei Paesi del Golfo, inclusi Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain e Kuwait. Nonostante questo dispiegamento di forze, però, come scrive Marco Bacini (2026), la superiorità continua in parte a misurarsi sulla quantità di mezzi dispiegati, ma si misura anche sulla capacità di strutturare conoscenza dai flussi di dati eterogenei raccolti da piattaforme autonome, sensoristica avanzata e reti di intelligence integrate. La velocità informazionale diventa moltiplicatore di potenza strategica e lo Stato che possiede un vantaggio strutturato nell’elaborazione cognitiva di segnali operativi consegue un vantaggio competitivo critico.

L’accecamento dei radar, l’azzeramento della contraerea e l’uccisione mirata del leader Khamenei al primo giorno di guerra, individuato forse tramite l’hacking di telecamere stradali, ci fa capire che missili e droni non sono i soli protagonisti di questa nuova era di conflitti. Come dice Bacini: “La guerra post-umana è in atto, e la sua comprensione teorica e politica è condizione necessaria per formulare politiche di sicurezza e deterrenza efficaci nelle prossime decadi”.

Guerra profonda: recensioni e segnalazioni

Di seguito le segnalazioni del mio nuovo libro, Guerra Profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, pubblicato da Luiss University Press.

AGENDA DIGITALE

La fine dell’Internet globale nell’epoca della guerra algoritmica

ANSA

Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti

https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/altre_proposte/2026/06/15/hacker-bugie-e-larchitettura-segreta-dei-nuovi-conflitti_ce15eeaa-f9b5-4feb-84bc-143cd0bfc7fe.html

BLASTING NEWS

Guerra algoritmica: Di Corinto svela i nuovi fronti del conflitto digitale

https://it.blastingnews.com/cultura-spettacoli/2026/06/guerra-algoritmica-di-corinto-svela-i-nuovi-fronti-del-conflitto-digitale-004050383.html

Insicurezza digitale

Guerra Profonda: perché il nuovo libro di Arturo Di Corinto merita l’attenzione della community cyber

Red Hot Cyber

Guerra algoritmica: così IA, hacker e Big Tech stanno riscrivendo il potere globale

Report Difesa

Editoria: il nuovo libro di Arturo Di Corinto analizza la cybersecurity, la geopolitica e la sfida per la sovranità digitale

Articolo Report Difesa

Agenzia parlamentare, AgenParl

“Guerra profonda”, Arturo Di Corinto presenta a Roma il libro sulle nuove guerre digitali tra hacker, IA e disinformazione

agenparl.eu/2026/05/29/guerra-profonda-arturo-di-corinto-presenta-a-roma-il-libro-sulle-nuove-guerre-digitali-tra-hacker-ia-e-disinformazione/

La Repubblica

Benvenuti nell’era della guerra algoritmica: così la rete è diventata la nuova trincea

https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/05/28/news/guerra_profonda_libro_arturo_di_corinto-425376949/

ADN Kronos

CYBERSICUREZZA: ‘GUERRA PROFONDA’, IN ARRIVO IL NUOVO LIBRO DI ARTURO DI CORINTO

‘Pensiero Libero’ e in libreria dal 5 giugno sarà presentato venerdì a Roma Roma, 27 mag. (Adnkronos) – ”Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti”: è il titolo del nuovo libro del giornalista e analista di cybersicurezza Arturo Di Corinto, pubblicato da Luiss University Press all’interno della collana ”Pensiero Libero” con la prefazione di Roberto Baldoni, in libreria dal prossimo 5 giugno. Il volume sarà presentato per la prima volta venerdì 29 maggio a Roma, alle ore 18.30 alla Libreria Mondadori alla Galleria Alberto Sordi, mentre altre presentazioni sono già previste per martedì 9 giugno e mercoledì 10 giugno a Milano.

”In seguito alla progressiva dipendenza da software e algoritmi, con lo sviluppo esponenziale dell’intelligenza artificiale e la corsa agli armamenti digitali, siamo entrati in una nuova era dei conflitti, siamo nell’era della guerra algoritmica. Una guerra che mette a rischio la sovranità digitale e quindi il benessere e l’incolumità stessa dei cittadini. La rete è diventata spazio e strumento di conflitto aperto a cui partecipano anche i civili”, scrive Di Corinto.

Mentre si delineano gli spazi di una guerra ibrida e sfuggente, combattuta non solo sui campi di battaglia tradizionali ma attraverso sabotaggi digitali, attacchi ransomware e offensive cibernetiche, i sistemi di difesa occidentali scricchiolano sotto la pressione di potenze rivali e asimmetrie tecnologiche sempre più profonde: il libro analizza la crescente interdipendenza tra scelte tecnologiche e dinamiche geopolitiche, offrendo una riflessione di strettissima attualità sulle nuove sfide per la sicurezza nazionale e la protezione delle infrastrutture critiche.

”Il libro discute dei rischi per la sovranità digitale portati dall’uso incontrollato dell’intelligenza artificiale e quando la sovranità digitale è a rischio è come se fosse a rischio il territorio di uno Stato e in pericolo gli stessi cittadini”, afferma all’Adnkronos Di Corinto che, a pochi giorni dalla presentazione della prima enciclica ‘Magnifica Humanitas’ di Papa Leone XIV, osserva che si tratta proprio di molte questioni sollevate dal pontefice che ”ha riflettuto sul tema dell’autonomia della decisione degli agenti Ai, dell’uso illecito dell’Ai per la disinformazione, dell’importanza di adottare un approccio etico agli sviluppi dell’Ai”. ”Le minacce sono tre – conclude Di Corinto – i migliaia di attacchi cibernetici che si verificano ogni giorno; la disinformazione che offusca la distinzione tra verità e finzione; l’uso illecito e criminale dell’Ai”. (Sci/Adnkronos) ISSN 2465 – 1222 27-MAG-26 18:44 NNNN

Politiche della menzogna

Le bugie sono una costante nella storia della politica. Usate per organizzare il consenso, riaffermare il senso di identità di gruppi e partiti politici, sono spesso l’anticamera della guerra. Sun Tzu diceva che «Ogni guerra è un inganno». Lo abbiamo visto in tempi recenti, con l’invasione dell’Iraq nel 1991 e con la Guerra al terrore del 2003. In entrambi i casi il commander in chief delle operazioni ha mentito sui motivi del conflitto.

John J. Mearsheimer nel suo libro Politiche della menzogna. L’uso delle bugie nella politica internazionale, argomenta come possa accadere che un bugiardo politico venga creduto, ma cala la sua riflessione nel contesto socio-economico in cui la menzogna viene creduta.

Tra i molti esempi possibili l’autore ci ricorda come ell’agosto del 1964 il presidente Johnson annunciò agli americani che due navi militari statunitensi erano state attaccate nel Golfo del Tonchino da unità nordvietnamite. L’aggressione, disse, non lasciava alternative: bisognava entrare in guerra. Anni dopo si sarebbe scoperto che uno di quegli attacchi non erano mai avvenuti. Ma intanto il Congresso aveva già dato il via libera a un conflitto destinato a durare un decennio e a costare milioni di vite. Una bugia, raccontata con voce calma e patriottica, aveva cambiato il corso della storia.

In Politiche della menzogna, John J. Mearsheimer dunque smonta un’illusione: nella politica internazionale la verità non è un principio, ma una scelta. E spesso non conviene. Le bugie servono a costruire consenso, a giustificare decisioni impopolari, a trasformare la paura in sostegno. Non solo contro i nemici, ma soprattutto verso l’interno: cittadini, opinione pubblica, elettori. È qui che il libro diventa attuale. Nell’era delle crisi permanenti, della comunicazione istantanea e della propaganda diffusa, il confine tra verità e narrazione è sempre più sottile. E la menzogna – oggi come ieri – resta uno degli strumenti più efficaci del potere. Capirla non è cinismo. È lucidità.

Politiche della menzogna. L’uso delle bugie nella politica internazionale., John J, Mersheimer, Luiss University Press.

Daua, una spy story

Daua, una spy story contemporanea. È il nuovo libro di Sebastiano Caputo il cui protagonista, Giovanni Scorretti, è un agente dei servizi segreti italiani abituato a muoversi nell’ombra del potere. Quando il suo amico Alessandro viene rapito in Iraq, nel pieno di una crisi geopolitica che attraversa tutto il Medio Oriente, gli viene affidata una missione complicata e difficile: riportarlo a casa. Inizia così un viaggio tra i palazzi vaticani, night club romani e salotti aristocratici, fino ai confini del mondo. Il protagonista resta impigliato in una ragnatela invisibile fatta di diplomazie parallele, criminalità organizzata, monaci ribelli, milizie armate, amori romantici. Ma dietro l’operazione che deve portare a termine si nasconde qualcosa di più profondo: Daua, il grande gioco che muove gli uomini, le idee, e il loro destino. Un romanzo tra intelligence, fede e guerre, dove il vero campo di battaglia è la natura umana.

Pubblicato da Paesi Edizioni, casa editrice diretta dal giornalista di Panorama Luciano Tirinnanzi, è un peculiare romanzo che trasforma la geopolitica in fiction, per raccontare come le dinamiche del potere siano sempre legate alle passioni umane, laddove queste dipendono dalla struttura materiale della realtà che ci costruiamo intorno. Nelle intenzioni dell’autore, giornalista, il libro è uno strumento per ravvivare il filone giallo della narrativa di genere.

Daua, una spy story, è stato presentato in anteprima al Festival di Geopolitica di Ascoli Piceno con il giornalista Alberto Negri, reporter di guerra ed esperto di Medio Oriente.

«Daua, una spy story contemporanea», Sebastiano Caputo, 2026, Pesi Edizioni, Roma.

PRESENTAZIONE MANUALETTO AUTODIFESA PER GIORNALISTI ALLA FONDAZIONE BASSO DI ROMA

Diciamo che il manualetto che abbiamo presentato ci riguarda tutti, anche se è stato intitolato alla protezione dei giornalisti e degli attivisti.

Essere consapevoli dei rischi che si corrono quando si usa un telefono, un tablet o un computer, è la prima linea di difesa di fronte all’uso illecito dei nostri dati, delle informazioni che acquisiamo e delle relazioni che intratteniamo. La conoscenza del soggetto sotto osservazione rappresenta un vantaggio per chi chi lo sorveglia.

E guardate che la sorveglianza dei dati è la sorveglianza dei comportamenti più privati in un mondo datificato e iperconnesso.

Questa sorveglianza che si traduce in una conoscenza dettagliata del soggetto sorvegliato serve a modularne i comportamenti, in maniera diretta o indiretta, serve a modellarne lo stile di vita e i comportamenti sociali e di consumo. Il soggetto sotto osservazione non è mai libero.

Perciò non essere sorvegliati è la frontiera della libertà.

Nel caso dei giornalisti è particolarmente importante. In una fase di forti tensioni sociali e di frizioni geopolitiche i giornalisti restano un baluardo di civiltà, protagonisti della manutenzione dei valori liberali di una società aperta che fa della trasparenza dei comportamenti pubblici un elemento di bilanciamento dei poteri a cui siamo soggetti, siano essi di tipo politico, giudiziario o economico.

Quello che qui va garantita è quindi la privacy dei giornalisti, precondizione perché facciano il loro lavoro in maniera il più possibile serena e indipendente, per esercitare un’importante funzione sociale.

Immagino che molti di noi siano critici coi giornalisti, come possiamo esserlo verso medici che ci hanno curato male o verso giudici che hanno sbagliato. Ma immaginatevi un mondo senza di loro. Sarebbe come un mondo senza programmatori perché non hanno patchato un bug o introdotto una backdoor nei sistemi informatici che usiamo ogni giorno.

Per cui anche se ci sono molti giornalisti che fatichiamo a riconoscere e a rispettare come tali, il problema non sono loro, ma la tutela del giornalismo in quanto funzione sociale.

I giornalisti vanno protetti.

Avete sentito del giornalista israeliano minacciato perché coi suoi articoli aveva influenzato il corso di alcune scommesse su Polymarket; forse sapete anche degli insulti e delle minacce a Daniela Ranieri del Fatto per aver espresso delle opinioni fuori dalle righe sui social, o dei giornalisti sorvegliati con spyware avanzatissimi di cui non sappiamo ancora i responsabili.

Ecco l’autodifesa digitale riguarda loro, sicuramente, e riguarda tutti noi che grazie al giornalismo sappiamo cosa succede nei teatri di guerra o nelle segrete stanze del potere.

APPUNTAMENTI CYBER IN ITALIA 2026

  1. Security Summit Milano
    Milano 17-19 Marzo 2026
    https://securitysummit.it/
  2. Innovation Cybersecurity Summit
    14 – 15 aprile 2026
    https://www.cybersecitalysummit.it/
  3. Cyber Crime Conference,
    6-7 maggio, Roma
    https://www.ictsecuritymagazine.com/notizie/cyber-crime-conference-2/
  4. Richmond Cyber Resilience Forum
    10 – 12 maggio, Rimini
    https://www.richmonditalia.it/eventi/cyber-resilience-forum/
  5. Red Hot Cyber Conference
    18 – 19 maggio, Roma
    https://www.redhotcyber.com/red-hot-cyber-conference/rhc-conference-2026/
  6. ItaliaSec Cyber Summit
    26– 27 maggio 2026, Milano
    https://italy.cyberseries.io/
  7. Cyber Security Summit
    xxxx, Roma
    https://www.cybersecurity360summit.it/
  8. Cyber-expo
    9 -11 giugno, Piacenza
    https://cybsec-expo.it/
  9. HackInBo
    20 giugno 2026, Bologna
    https://www.hackinbo.it/
  10. EXPO & CYBER SECURITY FORUM
    Pescara
    https://www.exposecurity.it/
  11. Moca 2026
    https://moca.camp/
  12. End Summer Camp
    1 – 6 settembre, san Donà di Piave
    https://endsummer.camp/
  13. RomHack
    2 – 4 ottobre, Roma
    https://romhack.io/
  14. NoHat
    10 ottobre 2026, Bergamo,
    https://www.nohat.it/
  15. Cybertech Europe 2026
    13 – 14 ottobre, Roma
    https://italy.cybertechconference.com/
  16. Cyber Act Forum
    23 ottobre 2026, Viterbo
    https://www.cyberactforum.it/

Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti

Quando c’è una guerra, la prima vittima è la verità.

Come scriveva Lao Tzu nel V secolo avanti Cristo, l’inganno in una guerra può determinare un vantaggio strategico e, forse, vincere senza combattere. Indurre in errore un avversario, sottrargli dati e informazioni, manipolare le sue percezioni per fargli fare scelte sbagliate è alla base di ogni conflitto, variamente declinato.

Ma è solo di recente che la produzione industriale di bufale è diventata tanto pericolosa da colpire prima i civili e solo dopo i militari. Ed è solo da quando esiste il web che i servizi segreti hanno incominciato a unire la disinformazione tradizionale con l’hack and leak, la sottrazione di informazioni e la loro divulgazione controllata attraverso i siti web e poi i mezzi a stampa.

Nel 2014 i servizi segreti russi si sono infilati nella posta elettronica di alcuni diplomatici occidentali per depositarvi all’interno finte prove di una cospirazione angloamericana per fare cadere il governo ucraino di Petro Poroshenko.

Come ci si difende dalla disinformazione? E, viceversa, come si proteggono le fonti, si verificano i fatti e si tutela chi li racconta? In un’epoca di inganni, i giornalisti che per mestiere raccontano i conflitti grandi e piccoli sono bersaglio di spioni e sabotatori, cricche di potere e investigatori digitali.

Il Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti parla di questo, di come imparare a proteggersi senza aspettare che lo faccia qualcun altro, di come avere una buona manutenzione dei propri dispositivi digitali fino all’impiego oculato della posta elettronica e agli strumenti di crittografia contro le intrusioni indesiderate.

Realizzato da un gruppo di giornalisti riuniti intorno al progetto di Guerre di Rete capitanato da Carola Frediani, il manualetto, in versione  .pdf, e-book ed e-reader, è di agile e semplice lettura, ricco di argomenti, gratuito, e senza la pretesa di essere esaustivo. Un primo passo per lavorare in serenità, nel rispetto delle regole deontologiche.

Quanto alla qualità del giornalismo, beh, quella non può essere garantita dai manuali, dipende dall’onestà intellettuale di chi lo fa e dalla libertà che ti è concessa dai limiti e dai vincoli di una professione sempre più necessaria.

Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro

«Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro», è un potente atto d’accusa nei confronti della tecnologia che ci rende dipendenti da smartphone, tablet e computer. Pubblicato da Solferino pochi mesi fa, è già un caso editoriale. Alla settima ristampa ha venduto circa 20.000 copie. Un successo, per un paese dove un italiano su due legge meno di un libro all’anno.

E il motivo di questo successo è che il libro spiega, in parole chiare e comprensibili, senza peli sulla lingua, che cosa le aziende come Meta/Facebook e TikTok,  sono state e sono pronte a fare pur di catturarci davanti allo schermo, per vendere il nostro tempo di attenzione agli inserzionisti e così facendo terremotando psiche, sentimenti e percezioni degli utenti, soprattutto di quelli più giovani.

Già, perché, Riccardo Luna, è lui l’autore del libro, ripercorrendo le origini della Rete, che lui stesso da direttore di Wired candidò a premio nobel per la pace, racconta come questa si sia ormai popolata di app che recintano i nostri interessi e argomenta come la Rete, da utopia democratica dei primi anni 2000 sia stata colonizzata dall’affarismo di Big Tech che non ritiene di dover rispondere a nessuno del proprio operato. Aziende guidate da imprenditori tech che anziché dedicare le loro enormi ricchezze a sfamare il mondo, a contrastare gli effetti perversi del cambiamento climatico e a favorire pace e democrazia, lucrano su sistemi che creano rabbia e violenza, i social network a cui hanno messo il turbo degli algoritmi capaci di innescare i circuiti del piacere che scattano quando vediamo il like sotto il nostro post e ci rendono frustrati quando non li vediamo. Meccanismi che sfruttano anche la solitudine, l’incertezza sessuale e le delusioni dei più giovani per renderli sempre meno sicuri di se stessi e sempre più dipendenti dal feed del social preferito.

Temi già sollevati da altri prima di lui, certamente, come  Nicholas Carr, Jaron Lanier, l’italiano Jacopo Franchi. Autori che hanno raccontato gli effetti dannosi dello scrolling infinito, quel modo di usare i social senza smettere mai e che, lungi dall’essere una cosa naturale innescata dalla curiosità, è un comportamento ingegnerizzato per le piattaforme da tecnologi e psicologi sociali in modo da trattenere chiunque, sia esso bambino o un adulto, appiccicati allo smartphone grazie all’algoritmo di selezione dei contenuti. A proposito, tu che leggi lo sapevi che basta un centinaio di video visti per riorganizzare l’algoritmo?

«Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro», Riccardo Luna, Solferino, 2025.

L’estasi dell’ignoranza. La tradizione occidentale della non conoscenza

Perché un lettore crede a racconti palesemente falsi? Vuole evitare notizie scomode? Come fanno i fedeli religiosi a credere nella scienza e contemporaneamente affidarsi al mito? Si tratta di scelte razionali, strategie collettive oppure difesa privata e personale di un nucleo emotivo che altrimenti finirebbe in pezzi? Sono queste le domande che affiorano, con risposta annessa, nel libro del politologo Mark Lilla che per Luiss University Press ha pubblicato «L’estasi dell’ignoranza. La tradizione occidentale della non conoscenza».

A dispetto della moderna logica mediatica che obbliga tutti alla trasparenza, alla conoscenza, alla condivisione di informazioni e intimità sui social, Mark Lilla elabora una ricostruzione storica e filosofica del volto contrario di questa modernità, cioè dell’ignoranza intesa come volontà di non sapere. Strategia adattativa piuttosto che euristica vitale, l’ignoranza descritta da Lilla viene dissezionata nei miti antichi, come quello di Edipo, che non voleva sapere di essere giaciuto con la madre; passa per le Confessioni di Sant’Agostino che dubita della sua fede; arriva da Nietzsche il pazzo fino a Freud e alla sua teoria della rimozione, per ricostruire i tabù della verità, la delusione della curiosità quando si osa strappare il velo di Iside, fino alle cedevoli illusioni di innocenza personale, colte nelle loro forme quotidiane e talvolta penose.

La fuga dalla realtà è la chiave di questo viaggio intellettuale nella volontà di ignoranza. Certo, sull’ignoranza e sull’errore molto è stato detto, da Gianrico Carofiglio in Elogio dell’ignoranza e dell’errore, a Umberto Galimberti con Le contraddizioni della Verità e l’attitudine tutta binaria a pensare semplice senza troppo complicarsi la vita, come pure in L’età dell’ignoranza di Fabrizio Tonello, ma questo testo si misura sulla volontà di non conoscere quale strategia di sopravvivenza intima, nascosta e personale, per rendere la vita odierna più accettabile. Una scelta che è alla base di questioni tremendamente attuali, dagli effetti della disinformazione al cospirazionismo politico, dal pensiero magico alle semplificazioni scientifiche. In fondo, in fondo, il trionfo dell’ignorante è l’estasi del potere.

Le disavventure della verità

La verità è un concetto mobile e sfuggente, i cui confini cambiano in relazione alla temperie culturale e all’azione dei soggetti che hanno i mezzi per costruirla e farla accettare.

Già nel V secolo però, Platone metteva in guardia i cittadini di Atene che per instaurare la democrazia bisognava cacciare i retori e i sofisti, che ingannano il popolo con sillogismi, paralogismi, notizie false e inventate.

Ma la società della comunicazione, basata su persuasione e populismo, non è in grado di scacciare i nuovi retori che assumono le vesti di imbonitori e tribuni di un popolo costruito algoritmicamente.

Nel libro «Le disavventure della verità», il filosofo Umberto Galimberti affronta così il tema della verità in un’ottica comparata confrontando Marx, Nietsche e Freud nelle loro pubblicazioni meno note. Ovviamente con riferimento alla Repubblica di Platone e a quello sfortunato che informò i cavernicoli che erano oggetto di un’illusione (disinformazione, diremmo oggi). Lo sfortunato fu bastonato dai cavernicoli per la sua rivelazione.

[…] a differenza dei tempi trascorsi, oggi l’abbondanza delle informazioni, che è il tratto tipico del nostro tempo, ci rende responsabili di ciò che sappiamo e se, per quieto vivere, per noia, per distrazione, per disinteresse, per stanchezza o per assuefazione, non siamo sensibili al problema della verità, di fronte a quel che sappiamo diventiamo irrimediabilmente indifferenti, quando non addirittura immorali.

Oggi, infatti, dobbiamo chiederci che ne è della verità nella nostra epoca caratterizzata dall’incontenibile diffusione dei media, ai quali da ultimo si sono aggiunti i social con le loro vere e false notizie e prese di posizioni, per lo più acritiche, quando non puri sfoghi pulsionali o emotivi. Per affrontare questo tema bisogna liquidare quei luoghi comuni, per non dire idee arretrate che fanno da tacita guida a quasi tutte le riflessioni sui media, secondo le quali l’uomo può usare i mezzi di comunicazione come qualcosa di neutrale rispetto alla sua natura… […]

Al tempo della guerra ibrida, quella che mescola la falsa informazione alle azioni militari, il sabotaggio della verità ci riguarda tutti.

«Le disavventure della verità», Umberto Galimberti, Feltrinelli, 2025

Il momento straussiano

Palantir è il nuovo potere della sorveglianza globale. Anche i Servizi Segreti francesi hanno ammesso di usarne tecnologia e capacità di analisi. E lo fanno pure la Ferrari, Stellantis, il Policlinico Gemelli in Italia.
I software di Palantir sono in uso anche all’esercito israeliano. Il suo board nel 2024 ha tenuto una seduta del consiglio di amministrazione a Tel Aviv in segno di solidarietà dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023.


Ma che cos’è Palantir? Palantir è la nuova macchina del potere americano creata da Peter Thiel, il magnate che ha fondato l’azienda prendendone il nome dalla saga del Signore degli Anelli. Palantir è l’occhio che tutto vede e che nella saga consente ai cattivi di intimidire, trovare e punire, non i cattivi, ma i buoni della storia, cioè la famosa compagnia dell’Anello.


Nella prospettiva di Thiel e di Alex Karp, attuale Ceo di Palantir, però è tutto rovesciato. L’occhio che tutto vede, cioè i suoi software Gotham e Foundry, potenziati dal coordinamento di una terza piattaforma, Apollo, e dall’intelligenza artificiale IAP, sono gli strumenti della nuova sorveglianza che sovrintende alla macchina da guerra americana e degli eserciti che se lo possono permettere. Come quello di Israele.


Palantir è una macchina indifferente all’etica e alla morale occidentale e illuministica.
Dopo alcuni servizi giornalistici sappiamo che Palantir, vende dati per fare la guerra. E poi li usa per foraggiare il suo spin off, Anduril, azienda dedicata alla produzione di IA e droni da combattimento.


Ma è solo nel libro «Il momento straussiano» che capiamo perché Peter Thiel, tecnologo, gay, cattolico, conservatore, con Palantir si sia definitivamente sganciato dalla retorica di benessere, progresso e uguaglianza prodotta dall’immaginifica
industria della Silicon Valley negli ultimi 30 anni fino a farla ribaltare nelle sue convinzioni più profonde, un tempo basate sul «don’t be evil» (non fare il male).
Nel libro Thiel lo spiega. E quello che dice fa venire i brividi, affermando che l’Occidente deve farsi rispettare usando la violenza e la deterrenza quali elementi attivi di civilizzazione e di difesa della sua missione teleologica e salvifica del mondo.
Usando cioè i mezzi contrari alla cultura occidentale dei diritti che essa dovrebbero affermare e perseguire.

«Peter Thiel, Il momento straussiano. A cura di Andrea Venanzoni. Liberilibri 2025»

Sfiduciati

I social sono un pericolo per la democrazia. Sono numerosi i saggi che argomentano questo aspetto distruttivo della comunicazione paritaria online che si afferma nelle logiche algoritmiche di Facebook, Tik Tok, Truth, eccetera. I social media sono spesso fonte e canale di propaganda e disinformazione.

Purtroppo la maggior parte delle persone non sa distinguere tra notizie vere e notizie false e le notizie false sono più virali di quelle vere. E questo è il danno principale che fanno alla democrazia.


Giovanni Boccia Artieri lo sintetizza bene nel suo ultimo libro, “Sfiduciati. Democrazia e disordine comunicativo nella società aperta” appena pubblicato da Feltrinelli, provando a dare qualche rimedio.
“I social media favoriscono ciò che funziona: e ciò che funziona polarizza, semplifica, infiamma. La democrazia ha bisogno di ascolto, mediazione, argomentazione. E se il conflitto algoritmico si consuma in millisecondi, il dissenso democratico richiede tempo”, ma è necessario.


La riflessione del professore di sociologia, prorettore dell’Università degli Studi di Urbino, già autore di diversi saggi sul tema è ovviamente molto più ampia.
Nel libro sostiene infatti che l’agorà pubblica negli ultimi anni è stata inquinata soprattutto da tre fenomeni. Il primo è l’ingresso nell’era della post-verità. In questa fase della comunicazione infatti non è tanto importante la verità e neanche la validità la coerenza e l’utilità con cui si comunicano concetti semplici e complessi ma il modo in cui le persone vi reagiscono. Chi sa gestire quelle reazioni può farci credere a ciò che vero non è. Il secondo fenomeno è la piattaformizzazione di Internet. Secondo questa famosa teorizzazione di Van Dijck e Poell, le piattaforme che connettono gli individui tra di loro permettendogli di fruire e consumare servizi non offerti dagli Stati, creano strutture sociali disomogenee producendo valori
con un potenziale rischio etico. Il terzo fenomeno è la fringe democracy, cioè l’annullamento del confine tra cio che è legittimo e cio che non lo è, insieme al livellamento delle opinioni sempre più autoreferenziali.


Queste tre dinamiche creano la società esposta, un ambiente in cui la comunicazione e la sfera pubblica, attraversate dalla sfiducia, sono diventate vulnerabili.

La civiltà dei dati. Rivista

Civiltà dei dati è una bella rivista. Prosecuzione ideale della Civiltà delle macchine che dal 1953 al 1979 ha contribuito a modellare la cultura dell’innovazione nel nostro paese, aspira oggi come allora a intrecciare il dialogo tra scienza,  tecnologica e sperimentazione letteraria e artistica con un focus specifico sull’ontologia del dato. Proprio quel dato che consente scelte e previsioni, il dato che ci anticipa e rappresenta nel mondo digitale e che è il carburante delle nuove macchine IA è il centro e al centro della rivista. Diretta da Jaime D’Alessandro, storica penna tecnologica dell’Espresso e di Repubblica, è un contenitore di alcune delle migliori firme del pensiero contemporaneo in lingua italiana, Floridi, Taddeo, Benanti, Aresu, e del giornalismo tech come Iacona, Aluffi, Sterling e altri. I primi quattro numeri della rivista, frutto di un progetto della Fondazione Leonardo, direttrice generale la giornalista Helga Cossu, sono stati dedicati a quattro grandi temi d’attualità: lo spazio, la mente, gli archivi, l’IA e i digital twins.

La rivista è molto curata, sia dal punto di vista grafico, con una chiara impronta visiva, sia per i contenuti.

Il primo numero è una parata delle stelle femminili protagoniste della ricerca spaziale; il secondo, è incentrato sugli effetti psicologici della tecnologia e dei social network; il terzo si fonda sul rapporto tra analogico e digitale per parlare di archivi. Particolarmente interessanti sono le riflessioni di Paolo Benanti in questo numero tre quando parla dell’importanza della memoria selettiva, cioè di quel processo che è umano ma non macchinico, di ritenere solo quello che serve, come accadeva con le biblioteche. Benanti fa anche un riferimento importante all’etica dell’IA quando ricorda che gli strumenti, tutti gli strumenti, non sono neutri, ma forme d’ordine e disposizioni di potere. Nella rivista numero 4 va letta l’intervista a Lucilla Sioli, direttrice dell’ufficio europeo per l’IA. Detto per inciso è quella graficamente più bella (recupera le copertine di Urania). Ma è sempre nel numero 3 che troviamo la chicca: una storia a fumetti dell’impareggiabile Milo Manara basato sulla storia della biblioteca meccanica di Jorge Luis Borges. Chissà se quell’utopia bella e terribile della macchina da scrivere universale, oggi rappresentata dall’IA generativa, potrà mai predirci il futuro dentro a un libro. Accetteremmo anche qualche errore di sintassi.

«Civiltà dei dati. 2025. Fondazione Leonardo. Direttore Jaime D’Alessandro». Nella foto i primi quattro numeri.

Hard Power

Il libro di Roberto Arditti è un libro interessante con una tesi univoca: il potere non si contratta, si prende e si difende con le armi. Anzi, di più, la Guerra, che si fa con le armi, è per il giornalista il vero motore della Storia, quella con la esse maiuscola. Hard Power. Perchè la Guerra cambia la storia è infatti il titolo del libro che ha pubblicato con la casa editrice conservatrice Giubilei Regnani.

L’ex direttore di Formiche, editorialista di Il Tempo di Roma, ha diviso in capitoli geografici la sua dissertazione bellico-politica e la incomincia con la Russia. Della Russia Sovietica Arditti ricorda il passato e il deterrente nucleare e poi descrive I tremendi attacchi missilistici verso l’Ucraina, l’uso di droni, la potenza della macchina bellica industriale, fino l’uso della carne da macello di giovani russi non moscoviti, galeotti e senza quattrini, nelle trincee del Donbass a morire e ammazzare i forse più istruiti e sicuramente filoeuropei ucraini. Poi racconta la Cina e Taiwan un po’ alla maniera di Lucio Caracciolo, di cui è certo debitore di parte dell’analisi, quando racconta i choke points del mar della Cina e rammenta la superiorità demografica, industriale e quindi bellica cinese che prima o poi vorrà mangiarsi Taiwan prendendo di sorpresa l’America che, sola, forse sta impedendo l’esito catastrofico per il porcospino taiwanese. E poi ci parla del Congo, del Sudan, del Rwanda, cioè delle guerre per procura fatte per impossessarsi delle preziose terre rare che rendono possibili i nostri sogni digitali, ma sempre in punta di fucile o di machete. E poi giù con Libia, Cipro, Israele.

Le cose che dice sono vere, ma non convincono completamente. O almeno non paiono sufficienti a smontare la complessa Teoria di Joseph Nye sul soft power cui Arditti si richiama per differenza e contrapposizione. E non convince per un motivo centrale, perché non considera a sufficienza l’apporto che i commerci, la diplomazia, il digitale, le reti comunicative, l’innovazione tecnologica e la cybersecurity danno sia alla pace che ai conflitti, pure quelli armati, ormai risultandone inseparabili. Nell’epoca delle reti globali, infatti, il potere non si misura più soltanto con la forza militare ma sul terreno invisibile dell’informazione, dove l’intelligence, i media, la conoscenza dell’avversario e la manipolazione dei dati determinano l’equilibrio tra le potenze. Frutto dolceamaro di un cambiamento radicale che ridefinisce la natura stessa del potere che è soft, hard, harsh, ma anche wet & cyber.

Nella mente dell’hacker

I dilettanti hackerano i computer, i professionisti hackerano le persone. Questa efficace e famosa sintesi di cosa significhi l’hacking, Bruce Schneier la argomenta con un raffinato ragionamento nel suo ultimo libro: La mente dell’hacker. Trovare la falla per migliorare il sistema pubblicato nel 2024 in italiano da Luiss University Press.

Il titolo dice già molto. Intanto l’hacker non è più il mostro della peggiore pubblicistica degli ultimi anni, ma una figura che va letta in chiaroscuro rispetto all’evoluzione dei sistemi umani.

In aggiunta, l’hacking, l’esplorazione delle possibilità all’interno di un sistema dato, termine in origine legato al mondo dell’informatica, secondo Schneier è diventato una pratica onnipresente nei sistemi economici, finanziari e sociali. Approccio metodico alla ricerca delle vulnerabilità strutturali che definiscono il nostro mondo, l’hacking dimostra come ogni sistema, dalle leggi fiscali alle intelligenze artificiali, può essere manipolato e sfruttato. Dall’hacking del sistema fiscale per pagare meno tasse, vedi Google & Co. fino al jackpotting, al ransomware e agli attacchi cibernetici tra gli Stati. Per l’autore ogni hack può essere letto come strumento chiave nella gestione del potere e del denaro nei suoi molteplici aspetti.

Un hack è infatti «un’attività consentita da un sistema, che sovverte però gli scopi o gli intenti del sistema stesso». E cos’altro è un sistema se non «un processo complesso, determinato da una serie di regole o norme, pensato per produrre un o più esisti desiderati»? Quindi l’hacking è esattamente questo: individuare la vulnerabilità di un sistema e trovare l’exploit per sfruttarla. In definitiva vale per ogni sistema, quelli informatici, quelli sociotecnici, quelli cognitivi. Lo scopo dell’hacking è di ottenere un vantaggio. Ma le contromisure sono sempre possibili. E questo vale anche per la democrazia, che può difendersi dagli usi imprevisti della libertà che consente, e vale anche per l’Intelligenza Artificiale: hackerandola capiamo meglio come possa essere messa al servizio delle persone e non della guerra e del profitto. Poiché libertà e democrazia riposano oggi su sistemi informatici, gli hacker possono ancora fregiarsi del titolo di «eroi della rivoluzione informatica» come li chiamava Stephen Levy già nel 1996.

Ho sognato una rete intergalattica

Internet non è il Web, e il Web non è Internet. Internet non nasce come strumento militare, e i militari non hanno mai controllato l’intera Internet. Mettetevelo in testa.

Oggi, a 56 anni dalla nascita di Internet ce lo ricorda un libro, a firma di chi la Rete l’ha pensata e progettata, e cioè J.C.R. Licklider, un secchione, psicologo, esperto di psicoacustica, che in questo modo ha influenzato per sempre comunicazione e società. Il libro si chiama «Ho sognato una rete intergalattica. Scritti su Internet prima di Internet» e, con la prefazione del professore Luigi Laura, ed è stato pubblicato nel luglio del 2025 dalla Luiss University Press di Roma.

Licklider progettò Internet, l’Intergalactic computer network,come lo chiamava lui, nella forma che poi assunse, quando dirigeva l’IPTO, l’ufficio competente dell’Advanced Research Project Agency, ARPA, e il suo avvio viene fatto coincidere con il primo scambio di saluti attraverso quella che era chiamata inizialmente Arpanet, cioè la rete dell’Arpa.

Era il 29 ottobre 1969.

Il Web venne vent’anni dopo. Fu progettato nel 1989, chiamato World Wide Web nel 1990 e solo nel 1991 comparve il primo sito Web. Tutto merito di uno scienziato inglese di stanza al CERN di Ginevra, sir Tim Berners Lee, affascinato del modo in cui gli italiani si scambiavano informazioni piene di dettagli e racconti basati su continue digressioni e collegamenti.

Arpanet nel 1969 collegava 4 nodi e si chiamerà Internet solo dopo due eventi: il fork tra Arpanet e Milnet, e la creazione del protocollo TCP/IP.
Fu proprio uno dei due scienzati che ne scrissero il protocollo principale a dargli il nome Internet, con la maiuscola. Si chiamava Robert “Bob” Khan, che ci lavorò per dieci anni insieme a Vinton Cerf. Il protocollo TCP/IP (in realtà una famiglia di protocolli), era pensato per consentire a “computer diversi appartenenti a reti eterogenee”, di comunicare fra di loro. E attualizzava proprio l’idea di quel geniaccio di Robbnett Licklider: consentire alle persone di collaborare a distanza.

Il resto è una storia bella da conoscere.

Una cosa sola

«Una cosa sola. Come le mafie si sono integrate al potere», è il nuovo libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso edito per le Strade blu di Mondadori (2024).
Una cosa sola, nel libro è la convergenza dell’economia mafiosa col sistema bancario, e dei mafiosi coi colletti bianchi. Già questa convergenza rende bene il tema di cui il procuratore di Napoli, Gratteri, e lo studioso dei fenomeni criminali, Antonio Nicaso, hanno voluto scrivere per fare un appello sia alla gente che alla politica, italiana ed europea. Un appello alla gente, affinché prenda le distanze dalle logiche di Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e altre mafie; alla politica per dire che l’inazione porta alla sconfitta.

I due autori argomentano con dovizia di particolari piccole e grandi storie di mafia e della loro sconfitta da parte dello Stato quando decide di colpire, grazie alla competenza e all’abnegazione delle sue forze di polizia e della magistratura.
Ma alle storie che in fondo tutti conosciamo, almeno da quando il Paese da deciso di rompere l’omertà generata dal terrore mafioso, Gratteri e Nicaso aggiungono tutte quelle meno note che ruotano intorno alla tecnologia, dedicando un capitolo apposito proprio al rapporto tra l’uso delle infrastrutture informatiche e la criminalità quando è basata sul riciclaggio, quando usa le cryptovalute; quando è basata sulla paura e sull’emulazione, e per questo usa i social network per fare proseliti; quando è basata sulla sfida all’ordine statuale impiegando i droni per attaccare e intimidire i suoi servitori; quando sfrutta la crittografia per nascondere alle autorità i traffici loschi e i reati commessi nascondendosi nel DarkWeb.

Ed è proprio in questo contesto che il libro cita anche il lavoro di analisi e raccolta di dati e informazioni prodotto da Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale quando ricorda la piaga del ransomware.

Per ogni tipo di crimine però gli autori ricordano che c’è un antidoto, costituito dalla vigilanza proattiva e dalla repressione giudiziaria, come pure dal rigore e dall’onesta delle singole persone. Ricordando che la mafia è tutt’uno con ogni potere deviato e che i colletti bianchi sono troppo spesso al loro servizio in un’area grigia che va illuminata, Gratteri e Nicaso infine sottolineano come la stessa memoria di Falcone e Borsellino vada onorata mettendo le forze dell’ordine nella condizione di colpire questa vasta area di malaffare che ingloba anche l’economia pulita. Soprattutto ricordando a noi stessi che è il coraggio delle nostre scelte, politiche e personali, che può fare la differenza nella lotta alla Mafia.

Una cosa sola, copertina del libro di Gratteri e Nicaso

Arturo Di Corinto presenta i Security day di Fortinet

È stato bello condurre i security days di Fortinet a Milano.
Bella atmosfera, ottima organizzazione, relatori eccellenti.
C’erano 1500 persone in sala. Un record.

Non è stato difficile gestire tutta la giornata visto che gli speaker erano tutti bravi. A cominciare da Massimo Palermo, vice presidente di Fortinet, economista prestato alla cybersecurity.

Tutto è incominciato con un intervento spettacolare di Roberto Caramia capo del CSIRT Italia (sì siamo amici e lo stimo molto)

Ho apprezzato molto l’analisi che Filippo Cassini e Aldo Di Mattia hanno fatto delle minacce emergenti e in particolare dell’IA, e anche l’intervento stimolante di Stefano Mele che ha parlato della regolazione come fattore di creazione di fiducia. Bello e provocatorio poi è stato il talk di un altro collega e amico come Alessandro Curioni che ha scudisciato l’hype tecnologico che va a discapito della comprensione della tecnologia stessa.

Ma sono stati bell anche i panel, quelli coi partner e con le donne. Sul palco ho potuto intervistare senza rete il Ciso di Juventus, Mirko Rinaldini, il Cio di Bpm, Adolfo Pellegrino il CTO di Prysmian, Alessandro Bottin e Sapio, Riccardo Salierno, (persona squisita). Quattro campioni italiani.

Grazie anche a Greta Nasi Selene Giupponi e alla Andrea Bocelli Foundation che ci hanno parlato di parità di genere, salari e Burn out.

Un sentito ringraziamento a loro e alla Polizia di Stato (Tx Rocco Nardulli) per quanto fanno nel campo dell’educazione cyber.

Cara Valentina Sudano hai fatto un bel lavoro con tutta la tua squadra.

Lower The Top. La sfida alle piattaforme tra sovranità statuale e saperi sociali

La sovranità digitale è un concetto spigoloso. E però, una volta inventato, è diventato una realtà politica con cui fare i conti. Questa è una delle tesi cardine della rivista-libro “Lower The Top. La sfida alle piattaforme tra sovranità statuale e saperi sociali”, numero 25 delle pubblicazioni di Comunicazione punto doc, rivista semestrale di Fausto Lupetti Editore (2021).

Intanto è un ossimoro: il digitale, fluido per natura, si scontra con qualsiasi idea di sovranità. La sovranità appartiene per definizione a un territorio su cui l’autorità politica esercita il proprio potere, si tratti di un ammasso regionale come degli spazi prospicenti ad esso, ma anche delle infrastrutture umane che lo attraversano.

Lo sanno bene i regolatori che di fronte al processo di globalizzazione dei mercati favorito dagli scambi e dalle telecomunicazioni globali ne hanno scoperto in Internet l’elemento più destabilizzante. Ed è proprio all’infrastruttura Internet che negli ultimi 30 anni si è provato a cucire addosso un’idea di sovranità, solo per rendersi conto che si trattava di una sovranità interconnessa e pertanto da negoziare tra le autorità statuali.

Sovranità brandita da chi è stato in grado di proiettare la propria sfera di influenza su un territorio per definizione senza confini, il hashtag#cyberspace.

Usa, Cina e Russia, anche grazie ai loro proxy tecnologici, sono state infatti finora in grado di mantenere il controllo e i vantaggi del proprio esercizio del potere su questa fluidità immateriale mente l’Europa arrancava. Proprio in virtù di una sovranità politica e statuale ancora in costruzione.

Eppure l’Europa, come evidente nel richiamo fatto dalla presidente Von der Leyen in distinti discorsi sullo stato dell’unione (2020, 2021), ha provato a tracciare un «nomos del Erde» anche per il mondo digitale. A partire dal Regolamento europeo per la protezione dei dati, GDPR, e poi con una serie di iniziative volte a regolare lo strapotere di Big Tech, prima chiamati OTT, Over the top, l’Europa ha fatto sentire il peso della sua sovranità. Per stoppare il furto di dati, la sorveglianza dell’informazione e il controllo dei mercati praticata dagli stati di di origine degli OTT. Al GDPR sappiamo che sono succedute la Nis, la Dora e il CRA, l’AI Act e il DATA Act appena entrato in vigore il 12 settembre. Tutti tentativi di applicazione di quel Digital Constitutionalism che è il corollario della Lex Digitalis.

L’Europa, accusata di rappresentare il paradosso della «regolazione senza tecnologie» sta ora ripensando la sovranità digitale come sovranità tecnologica e, attraverso i suoi progetti di finanziamento industriale, dimostra, a dispetto dei suoi detrattori, di avere ancora voce in capitolo.

COMUNICAZIONEPUNTODOC – N. 25 – (AGOSTO-DICEMBRE 2021)

Datacrazia. Politica, cultura, algoritmica e conflitti al tempo dei big data

I dati sono il sangue dell’intelligenza artificiale. È così che Nello Cristianini parla del motore dell’IA. Per intendere che sono i dati la materia grezza da cui la macchina estrae le proprie predizioni e decisioni. Il professore italiano che insegna intelligenza artificiale all’Università di Bath lo dice in Datacrazia. Politica, cultura, algoritmica e conflitti al tempo dei big data (d editore) un libro del 2018, precedente alla sua famosa trilogia per i tipi de Mulino: La scorciatoia (2023), Machina Sapiens (2024) e Sovrumano (2025), sollevando una questione su cui non sembra avere cambiato idea. O, almeno per quanto riguarda il valore dei dati, che devono essere precisi e affidabili, per consentire alle macchine di «pensare». Pensare come preconizzato da Turing, e cioè nel senso di macchine in grado di simulare un comportamento intelligente, come poi si riveleranno capaci di fare, senza ritenere però che sia lo stesso «pensare» degli esseri umani.

Il libro che è una raccolta collettanea a cura di Daniela Gambetta, e affronta i risvolti socio-politici della gestione dei dati – dalla produzione creativa digitale all’incetta che ne fanno i social network – per arrivare e metterci in guardia dai bias presenti nell’addestramento dell’IA. Timori che hanno già avuto una certa attenzione ma che non sono ancora studiati abbastanza. Ed è per questo che nella parte in cui il libro se ne occupa è possibile affermare che i contributori al libro siano stati capaci di deinire un framework interpretativo critico dell’innovazione che può essere una guida nell’analisi delle tecnologie di rete, indipendentemente dall’attualità delle soluzioni sviluppate proprio nell’IA.

Alla data del libro per esempio, il campione Gary Kasparov era stato già battuto a scacchi da un sistema di machine learning e lo stesso era accaduto a Lee Sedol nel gioco del GO; il chatbot Tay di Facebook era stato già avvelenato nei suoi dati di addestramento dall’esercito di troll su Twitter fino a congratularsi con Hitler, ma ChatGPT era ancora da venire. E, tuttavia le questioni etiche poste dal libro sono ancora irrisolte. Chi decide cosa è bene e cosa è male? La macchina o l’uomo? Viene facile dire l’uomo che la governa, ma cosa accade con i sistemi autonomi che non prevedono l’intervento umano? Ecco, Datacrazia pone quei temi, sociali e filosofici su cui ci interroghiamo ancora oggi: dalla sovranità digitale alle fake news potenziate dall’IA.

Il secolo dell’IA, capire l’intelligenza artificiale, decidere il futuro

Volevo ringraziare Marco Bani e Lorenzo Basso per avermi regalato il loro libro “Il secolo dell’IA, capire l’intelligenza artificiale, decidere il futuro” (Il Mulino -Arel, 2025).

Mi è piaciuto molto e mi sono segnato diversi passaggi interessanti.

Il motivo è che di libri sull’IA ne ho letti parecchi in italiano, meno in inglese, a cominciare da quando studiavo psicologia a Stanford e giochicchiavo con le reti neurali negli anni ’90.

Ho letto il bellissimo Vita 3.0 di Max Tegmark, ho letto i libri di Luciano Floridi come Etica dell’Intelligenza artificiale, il libro di Cingolani, L’altra Specie; ho letto i libri di Guido Scorza e Alessandro Longo, quelli del mio amico Massimo Chiriatti (hashtag#humanless, Incoscienza artificiale), di Fabio Lazzini, e Andrea Colamedici (L’algoritmo di Babele): ho letto Breve e universale storia degli algoritmi di Luigi Laura, Nel paese degli algoritmi di Aurélie JEAN, Ph.D., L’economia dell’intelligenza artificiale di Stefano da Empoli; la trilogia di Nello Cristianini (La Scorciatoia, Machina Sapiens, Sovrumano); AI Work di Sergio Bellucci; Intelligenza Artificiale e democrazia di Oreste Pollicino e Pietro Dunn, Human in the Loop di Paolo Benanti eccetera eccetera… scusate non vi cito tutti.

Il libro di Bani e Basso mi è piaciuto per essere chiaro, sintetico, diretto. Con un forte afflato etico e con una impronta politica ma non partigiana. Volendo essere un libro divulgativo, il loro libro mi pare una buona summa del dibattito pubblico in corso pure senza essere un libro accademico o rivelatore.

Ottimo entry level, insomma, ha il pregio di poter essere compreso da un liceale come da un politico. I riferimenti sono corretti, la bibliografia discreta. un bel lavoro.
Insomma, è da leggere. Funziona anche nei momenti di relax quando non hai voglia di studiare.

Algoritmo Criminale. Come Mafia, cyber e AI riscrivono le regole del gioco

Dagli eventi che hanno portato all’arresto di Ross Ulbricht, manager di Silk Road, comincia il saggio Algoritmo Criminale. Come Mafia, cyber e AI riscrivono le regole del gioco, pubblicato a ottobre 2024 per i tipi del Sole24ore da Pierguido Iezzi e Ranieri Razzante. La tesi centrale è che l’attività illecita delle grandi organizzazioni criminali non sia più distinguibile dal cybercrime.

Dall’operazione della Polizia Italiana contro il clan Bonavota al Pig butcherin’ delle mafie asiatiche, dalle truffe romantiche del clan nigeriano Black Axe, fino alle ransomware gangs russe, il racconto si snoda lungo varie direttrici per provare a dimostrare questa tesi.

Non tutti i riferimenti sono recenti e alcune esempi meriterebbero una esplicita bibliografia, visto che anche i due autori parlano della complessità dell’attribuzione dei crimini agli attori del cyberspace, e tuttavia il discorso complessivo risulta convincente come nella parte in cui si descrivono i tipi di IA oggi disponibili sul mercato e che consentono una serie nuova di truffe, frodi e crimini informatici.
Scritto in maniera semplice e chiara è il contributo nella descrizione dei singoli crimini informatici e di quello che si può trovare nel DarkWeb: eroina, cocaina, barbiturici, carte di credito rubate. A spacciare droghe e informazioni ci pensano i blackmarket del web oscuro, secondo gli autori il vero luogo d’incontro tra criminalità organizzata e cybercrime (anche se non viene fatto cenno ai suoi usi positivi da parte di giornalisti d’inchiesta, dissidenti politici e credenti di religioni fuorilegge).

Interessanti sono gli esempi sull’uso che le mafie, nigeriana e albanese, e il cybercrime russo, fanno della tecnologia per sfruttare vulnerabilità umane e tecnologiche e condurre i loro affari: estorsioni e riciclaggio, soprattutto, come avevano ben spiegato Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel libro Il Grifone. Molto azzeccata pare la riflessione sul panorama criminale russo verso il quale il regime di Putin chiude un occhio nel caso in cui i suoi attori siano utili agli scopi statuali, sempre governati dalle agenzie di intelligence della Federazione russa.

Un capitolo utile è quello sull’hacking cerebrale, altro campo d’interesse non solo per le mafie ma soprattutto per i militari. I due autori, infatti, argomentano di come con l’avvento di chip e innesti cerebrali (tipo il Neuralink di Musk) e delle interfacce cervello-computer, già in uso nelle scuole cinesi per il controllo dell’attenzione degli studenti, si apra una nuova era per la manipolazione diretta delle percezioni, del pensiero e del comportamento umani.

Interessante, è infine, ancorché di tipo giuridico, la parte che riguarda l’uso illecito delle IA. Sì, proprio quelle a cui affidiamo le nostre informazioni più segrete e più intime. Anche lo sviluppo di questo settore è strettamente monitorato dalla criminalità che cerca sempre nuovi modi per aggirare le leggi e sfuggire gli interventi repressivi dei governi.

Copertina libro: Algoritmo Criminale. Come Mafia, cyber e AI riscrivono le regole del gioco