Cybersecurity: cosa spaventa gli addetti ai lavori

Cybersecurity: cosa spaventa gli addetti ai lavori

Hacker’s Dictionary. Un rapporto pubblicato da Federprivacy rivela che la maggioranza dei DPO teme principalmente le minacce ransomware e gli hacker, insieme alla possibile diffusione di informazioni sensibili successivi un data breach

di Arturo Di Corinto per Il Manifesto del 13 Ottobre 2022

I passeggeri neanche se ne sono accorti, ma nel corso della settimana il gruppo di hacktivisti filorusso Killnet ha rivendicato l’interruzione del funzionamento di mezza dozzina di siti web di aeroporti statunitensi. In effetti alcuni attacchi DDoS (Denial of Service) hanno reso inaccessibili per qualche ora i siti di aeroporti come LaGuardia di New York, il Los Angeles International e il Midway di Chicago.

Questi attacchi, a parere degli analisti, non sono rilevanti, ma servono a creare paura e sconcerto negli utenti lasciando presagire altri attacchi più pericolosi. Però si tratta soprattutto di un attacco alla reputazione delle compagnie coinvolte, un tentativo di screditarle agli occhi del pubblico. É già successo con l’infrastruttura informatica di JPMorgan Chase & Co. e con la Coca Cola: entrambe hanno chiarito di non aver sofferto conseguenze dagli attacchi, veri o presunti che fossero. 

Anche per John Hultquist di Mandiant gli attacchi DDoS raramente influiscono sulle operazioni di un’azienda e non hanno conseguenze sui dati sensibili, però gli hacker in questo modo ricevono l’attenzione del pubblico. E ottengono altri effetti spesso sottovalutati. 

In un rapporto pubblicato da Federprivacy a seguito di un sondaggio condotto su 1.123 professionisti italiani che ricoprono il ruolo di Data Protection Officer (DPO) in imprese private e PA, è emerso che il 76,7% degli intervistati ritiene molto probabile che prima o poi dovrà affrontare un’emergenza. Il 70,4% di loro tuttavia teme principalmente le minacce dei ransomware e gli attacchi hacker, mentre il 79,3% è preoccupato per la possibile diffusione di informazioni sensibili che potrebbe verificarsi a seguito di un data breach.

Per il 70% dei Responsabili della protezione dei dati, l’emergenza potrebbe scattare a causa della sottovalutazione dei rischi, per misure di sicurezza insufficienti, per l’impreparazione o l’incompetenza del personale che tratta i dati personali (64%), oppure per un errore umano (56,5%). 

Inoltre, il 77,6% degli stessi intervistati ammette di temere che a seguito di una situazione critica gestita male il management potrebbe dargli la colpa.

Un terzo degli intervistati (30,7%), infine, vede il pericolo nei malfunzionamenti di strumenti informatici o nei sistemi di intelligenza artificiale che comportano decisioni automatizzate, e teme gli errori di un fornitore esterno (29,7%) a cui sono stati affidati i dati dell’azienda. É probabilmente questo il motivo per cui più della metà (55,3%) dei professionisti intervistati ritiene necessario acquisire specifiche conoscenze nel campo della cybersecurity.

Un modo per ridurre questi timori c’è. Fare investimenti mirati nella sicurezza informatica aziendale. Ma come?

Partendo dall’assunto che nessuna singola società di servizi, nessun gestore di infrastrutture, ha risorse sufficienti per proteggere l’intera rete di interconnessioni su cui si basa, i ricercatori della Purdue University, hanno sviluppato un algoritmo per creare la mappa dei rischi, minizzare l’errore umano, decidere quali aree proteggere prima e meglio, e quando fare i backup necessari a ripristinare i servizi compromessi dopo un attacco ransomware.

I ricercatori hanno testato l’algoritmo simulando attacchi realmente avvenuti contro una smart grid, un sistema di controllo industriale, una piattaforma di e-commerce e una rete di telecomunicazioni basata sul web: in tutti i casi l’algoritmo si è rivelato capace di allocare in maniera efficiente gli investimenti di sicurezza per ridurre l’impatto di un attacco informatico.

Democrazia Futura. La guerra in Ucraina è anche sul web

Democrazia Futura. La guerra in Ucraina è anche sul web

Perché il conflitto ci fa capire le differenze tra cyberguerra e infoguerra. Una guerra ibrida fatta di attacchi hacker e disinformazione, destinata a durare, indipendentemente dall’esito del conflitto.

di Arturo Di Corinto, giornalista e docente di Identità digitale, privacy e cybersecurity presso l’Università La Sapienza | 7 Ottobre 2022

Cosa può provocare un attacco informatico nel mondo odierno

Se un computer può fermare un carrarmato e la guerra elettronica abbattere un drone o destabilizzare le comunicazioni militari, un cyberattacco può interrompere l’erogazione di servizi essenziali e fare vittime civili. Un attacco informatico può infatti bloccare l’erogazione di acqua e energia elettrica, far deragliare un treno e spegnere i semafori in città ma anche interferire col ciclo di raccolta dei rifiuti e con tutte le attività che caratterizzano il funzionamento di una società moderna. Gli attacchi agli impianti di desalinizzazione israelianida parte di gruppi filo-iraniani, lo spionaggio industriale cinese, il ransomware Wannacry che ha bloccato la sanità inglese per giorni, l’interruzione della fornitura di gas da parte della Colonial Pipeline in Texas ne sono il plastico esempio.

La stessa Ucraina è stata bersagliata da potenti cyberattacchi fin dal 2014.

Gli attacchi aumentano, i difensori vanno in tilt

Gli attacchi aumentano, i difensori vanno in tilt

Hacker’s dictionary. Sono pochi e lavorano troppo, ma è possibile supportarli: secondo uno studio Ibm, il burn out, l’esaurimento psico-fisico dei cyberdefender, può essere contrastato regolando meglio i turni di lavoro e fornendo assistenza psicologica

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 6 Ottobre 2022

I fornitori di servizi sanitari Humana ed Elevance hanno rivelato che le informazioni di 35 mila pazienti sono risultati a rischio dopo che un database è stato reso accessibile online; Kasperky ha scoperto una campagna malevola nel Google Play Store con oltre 4,8 milioni di download di applicazioni infette; Sophos sostiene che nel 2021 è stato registrato un aumento del 70% nel numero di attacchi ransomware sferrati contro enti pubblici locali.

L’aumento del rischio informatico stressa i difensori. Anche il Wall Street Journal (WSJ) gli ha dedicato una riflessione. Il tema per i lettori del Manifesto è noto ed è uno dei problemi della cyberdefense. I lavoratori del settore guadagnano poco; il loro numero è insufficiente e i turni massacranti. Per questo vanno in tilt.

Ma uno dei motivi ricorrenti è che spesso si trovano a lavorare su più casi contemporaneamente, senza pause, e talvolta con strumenti inadeguati. Un altro motivo è siccome limiti più severi alla copertura assicurativa informatica possono lasciare scoperte le aziende sole ad affrontare i costi di un attacco, i manager aumentano la pressione sugli analisti Soc (Security Operation Center), il dipartimento forense e di threat intelligence.

Il burnout dei difensori, così si chiama quella condizione di esaurimento e frustrazione tipica di tutte le professioni legate alla sicurezza e al benessere degli altri, è aumentato con lo smart-working.

In base alle testimonianze del WSJ il fatto di dover andare fisicamente a lavoro e dover incontrare i capi, anche davanti alla macchinetta del caffè, aveva un pregio: a una certa ora si staccava e si tornava a casa. Ma adesso l’aumento degli attacchi e lo sviluppo di strumenti remoti ha reso il lavoro in ufficio poco pratico e meno necessario. Risultato? I cyberdefender continuano a lavorare 24 ore su 24 perché tutti gli altri hanno continuano a lavorare.

Un sondaggio globale su 1.100 cyberdefender pubblicato dalla divisione Security di Ibm ha rilevato che il 68% veniva assegnato a due o più incidenti contemporaneamente, con un effetto boomerang, il 64%, ha affermato di aver cercato sostegno psicologico per insonnia, burnout e ansia.

La gestione dello stress nella cyberdifesa è fondamentale in ogni team di risposta agli incidenti, affermano i veterani. “Il lavoro è tecnico, laborioso e difficile, spesso svolto all’ombra di una chiusura aziendale”.

Gli hacker criminali spesso lanciano attacchi nei fine settimana o prima delle festività principali. L’attacco al fornitore di tecnologia SolarWinds nel dicembre 2020 e la vulnerabilità del software open source come Log4j divulgato nello stesso periodo del 2021 hanno costretto i team di sicurezza a lavorare durante le vacanze invernali.

I manager affermano di comprendere la pressione che subisce il loro personale e che cercano di prevenire il burnout. Ci sono aziende, come Salesforce, che offrono ai loro esperti di sicurezza informatica un venerdì libero ogni mese per alleviare, in parte, lo stress. E il modello di follow-the-sun dell’azienda, con team che lavorano a turni, “consente al suo personale di mantenere la durata della giornata lavorativa alle normali otto ore”.

Ma c’è una buona notizia: la maggioranza degli intervistati per il sondaggio IBM ritiene che la propria leadership abbia una profonda comprensione delle attività che implica l’Incident Response. Secondo lo stesso studio tuttavia le aziende possono supportare ulteriormente gli addetti dando priorità alla preparazione informatica e creando piani personalizzati per alleviare le pressioni non necessarie all’interno dell’azienda.

Ottobre è il Mese europeo della Sicurezza informatica

Ottobre è il Mese europeo della Sicurezza informatica

Ecco gli appuntamenti italiani per capire come proteggere computer e privacy, ma anche per difendersi dalla violenza di genere in Rete

di ARTURO DI CORINTO per ItalianTech/La Repubblica del 1 Ottobre 2022

La disinformazione russa, i bulli in rete, il ransomware che raddoppia ogni anno le sue vittime. E poi, Roma Tor Vergata presa di mira dal gruppo Stormous, gli attacchi al Made in Italy e al settore energetico italiano, le campagne di phishing segnalate dal Cert-Agid, eccetera: insomma, quando parliamo di sicurezza informatica e dei suoi fallimenti, l’elenco è sempre lungo.

Qualche volta è colpa delle tensioni geopolitiche, altre volte di chi vende software difettosi, altre ancora di analisti che non vedono i pericoli arrivare, perché esauriti e stanchi, in burn out, ma la maggior parte delle volte il successo delle violazioni informatiche dipende da utenti poco preparati e peggio difesi dalla propria organizzazione, per un ammontare complessivo di 6 trilioni di dollari di danni stimati nel 2021. Perciò quest’anno assume particolare rilievo il Mese europeo della sicurezza informatica, dal primo al 30 ottobre, che celebra il suo decimo anniversario al motto di “Pensaci, prima di cliccare” (#ThinkB4UClick). Italia, Germania, Austria e Ungheria sono tra le nazioni che partecipano con il maggior numero di eventi.

Termina la fase residenziale nella quale sono stati formati 30 nuovi addetti alla  pubblica informazione e comunicazione

Termina la fase residenziale nella quale sono stati formati 30 nuovi addetti alla  pubblica informazione e comunicazione

Si è concluso nei giorni scorsi il 6° corso per addetti alla Pubblica Informazione e Comunicazione, organizzato e condotto dallo Stato Maggiore dell’Esercito presso il Circolo Ufficiali “Pio IX”, a favore di 30 Ufficiali e Sottufficiali provenienti da vari enti, distaccamenti e reparti di tutta Italia.

Il corso è stato strutturato in due fasi: la prima “a distanza” che, oltre a far acquisire ai frequentatori alcune nozioni basiche della materia, ha consentito allo stesso tempo una prima selezione tra gli aspiranti corsisti che hanno dovuto sostenere delle prove di intervista telefonica e video oltre che la stesura di alcuni comunicati stampa.

Nella seconda fase “residenziale”, i corsisti hanno consolidato ed approfondito la propria preparazione attraverso lezioni frontali, esercizi pratici (redazione di note stampa e interviste tenute individualmente) ed il confronto continuo con professionisti del mondo dell’informazione e della fotografia tra cui Beppe De Marco, Arturo Di Corinto, Gianluca Di Feo, Giovanni Floris, Silvia Mari e Claudio Peri che hanno impreziosito l’offerta didattica.

Nel percorso formativo sono stati trattati numerosi e diversificati argomenti relativi alla policy comunicativa di Forza Armata, alle tecniche di public speaking e alle gestione di crisi mediatiche che consentiranno, alle donne e agli uomini formati dall’Esercito Italiano, di interfacciarsi con gli organi d’informazione per la gestione delle attività mediatiche in ambito locale.

Intervista WDR Di Corinto: La raccolta dei dati sensibili in Germania

La raccolta dei dati sensibili in Germania

Stand: 27.09.2022, 17:16 Uhr

di Francesco Marzano, Giulio Galoppo e Tommaso Pedicini

I ministri dell’Interno e della Giustizia dei Länder tedeschi si sono riuniti oggi  Monaco di Baviera per una conferenza congiunta. Sul tavolo temi come la lotta agli abusi sui minori e la pedopornografia, ma anche la questione dei poteri di cui dotare le forze dell’ordine nella lotta alla criminalità. Uno dei metodi più efficaci è la raccolta dei cosiddetti dati sensibili. La Corte di Giustizia europea ha stabilito, tuttavia, proprio la scorsa settimana, che la raccolta di dati, così come viene attuata in Germania, è illegale. Giulio Galoppo ci illustra le reazioni del governo tedesco, molto diviso su questo tema. Ma cosa ne pensa chi, invece, di sicurezza si occupa ogni giorno? Lo abbiamo chiesto a Rainer Wendt, presidente nazionale del sindacato di polizia. Arturo Di Corinto, giornalista ed esperto di cybersecurity e diritti e le libertà digitali, ci spiega, invece, come sia regolamentata la raccolta di dati sensibili in Italia.Vorratsdatenspeicherung - Symbolbild

In Germania è di nuovo acceso il dibattito sulla raccolta dei dati sensibili

Hacking e disinformazione, la scuola russa

Hacking e disinformazione, la scuola russa

Hacker’s Dictionary. Quello tra criminalità cibernetica, hacktivismo e hacking di stato in Russia è un rapporto stretto. Un’analisi di Google-Mandiant ne offre le prove insieme agli arresti effettuati dai servizi segreti ucraini

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 29 Settembre 2022

Se qualcuno non aveva ancora capito il rapporto esistente tra l’hacking e la diffusione di notizie false ci hanno pensato i servizi segreti ucraini a mostrarglielo, arrestando un gruppo di cybercriminali specializzato nella vendita di account per diffondere disinformazione.

Le autorità ucraine, pur non rivelando i nomi degli arrestati, hanno fornito le prove dell’attività di un gruppo di hacker operanti a Lviv in possesso di circa 30 milioni di account appartenenti a cittadini ucraini ed europei venduti sul dark web.
Le perquisizioni effettuate nelle case dei sospettati hanno portato al sequestro di hard disk contenenti dati personali, cellulari, schede Sim e memorie flash usate per lo scopo.

Secondo le prime stime, il gruppo, pro-russo, avrebbe guadagnato circa 400mila dollari rivendendoli all’ingrosso attraverso sistemi di pagamento elettronici come Qiwi e WebMoney.

Nel comunicato stampa il Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SSU) sostiene che i clienti sarebbero propagandisti pro-Cremlino: «Sono stati loro a utilizzare i dati identificativi di cittadini ucraini e stranieri rubati dagli hacker per diffondere false notizie dal fronte e seminare il panico».

Nel comunicato tuttavia non si spiega come gli hacker avrebbero operato ma solo che obiettivo alla base della campagna era «la destabilizzazione su larga scala in più paesi», e che gli account sono stati utilizzati per diffondere false informazioni sulla situazione socio-politica in Ucraina e nell’UE, precisando che «l’attività principale dei clienti degli hacker era proprio la creazione e la promozione di account nei social network e nei canali di messaggistica veloce».

In precedenza le autorità avevano chiuso due farm di bot da 7.000 account per diffondere disinformazione e creare panico nella regione. Un’attività legata a una fase della guerra russo-ucraina in cui i cittadini di alcune zone, soprattutto nel Donbass occupato, non ricevono né cibo né informazioni.

I pochi giornalisti che sono riusciti a parlarci infatti hanno dichiarato che gli ucraini sotto occupazione non conoscono l’entità dello scontro con Mosca, la percentuale di territorio occupata e se i propri congiunti siano vivi. Ma il rapporto tra criminalità cibernetica, hacktivismo e hacking di stato è anche più diretto.

Secondo Google-Mandiant quando gli hacker governativi russi attaccano, passano i dati rubati agli hacktivisti entro 24 ore dall’irruzione in modo da consentirgli di effettuare nuovi attacchi e diffondere propaganda filorussa.  Ad agire in questo modo sarebbero in particolare quattro gruppi non governativi: XakNat Team, Infoccentr, CyberArmyofRussia_Reborn e Killnet.

Tuttavia mentre XakNet si coordinerebbe con l’intelligence russa, Killnet, con cui collabora, sarebbe pronta ad attaccare chiunque se pagata. Qualche mese fa il collettivo, che ha anche bersagliato l’Italia, ha però incominciato ad ammantare le proprie azioni di patriottismo, diventando una celebrità grazie alle ospitate nella televisione russa. Mandiant ritiene che siano stati proprio gli hacktivisti russi a prendere di mira realtà Usa come Lockheed Martin con una serie di attacchi finora rintuzzati.

Recentemente gli hacker di stato come Sandworm, noti per il virus Industroyer, hanno impersonificato gli operatori di telecomunicazioni ucraini Datagroup ed EuroTransTelecom nei loro attacchi.

E lunedì scorso il governo ucraino ha anche diffuso un allarme circa massicci attacchi cibernetici sotto forma di malware e DDoS verso le infrastrutture energetiche del paese invaso e contro i suoi alleati come la Polonia e i paesi baltici.

Hackerare il presente, progettare il futuro

Hackerare il presente, progettare il futuro

Hacker’s Dictionary. Il mese europeo della cybersecurity in Italia quest’anno comincia prima con RomHack e la Privacy Week. In attesa del Security Summit e di HackInBo, tra gli eventi da segnalare anche il Cyber Act Forum di Viterbo e la ConfSec in Puglia. Buone notizie dopo la presentazione del Cyber Resilience Act da parte della Commissione Ue

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 22 Settembre 2022

Di fronte alla minaccia di software fallati e peggio implementati, il 15 settembre scorso la Commissione Europea ha presentato una proposta di regolamento sulla sicurezza informatica, il Cyber Resiliency Act, che, se approvata, introdurrà requisiti di cybersecurity più stringenti per tutti i prodotti digitali durante il loro ciclo di vita, aumentando la responsabilità dei produttori. Un bel passo in avanti per la sicurezza globale dopo la NIS 2, ma solo se sarà accompagnato da un’efficace spesa dei fondi del PNRR previsti per la cybersecurity europea, da investimenti adeguati nel capitale umano e dalla moltiplicazione di iniziative di sensibilizzazione per cittadini e imprese.

La compromissione della sicurezza di Uber, hackerata pochi giorni fa, dimostra infatti come anche le aziende tecnologiche che hanno accesso a talenti e strumenti di qualità sono vulnerabili agli attacchi informatici. E dimostra quanto importanti sono le iniziative di alfabetizzazione dei cittadini e il valore della formazione, anche verso la comunità degli esperti.

Per fortuna quest’anno il mese della sicurezza informatica comincia prima, a Roma, dove il 23, 24 e 25 settembre si terrà il RomHack Camp, un campeggio hacker organizzato dall’associazione Cyber Saiyan. Immersi nella natura del parco di Veio, i partecipanti avranno l’opportunità di incontrarsi e scambiare idee e conoscenze in una tre giorni di studio, divertimento e condivisione, attraverso talk, workshop e laboratori. La conferenza RomHack, giunta al 5° anniversario è parte dell’evento. Tra gli organizzatori, Giovanni Mellini e Davide Pala.

Dal 26 al 30 settembre, mettendo insieme privacy, cybersecurity e i nuovi diritti della cittadinanza digitale, la Privacy Week di Milano dal titolo “Hack the Present to Shape the Future” in presenza e online, dimostra come la cultura della protezione dei dati, del software e gli apparati normativi possano e debbano viaggiare di pari passo. Ad aprire le danze, Andrea Baldrati e Diego Dimalta di Privacy Network. 

Il 4 ottobre a Verona il Security Summit organizzato dall’Associazione Italiana Esperti di Sicurezza Informatica, Clusit, sarà dedicato alle aziende venete e ripropone esplicitamente gli obbiettivi dell’European Cybersecurity Month. Con Gabriele Faggioli e Alessio Pennasilico.

Il 6 ottobre a Bari, la cybersecurity al Sud prenderà forma con l’evento Confsec, sette speech e una tavola rotonda dal titolo “Evoluzione del cyber risk tra cyber warfare e pandemia: cosa abbiamo appreso su evoluzione di perimetri e strategie di difesa”, partecipano esperti internazionali come Luigi Rebuffi di Ecso.

Il Cyber Act Forum, a Viterbo, il 7 Ottobre, è anch’esso concepito come un momento di dibattito e confronto, arricchito da una tavola rotonda, e dedicato proprio a tutti: aziende, addetti ai lavori, studenti e cittadini. Molti gli ospiti di rilievo, da Corrado Giustozzi a Marco Ramilli, da Guido Scorza a Andrea Chittaro con la partecipazione di aziende come Yarix, Deep Cyber e Trend Micro. É organizzato dall’associazione Cyber Actors, presidente Gianluca Boccacci, col pallino di portare la cybersecurity nel mondo delle professioni.

Da segnalare però anche eventi più lontani a venire, e in particolare l’edizione autunnale del Security Summit Streaming Edition 2022, in programma il 9 e il 10 novembre, nel corso della quale sarà presentata la nuova edizione del Rapporto Clusit. Sabato 3 dicembre, invece, a Bologna, HackInBo si metterà in mostra nella sua 19esima edizione, e ospiterà un’area recruiting dove gli sponsor potranno dialogare con i potenziali candidati.

I Nation state hacker attaccano energia e telco

I Nation state hacker attaccano energia e telco

Hacker’s Dictionary. Una ricerca di VMware afferma che per il 65% degli addetti alla sicurezza informatica i cyberattacchi sono aumentati dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Nozomi, Check Point Research, Sababa Security e Crowdstrike ne danno i numeri

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 17 Settembre 2022

E va bene, c’è chi dice che gli attacchi alle infrastrutture energetiche e di telecomunicazione europee rientrano nel normale computo statistico degli attacchi informatici e che la guerra russo-ucraina non c’entra. Però.

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio scorso, i ricercatori di Nozomi Networks Labs hanno riscontrato un aumento dell’attività di attori di minacce di diverse tipologie, tra cui hacktivisti, hacker statali e criminali informatici.

Hanno osservato un esteso utilizzo di malware wiper e l’emergere di una variante di Industroyer sviluppata per colpire gli ambienti industriali, un software creato da hacker vicini al Cremlino.

PyTorch, Mark Zuckerberg apre al mondo del software libero

PyTorch, Mark Zuckerberg apre al mondo del software libero

Meta lancia una fondazione per accelerare i progressi nella ricerca nell’Intelligenza artificiale e provare a competere con Google

di ARTURO DI CORINTO per ItalianTech/LaRepubblica del 15 Settembre 2022

L’intelligenza artificiale è tra di noi per restarci. Dopo una cavalcata lunga 70 anni, la disciplina nata dagli studi di Marvin Minsky, Claude Shannon e John McCarthy – che le diede il nome nel 1956 -, si è ora tradotta in ricerca applicata, prodotti e mercato. L’ultimo esempio di questa lunga cavalcata viene dal lancio della PyTorch Foundation da parte di Zuckerberg “per accelerare i progressi nella ricerca nell’Intelligenza artificiale (AI)”. La fondazione, voluta dal board di Meta-Facebook però avrà un consiglio direttivo allargato ai rappresentanti sia di Meta che di AMD, di Amazon Web Services, come di Google Cloud, Microsoft Azure e Nvidia. Il progetto farà parte della Linux Foundation, organizzazione no-profit che sostiene lo sviluppo del software libero.

Cybersecurity: quando gli esperti sbagliano

Cybersecurity: quando gli esperti sbagliano

Hacker’s Dictionary. Attaccate Eni, GSE, Canarbino e altre infrastrutture critiche. Abbiamo passato mesi a negare la cyberguerra e adesso è arrivata alle nostre porte. Forse è ora di smetterla di intervistare i commentatori di professione e basarsi sui fatti

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 8 Settembre 2022

Ops, si erano sbagliati. Analisti e commentatori di professione, un circo di cento persone che facendo zapping troviamo in televisione o sui giornali a parlare di tutto un po’, si sono sbagliati sui risvolti della guerra cyber.

Come loro, anche i così detti esperti che deridevano gli allarmi lanciati dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, in questi giorni hanno dovuto ricredersi davanti agli attacchi a ripetizione contro il settore energetico, gli ospedali, le industrie militari.
Da poche ore sappiamo che anche la Canarbino di Sarzana, settore gas, è stata attaccata, e questo dopo le incursioni subite dai giganti Eni e Gse, il gestore italiano dei servizi energetici, per cui sono stati chiesti un riscatto rispettivamente di sette e otto milioni di dollari per la restituzione dell’accesso a dati, contratti, informazioni personali dei dipendenti.

È una guerra carsica ma visibile, con pochi attori, agguerriti, che stanno riconfigurando le loro alleanze e fanno campagna acquisti dei migliori criminali per penetrare le difese dei bersagli.

Eppure non era difficile prevederlo. Ad aprile i Five Eyes, l’alleanza spionistica tra Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, avevano dichiarato senza mezzi termini che gli attori cibernetici sponsorizzati dallo stato russo hanno la capacità di compromettere le reti informatiche, rimanere silenti nelle infrastrutture critiche, rubare dati strategici, sabotare i sistemi di controllo industriale con malware specializzato e distruggere i macchinari che comandano.

«È probabile che gli attacchi che abbiamo osservato siano solo una frazione dell’attività cibernetica contro l’Ucraina». Così il vicepresidente di Microsoft Tom Burton in un report dell’azienda sulla guerra ibrida ci metteva in guardia da attacchi che possono avere un impatto diretto sulle nostre vite e sull’accesso a servizi critici come acqua, luce, gas, distribuzione del cibo, trasporti e ospedali, e colpire anche altri paesi membri della Nato.

E no, per gli esperti non si poteva parlare di cyberguerra, «bisogna stare calmi» e aspettare gli eventi. Ecco gli eventi ci sono piombati addosso, senza che Pubblica Amministrazione e aziende impiegassero quelle informazioni preziose per migliorare le difese. «No, ma la cyberguerra è un’altra cosa», ripetevano.

Ma quando qualcuno attacca le infrastrutture critiche che erogano servizi essenziali e bloccano la produzione e il trasporto di energia, quello di merci e di persone, impedendo alle industrie di funzionare, alle gente di riscaldarsi o di potersi curare perché pronti soccorso e ospedali finiscono nel mirino, che cos’è se non la guerra? Quando viene messa a rischio la vita dei cittadini, cos’è se non è guerra?

La guerra ibrida teorizzata dagli esperti militari implica il ricorso anche a mezzi non militari per raggiungere obbiettivi che invece sono militari. Non solo spionaggio, ma anche sabotaggio informatico e disinformazione.
Tre elementi ricorrenti nella guerra cibernetica.

E allora non è un caso se a giugno è stato modificato il Codice dell’Ordinamento Militare per permettere ai soldati italiani di rispondere con le stesse armi agli attacchi hacker di nazioni ostili e che nel decreto Aiuti bis la stessa facoltà sia stata attribuita alla nostra intelligence.

In aggiunta i Lloyd’s di Londra hanno annunciato che vogliono ricorrere alla cyberwar exlusion cause per non pagare i premi assicurativi di danni derivanti da cyberattacchi di matrice statale.

Se tre indizi fanno una prova, ecco la prova che la cyberguerra è arrivata. Benvenuti commentatori da operetta.

Niente cybersecurity nei programmi elettorali

Niente cybersecurity nei programmi elettorali

Nonostante l’ondata di attacchi informatici che ha colpito l’Italia, compresi i gestori energetici e le infrastrutture critiche, i partiti politici non trattano l’argomento nella loro campagna elettorale. Eppure senza cybersecurity non ci sono né sicurezza né innovazione

di ARTURO DI CORINTO per ItalianTech/La Repubblica del 6 Settembre 2022

L’attacco all’Eni, l’attacco al Gestore dei servizi energetici, l’attacco al Ministero della transizione ecologica: se tre indizi fanno una prova, possiamo affermare senza timore di essere smentiti che l’Italia è sotto attacco. O, meglio, è bersaglio di una serie di attacchi informatici che da mesi colpiscono il cuore delle sue infrastrutture critiche. Ricordate l’attacco alle Ferrovie dello Stato? E quelli agli ospedali, alle Usl, alle agenzie regionali come l’Arpac?

Però i partiti non se ne occupano. A leggere i programmi depositati dalle forze politiche la parola sicurezza compare molte e molte volte, raramente insieme alla parola computer. Eppure, in un mondo digitale e iperconnesso è proprio ai computer che affidiamo la certezza dell’erogazione di servizi essenziali come gas, luce, sanità e trasporti. La sicurezza di quei computer dovrebbe essere una priorità della politica.

L’insicurezza digitale dei partiti

L’insicurezza digitale dei partiti

Hacker’s Dictionary. Nella retorica elettorale la parola cybersecurity scompare. Nei programmi si parla di digitale e infrastrutture con rari accenni alla sicurezza informatica senza la quale ogni innovazione, tecnologica o sociale, è a rischio

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 25 Agosto 2022

Il digitale è tutto intorno a te. Grazie a connessioni veloci, reti mobili, wi-fi pubblici, hotspot da viaggio, ti accorgi di quanto è importante solo quando non c’è la connettività per accedere alla banca digitale, al concorso sul web, alle notizie online. Te ne accorgi quando non funziona il modem comprato due giorni prima nel negozio Tim, quando ricevi 10 telefonate da Vodafone per confermare la disdetta della rete fissa dopo regolare Pec, o quando Dazn collassa mentre guardi la partita.

Internet, trincea della cyberguerra

Internet, trincea della cyberguerra

Hacker’s dictionary. Il coinvolgimento di attori non statali nei conflitti cibernetici, la censura dei media e la crescente importanza militare delle telecomunicazioni sta portando a un’accelerazione della balcanizzazione di Internet e alla fine dell’utopia di un mondo pacifico perché iperconnesso e interdipendente grazie alla Rete

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 18 Agosto 2022

Ci sono notizie che faticano a diventare notizie ma ci aiutano a capire il contesto in cui viviamo. Una è la scoperta da parte della società di cybersecurity Mandiant di un circuito mediatico usato dai cinesi per le information operations, nello specifico una campagna di delegittimazione degli avversari geopolitici denominata HaiEnergy; una seconda è l’uso del sistema Nimbus che consente a Israele di innalzare la repressione nei confronti dei palestinesi grazie all’integrazione del cloud di Google e Amazon con sistemi di intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale; un’altra è l’espressa previsione per l’Italia di poter contrattaccare a un attacco informatico senza limiti territoriali e di sovranità (art37 dl Aiuti bis).

Cacciatori di virus sotto l’ombrellone

Cacciatori di virus sotto l’ombrellone

Tre saggi che raccontanto la storia degli ultimi venti anni di attacchi informatici, tra cybercriminali, spie di stato e hacktivisti

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 11 Agosto 2022

Quasi tutte le violazioni informatiche cominciano hackerando gli umani. É questa la tesi del giornalista investigativo inglese Geoff White che nel libro Crime dot com racconta come bande di cybercriminali, hacker di stato e spioni digitali abbiano trasformato in un’inferno l’Eldorado annunciato dalla rivoluzione informatica nei campus americani alla fine degli anni ‘50.

Pubblicato da Odoya Edizioni quest’anno, il testo spiega attraverso storie esemplari come l’hacking abbia influenzato le nostre vite partendo dal virus I Love You degli anni 2000 fino agli ultimi tentativi di manipolazione elettorale. E lo fa raccontando la storia di LulzSec, gli Anonymous vendicatori che hanno denunciato il complotto di un contractor americano per far fuori Julian Assange e il tradimento di Sabu. Non manca l’analisi del ruolo dei servizi segreti russi nella sconfitta di Hillary Clinton nella corsa presidenziale del 2016.

Cybersicurezza, quando la miglior difesa è l’attacco

Cybersicurezza, quando la miglior difesa è l’attacco

L’italiana Innovery con il suo Red Team di hacker etici “buca” le difese di banche, industrie e assicurazioni, per difenderle da delinquenti informatici e rapinatori in carne ed ossa. Ecco come operano

di ARTURO DI CORINTO per ItalianTech/La Repubblica del 2 Agosto 2022

Hanno tenuto d’occhio gli ingressi della banca per settimane, annotato gli orari, filmato i dipendenti, studiato la facciata, preparato una planimetria dei locali. Poi hanno visto un post su Facebook sulle telecamere di sorveglianza in uso e ne hanno studiato il modello. Scaricando i manuali da Internet hanno scoperto che la videocamera inviava un allarme alla vigilanza tramite Sms su rete 2G, e perciò hanno creato una finta cella telefonica per agganciarsi al sistema e dirottare i messaggi ai loro telefoni: a quel punto sono entrati.

Questa storia dell’intrusione all’interno di una banca lombarda tramite la manomissione di videocamere è cominciata così. Per fortuna si trattava di difensori, non di ladri. O meglio, di esperti che si comportano da ladri ma che in realtà sono gli 007 della sicurezza.

È morto l’hacker Salvatore Iaconesi

È morto l’hacker Salvatore Iaconesi

Hacker’s dictionary. Non tutti i virtuosi del computer meritano l’appellativo di hacker. Gli hacker creano, non distruggono. Salvatore “Nuke” Iaconesi era un creatore di mondi gioiosi

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 28 Luglio 2022

Gordon French era un hacker. Wau Holland era un hacker. Jude Milhon era un hacker. Lee Felsenstein, Eric Corley, Richard Stallman, lo sono ancora. Ma la parola hacker, una delle parole più controverse della storia recente, non è un vestito che si adatta a tutti.

Alcuni di questi hacker si sono fatti le ossa dentro l’Homebrew Computer Club, nato per iniziativa di Gordon French e Fred Moore, che si conobbero al Community Computer Center a Menlo Park, California, per creare un gruppo di persone che si incontrasse regolarmente e realizzare un computer alla portata di chiunque. Tra i suoi membri c’era anche Steve Jobs che chiese a Stephen Wozniak, un altro membro del gruppo, di progettare l’Apple I e venderlo nelle riunioni del club.

E’ morto Salvatore Iaconesi, la meraviglia del digitale

E’ morto Salvatore Iaconesi, la meraviglia del digitale

Hacker, artista, filosofo, è scomparso all’età di 49 anni. È stato teorico delle identità non umane e della connessione tra piante robot, umani e intelligenze artificiali, ma anche autore di software, performance e libri

di ARTURO DI CORINTO per ItalianTech/La Repubblica La Repubblica del 26 Luglio 2022

I dati da soli non esistono, hanno senso solo in relazione ad altri dati. C’è sempre qualcuno che li produce e li governa, ma siamo noi che riempiamo il vuoto tra i dati, “Come lo facciamo è una questione di sensibilità e di nobiltà, mettiamoci insieme e capiamo come farlo”. L’umanesimo digitale di Salvatore “Meraviglia” Iaconesi è la fede incrollabile nella cooperazione tra gli esseri umani favorita dalle tecnologie di connessione: la parola, la scrittura, la programmazione, Internet e l’arte.

Hacker, artista, esteta, filosofo, intellettuale digitale, Salvatore Iaconesi è morto il 18 luglio a Reggio Calabria ma solo adesso la famiglia ne ha dato notizia. E chi lo sapeva è stato in silenzio per rispettare il desiderio della sua compagna nell’arte e nella vita, Oriana Persico, in arte Penelope Pixel.

Scuole di cyber sicurezza – Codice

Scuole di cyber sicurezza – Codice La vita è digitale 22/07/2022

Nel nostro Paese non ci sono abbastanza difensori cyber per le aziende e per la Pubblica Amministrazione e, proprio per questo, sono nati dei programmi di addestramento per ragazzi e ragazze delle scuole superiori.

A Codice, il nostro programma di RaiUno, siamo andati a vedere come il Laboratorio Nazionale Cybersecurity – CINI sia impegnato a formare le nuove generazioni di giovani #hacker e offrire un mezzo potente come la televisione per invogliare altri giovani ad avviarsi lungo questo cammino.
Anche questo è servizio pubblico.

Grazie a Gaspare Ferraro, Paolo Prinetto, Sonia Montegiove, per averci aiutato a realizzare il servizio e passare del tempo di qualità insieme ai concorrenti di #Olicyber e #CyberTrials presso l’International Labour Organization a Torino.

Buona visione

La cybersicurezza è un ingranaggio collettivo

La cybersicurezza è un ingranaggio collettivo

Hacker’s Dictionary. Aumentano i dispositivi connessi e l’uso di Internet, così aumentano anche gli attacchi alle macchine e alle persone. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale aiuterà a fermarli ma non ce la farà da sola

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 21 Luglio 2022

Il rischio informatico cresce all’aumentare dei dispositivi connessi. É una questione statistica: quando sulle strade aumenta il traffico automobilistico, aumentano gli incidenti.

Data commons: privacy e cybersecurity sono diritti umani fondamentali

Data commons: privacy e cybersecurity sono diritti umani fondamentali

  • Arturo Di Corinto

DOI: https://doi.org/10.32091/RIID0053

Parole chiave: Data commons, Privacy, GDPR, Cybersecurity, Big Tech

Abstract

Google sa di noi più cose di quante ne ricordiamo, conosce abitudini e percorsi quotidiani, sa con chi, quando e per quanto tempo siamo stati; Zoom sa con chi lavoriamo; Facebook mette all’asta le nostre preferenze; bot e troll su Twitter influenzano le nostre opinioni. Anche i meme della disinformazione affollano i social e inquinano il dibattito scientifico. Se non impariamo a proteggere i comportamenti trasformati in dati digitali saremo esposti a un potere incontrollabile, quello della persuasione commerciale, della manipolazione politica e della sorveglianza statuale.

Biografia dell’autore

Arturo Di Corinto

Insegna Identità digitale, Privacy, Cybersecurity nel Corso di laurea in Media, comunicazione digitale e giornalismo di Sapienza – Università di Roma

Quando il colloquio online lo fanno i deepfake

Quando il colloquio online lo fanno i deepfake

Hacker’s Dictionary. Video e audio fasulli sono uno strumento di disinformazione, e vengono usati anche per furti e frodi. L’allarme di Fbi ed Europol

di ARTURO DI CORINTO per Il Manifesto del 14 Luglio 2022

Nel 2020 un dirigente di banca di Hong Kong ha ricevuto una telefonata da un uomo di cui conosceva la voce: il direttore di una società con cui aveva già parlato. La sua azienda stava per effettuare un’acquisizione e aveva bisogno che la banca autorizzasse alcuni bonifici per un importo di 35 milioni di dollari.

Un avvocato di nome Martin Zelner era stato assunto per coordinare le procedure e il direttore della banca poteva vedere nella sua casella di posta le e-mail del direttore e di Zelner confermare le richieste. Il direttore della banca, ritenendo tutto legittimo, ha iniziato a fare i bonifici.

Quello che non sapeva era di essere stato ingannato da un’elaborata truffa in cui i truffatori avevano usato la tecnologia del «deep fake audio» per clonare la voce del suo interlocutore.